11 febbraio 2008

il 10 febbraio di Walter.

10 Febbraio 2008, Spello, Umbria, Italia, Europa, Mondo. Dal particolare all’universale. Un occhio al borgo italico medioevale e l’altro a Obama e al grande sogno americano. Commistione di sensazioni, viaggio nel tempo, divagazione tra spazio e emozione. Il "discorso per l’Italia" di Water Veltroni ha toccato anche le nostre corde, quelle più logorate dalle urla della politica che divide e non unisce; e le ha fatte vibrare dicendo poco o nulla ma dicendolo talmente bene da farlo sembrare tanto o tutto.
Una domenica bella, solare con lo sfondo scenografico di un paesino arroccato su una verde collina, teso verso il cielo come il futuro. Eppoi quel vento che soffiava e scapigliava e scompigliava e dava un'idea di aria nuova, fresca, pulita. Una domenica importante, "una domenica italiana” da ricordare. Una domenica serenamente e pacatamente patriottica, ma anche mistica. Vittorio Taviani lo ha paragonato a San Francesco, santo e guerriero, fede e determinazione; e di fronte ad un paragone del genere le provocazioni di Oliviero Toscani non ci toccano: “… mi metto il colletto su o giù? Mi metto a parlare sull’erba o vado nell’eremo? Neanche fosse Gesù Cristo”. Gesù Cristo ancora no. Ma non è detta l’ultima parola: perché "uno che vuole passare per nuovo ma dice le stesse cose con la stessa faccia da 30 anni", non va disprezzato con il solito qualunquismo, perché vuol dire che porta con sé un messaggio universale.
La location di Spello era azzeccatissima, se solo avessero indovinato le inquadrature. Forse qualche cipresso di troppo ma anche questo è un segno della storia perché se "dobbiamo capire bene dove il mare della storia ci sta portando", il passaggio dalla quercia al cipresso ce lo indica molto bene: la sinistra trapassa e la svolta arborea è ancora più netta di quella politica.
Un discorso intenso, un po' retorico ma necessario, per metterci "in sintonia con le correnti profonde della storia". Un discorso che parla alla gente ma senza la gente, perché sono più importanti le telecamere. Veltroni si rivolge al "destino dell’Italia, alla sua struggente e meravigliosa bellezza". Un discorso vivo, che parte "dalla bellezza dell’Italia, dalle coste del Mediterraneo, attraverso le colline e la grande pianura, fino alle Alpi"; un discorso che cita Moro, Spinelli ma fa pensare a De Amicis; un discorso che tocca "l’orgoglio di essere italiani”, che ricorda che "la qualità è l’Italia. E l’Italia è qualità”. Un discorso innovativo che cita 56 volte la parola "Italia", 26 volte "italiani" e manco una volta "compagni". Un discorso con cui “guardiamo negli occhi l’Italia e le diciamo: comincia un tempo nuovo”. Un discorso che sembrerebbe scritto a destra ma anche a sinistra perché noi dobbiamo essere "uniti sotto il tricolore, sotto la bandiera italiana. Uniti nella Resistenza”. Un discorso sulla "memoria che si fa speranza”. Appunto.
10 febbraio, era anche la giornata del ricordo. Veltroni non se ne è ricordato. Ci saremmo aspettati almeno un passaggio, una breve citazione, anche solo una piccola emozione buttata tra una riga e l’altra di un discorso fumoso; magari là dove ha parlato del “silenzio dei deportati” e “dei tanti giusti che seppero aprire la porta a chi cercava aiuto”. Ricordando quella parte d’Italia che la porta non l’aprì ai nostri fratelli perseguitati e cacciati dalle terre di Istria e di Dalmazia, relegandoli anche fuori dalla propria coscienza. Ed anche la città che lui governa e che ospita una delle più grandi comunità di esuli giuliano-dalamti, ha negato anche un piccolo gesto istituzionale di riconciliazione.
Il 10 febbraio di Veltroni è stata un’occasione perduta, una distrazione colpevole. Ed ora, ripensandoci, a vederlo lì, tra un tricolore ammainato e un cipresso, il leader di questa nuova sinistra che non ha "paura del nuovo perché il futuro è l’unico tempo in cui possiamo andare”, non da’ neanche una grande idea di novità, di coraggio, di speranza. Ma molta, troppa mestizia...

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01 febbraio 2008

Veltroni, un De Martino al contrario

Fairfield Porter, The mirror, 1966
di Giampaolo Rossi
Per la satira di Crozza è l'uomo del "ma anche": una caricatura implacabile che smaschera e ridicolizza quella indecisione ecumenica e l'atteggiamento mentale indotto, "pacatamente e serenamente", a considerare la politica come proiezione di sé, tra indole narcisista e mai sopiti sogni di egemonia. Eppure, paradosso di una politica che non è bella ma spesso beffarda, Walter Veltroni rischia di fallire non per i suoi "ma anche", ma per un "mai più" detto di troppo. Una similitudine inquietante con Francesco De Martino, il leader socialista che guidò alla disfatta il PSI nelle elezioni del 1976. Allora l'Italia usciva dal referendum sul divorzio e dalla vittoria comunista alle regionali del ’75 e sembrava irrimediabilmente attratta a sinistra; la sua formula degli "equilibri più avanzati" lo spinse a innescare la crisi del governo Moro e a spostare verso il Pci un Partito socialista che riteneva esaurita l'esperienza riformista. Coniando lo slogan "mai più senza i comunisti", De Martino affrontò la campagna elettorale andando incontro ad una sconfitta storica: il Psi scese per la prima volta sotto il 10% e per De Martino fu l'inizio della fine. Nel congresso socialista del luglio successivo fu costretto alle dimissioni, cedendo la segreteria ad un giovane Bettino Craxi che aprì la strada alla stagione del vero riformismo socialista.
Dal "mai più senza i comunisti" di De Martino, al "mai più con i comunisti" di Veltroni. La scelta del segretario del Pd di far correre il suo partito da solo "quale che sia la legge elettorale", escludendo a priori l'ipotesi di accordo con la sinistra radicale, sembra proiettare (seppure con intenti opposti) lo spettro dello stesso fallimento. Ed è forse sulla base di questo precedente, che anche dentro il Pd, iniziano a montare le accuse a Veltroni di aver di fatto causato la crisi di governo, con l’intenzione di andare alle elezioni anticipate. Gli "equilibri più avanzati" di Veltroni non sarebbero più quelli di spostare l'asse politico a sinistra, ma al contrario di spostarlo a destra.
Il partito "a vocazione maggioritaria" che Veltroni vorrebbe fondare con il suo "mai più" sancisce non solo la fine del centro-sinistra ma il suo storico fallimento; e l'imbroglio politico e culturale che c'era dietro di esso potrebbe travolgere non solo Prodi, ma anche coloro che in questi anni ne hanno rappresentato la classe dirigente. Forse quello di Veltroni è un atto di coraggio (e sarebbe il primo), forse è un autentico suicidio politico. Ma se si ripensa alla storia di De Martino, il segretario del Pd, per alcuni l’uomo nuovo della sinistra italiana, potrebbe svelarsi molto più vecchio di quello che sembra.
Immagine: Fairfield Porter, The mirror, 1966

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18 gennaio 2008

evoluzionismo, creazionismo... e comunismo

clone veltronicoLa foto sopra ritrae uno dei giovani leader dei Collettivi universitari che, con il suo corpo e con la sua intelligenza, ha impedito al Papa di parlare all’Università di Roma. Intervistato da La7 il disobbediente ha detto testuale: "Contestiamo la figura di Ratzinger perché costituisce il pensiero forte di un attacco complessivo ai diritti delle conquiste delle donne e degli uomini". Riportiamo le sue parole per diritto di cronaca non per altro e perché il riconoscimento di un "pensiero forte" da parte di chi è senza pensiero ci fa pensare che forse non tutto è perduto. Ma scemenze dette a parte (che sono nulla rispetto a quelle scritte dai professori di Fisica), questa foto ci interessa per il suo aspetto antropologico. Visto che siamo tutti materialisti, che il Creatore ci fa un baffo e Ratzinger pure, che l'oscurantismo clericale l'abbiamo schiarito con la nostra cagnara, che ora l'Università è libera, il nostro cervello anche (…e forse anche un po' più vuoto) e la scienza è salva, noi rispolveriamo Lombroso ed il suo darwinismo e osserviamo con occhio scientifico, laico e razionale la foto in questione. Memorizzata? Bene. Ora guardate quest’altra foto...
Cosa vedete? La stessa persona 30 anni fa. Come è possibile? Impressionante vero? Un buco nero nello scorrere del tempo, una curvatura spazio temporale che ha inglobato la sinistra italiana. Gurdatela meglio:
Insomma sono uguali! Identici come due gocce d'acqua. Se dovessimo fare una "esegesi fotografica" cosa vedremmo? Indizi simili di una medesima stortura. Probabilmente se sentissimo parlare il giovane della foto in bianco e nero (che per chi non l'avesse riconosciuto è l'attuale leader del Pd quando era un “maistatocomunista”) gli sentiremmo dire le stesse cazzate. Il giovane dirigente comunista di ieri ha la stessa faccia del giovane leader comunista di oggi.

"Tutto va, tutto torna indietro" dissero l’aquila e il serpente a Zarathustra. Dio mio. Questa è la prova fotografica che Nietzsche aveva ragione e l'eterno ritorno è realtà. Ma ancora di più è la prova che la teoria evoluzionista è una grande minchiata. Forse funziona per le scimmie ma non per i comunisti. Al contrario il principio creazionista, tanto caro a Ratzinger, ha un fondamento di verità: i comunisti sono creati a immagine e somiglianza di se stessi e così rimangono in secula seculorum.
Il rischio è che il giovane Veltroni del secolo XX ed il suo giovane clone del secolo XXI, siano accomunati anche dal medesimo destino. E’ un rischio che non possiamo permetterci di correre. L’Anarca può sopportare che uno che per 20 anni è stato un dirigente del PCI, oggi dica di non essere mai stato comunista; ma come la mettiamo se il giovane disobbediente che oggi non ha fatto parlare il Papa all’università, fra 20 anni mi viene a dire che lui non è mai stato anti-clericale? A tutto c'è un limite…

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04 novembre 2007

walter e liga

Siccome loro sono buoni, tolleranti, pluralisti, solidali, arcobaleni, fiaccolanti, accoglienti, indignanti, multiculturali, antirazzisti, antileghisti, antifascisti, democratici, intransigenti, determinati ma con cautela, riflessivi e soprattutto responsabili... siccome loro sono tutte queste cose e molte di più, loro si possono permettere di dire cazzate come queste: ''Prima dell'ingresso della Romania nell'Unione europea, Roma era la città più sicura del mondo" (Walter Veltroni commentando l’aggressione della donna a Tor di Quinto).
E' naturale che dopo affermazioni così articolate, profonde e responsabili, qualcuno altrettanto articolato, profondo e responsabile arrivi a pensare che basterebbe togliersi dalle palle un po' di romeni per tornare ad essere la "città piu sicura del mondo". E infatti: "Spedizione punitiva contro romeni; quattro feriti di cui uno grave. In dieci con bastoni e a volto coperto" .
Ma siccome il culo abbonda sulla faccia dei furboni, è normale che gli stessi che avevano dichiarato le cose di cui sopra, poi dicano questo: "Esprimo la mia condanna più grande per quanto avvenuto. In un momento come questo occorre la più grande responsabilità da parte di tutti" (lo stesso Walter Veltroni di sopra). Appunto.
E infine, poiché i furboni hanno in genere una faccia molto grande, il giorno dopo riescono persino a dirci che la colpa della xenofobia emergente è "delle parole incendiarie dei capi della CdL" (sempre l'identico Walter Veltroni su Repubblica).
E allora, se tutto va bene, se è solo strumentalizzazione... perché ai funerali della signora Reggiani, con il classico coraggio che li contraddistingue ed una scortesia formale di non poco conto, dopo essersi fatti fotografare contriti e lacrimevoli, i furboni con le facce da sindaco di Roma sono usciti di nascosto da una porta secondaria?
Mah! A noi che siamo degli sciagurati irresponsabili non ci resta che ascoltare Ligabue:
"A parte che ancora vomito per quello che riescono a dire
Non so se son peggio le balle oppure le facce che riescono a fare
Niente paura, niente paura…"

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23 ottobre 2007

Arrestate il vandalo!

Ora che i riflettori si sono spenti, che l’attenzione mediatica è andata scemando, ora lo possiamo dire con forza e convinzione: arrestate quel vandalo!!! Prendetelo e sbattetelo in galera, insieme a lavavetri e immigrati, a compensare il nostro essere di sinistra cosi tanto di destra.
Perché ha ragione quella buona donna del vicesindaco di Roma, Garavaglia: chi ha compiuto quel gesto "è privo non solo di amore per l'arte, ma anche per la città che rappresenta il suo Paese".
E ha ragione anche il sindaco Veltroni, neosegrdelPd, quando ha detto che è stato "un gesto estraneo alla cultura democratica"; mica l'hanno messo ai voti o c'hanno fatto le primarie per deciderlo.
E ha ragione anche il ministro dei beni culturali già sindaco di Roma, Francesco Rutelli, a esprimere "indignazione e preoccupazione per il gesto intollerabile e irresponsabile di vandalismo alla Fontana di Trevi".
E meno male che il sovrintendente La Rocca "accorso immediatamente" ci ha sollevato e rassicurato perché "il danno arrecato non sembra grave".
E ha ragione l'assessore capitolino alla sicurezza Jean Leonard Touadi che ha assistito a tutte le operazioni di pulitura e noi non ci siamo mai sentiti così sicuri a Roma, nonostante i romeni che pestano Sposini. E ha ragione anche l’assessore alla cultura Silvio Di Francia quando ha detto che però resta lo "sfregio a un patrimonio dell'umanità", e lo ha detto (scrive l’Ansa) "scuotendo il capo", e questo scuotimento noi lo facciamo nostro.
E ha ragione persino quell’arzilla vecchietta della Ekberg, risuscitata dalla naftalina, a farsi interprete dello sgomento di noi romani e a dire forte e chiaro che "è stata un’offesa alla città".
Insomma hanno ragione tutti. Ma alla fine non abbiamo ancora capito a quale atto vandalico si riferivano. Se a questo attimo di pura poesia futurista, di fantasia elettrizzante, di ironia e colore...
...o a questo cesso di snobismo culturale che da mesi ha trasformato uno dei monumenti più belli di Roma nella boutique di Valentino...

Perché l'overdose di manichini impiccati e di plexiglas, dopo aver distrutto l'Ara Pacis con l'ecomostro di Meier, è qualcosa di più di un atto vandalico: è un atto di reiterata imbecillità. E allora, noi che siamo uomini di ordine e legalità concordiamo. Arrestate il vandalo!! Ma arrestate quello giusto. Non quel povero e geniale diavolo che vedete lassù. Parlavamo del vandalo che vedete quaggiù...

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15 ottobre 2007

lanuovastagionepunto(.)it e Finkielkraut

Edward Hopper, Rooms by the Sea, 1951L’Anarca avrebbe voluto scrivere un post sulle primarie del Pd, sul sogno di Veltroni finalmente avveratosi; sulla sua consapevolezza che dopo la caduta del Muro di Berlino "si sarebbe aperto un tempo nuovo, un tempo di ponti e non più di fili spinati"… anche se c'ha messo un po' ad accettarlo… più o meno quando ha capito che i soldi da Mosca non sarebbero più arrivati. Sul bisogno di dire "grazie, grazie, grazie" ai padri storici o meglio ai bisnonni storici di questo nuovo partito (Vittorio Foa) e "ai ragazzi di sedici anni e agli immigrati che sono andati a votare"... sopratutto a quelli che hanno votato 10 volte ciascuno. Sul fatto che c'è "un'Italia nuova, serena che non odia, non urla", non pensa male, non rutta, insomma un'Italia educata e perbene che passa il tempo a sognare mentre gli altri tirano avanti la baracca.
L’Anarca avrebbe voluto scrivere del fatto che già ora il Pd è "il più grande partito d’Italia" e forse d'Europa e forse del mondo, che lui Veltroni fa la fila come gli altri per votare… sennò che democratico sarebbe. Che ora il Pd parlerà il "linguaggio della lotta alla povertà" e lo farà con la signora Bulgari, con Afef, con Milly Moratti, con le mogli dei banchieri e magari anche con Veronica.
Insomma avrebbe voluto scrivere questo cumulo di minchiate ed altre ancora… ma è stato inutile. Ci hanno pensato i fedeli cortigiani del giornalismo italiano. Al diavolo irriverenza e polemica. Dopo aver letto questo articolo di Alessandra Longo su Repubblica l'Anarca ha capito che non c'è nulla di più comico e ridicolo di un giornalista prono davanti ai sui padroni nell'atto di prendere sul serio le cazzate che scrive, prendendo poco sul serio l'intelligenza di chi legge. E ha capito come il servilismo assuma involontari connotati di comicità in un articolo così imbarazzante da imbarazzare pure noi abituati a Emilio Fede. Leggetelo anche voi e poi aiutate Alessandra Longo a raccogliere la lingua da terra.

Però le intuizioni arrivano comunque e gli incontri nella vita si fanno anche con le parole. Ed è capitato che l'Anarca è inciampato nelle parole di una grande intelligenza del nostro tempo, Alain Finkielkraut, che sembrano quasi scritte apposta per questa nuovastagionepunto(.)it e forse lo sono visto che si rivolgono al prodotto più osceno del '68, la generazione dei 50enni che è al potere, figlia di quel relitto di cultura di cui Veltroni è espressione: "Assistiamo all’alleanza tra poeta e burocrate, alla fusione estatica del politichese con l’alfabeto del cuore. Non si riesce più a distinguere il funzionario dal cantautore. La nostra epoca è anche quella in cui tutti dicono la stessa cosa".
Appunto. La nuovastagionepunto(.)it è sbocciata e ha spalancato la porta della nostra speranza. Buona fortuna, ne avremo tutti bisogno...
P.S.: un plauso a Scribacchiature per il post più esilarante su questa puttanata delle primarie.
Immagine: Edward Hopper, Rooms by the Sea, 1951

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11 ottobre 2007

Il Mostro (un racconto con-senso)

Aaaaarghh!!!. Un urlo terrificante scosse la tranquilla notte della paciosa città veltroniana fatta di arcobaleni, zucchero filato e sicurezza sociale. Uaaaargghh!!! Poco dopo un secondo urlo lancinante oscurò la luna e rese tenebroso il mite clima della capitale; la dolce e serena Roma sembrò per un attimo Baghdad. Qualcuno corse a sprangare porte e finestre. Le urla strazianti continuarono… Uuuuaaargh!!! Il timore che qualcosa di orribile stesse accadendo prese il sopravvento all'idea diffusa, e tutto sommato meno inquietante, che fossero le grida disperate di poveri lavavetri che scappavano alle retate dei nuovi sceriffi democratici e progressisti. Al quarto "Uuuuuaaargh" che squarciò l’aria il panico si diffuse; capannelli di persone animarono le strade e, nella suggestione generale, qualcuno giurò di aver visto file di Rom incatenati lungo il Raccordo anulare, deportati in nome del nuovo corso del buonismo interventista.
Ma la verità ricompose presto il senso e la misura delle cose: quelle urla strazianti provenivano dalla casa dell’Anarca. Era successo che l’Anarca aveva intravisto allo specchio il fantasma delle sue paure. Gli incubi che si stavano facendo veri. Quella notte non era riuscito a prendere sonno. Si era girato e rigirato nel letto in preda a visioni terrifiche. Sentiva il suo corpo in fiamme. Era sceso a bere dell’acqua quando ad un certo punto, passato davanti allo specchio… (Aaaaaarghh al solo ripensarci!), aveva visto l’orribile immagine riflessa. Si era voltato di scatto convinto che quell’essere mostruoso fosse dietro di lui. Nulla. Non c’era nessuno. Quell’essere mostruoso era lui. Come poteva essere successo? Quale malvagio incantesimo lo aveva colpito? Lentamente il suo mento si era ingiallito e stava divenendo floscio e lombrichesco, i nei coprivano le sue guance, due spessi occhiali tondi ora erano poggiati sul suo naso, la fronte spaziosa nascondeva flussi di idee, di film, di sceneggiature, di racconti su suicidi e bambini africani. Non era colpa della luna piena. Non era andato a cena con Maria Latella, né aveva fatto un trans-tour con Sircana. C’era una sola possibilità: l’Anarca stava diventando veltroniano.
Erano giorni che l’Anarca non si sentiva bene. Aveva letto l'intervista di Veltroni sulla signora Veronica e anche lui aveva riso a crepapelle a quella cazzata intarsiata di gemme preziose che il futuro uomo nuovo della sinistra aveva detto di Veronica Lario: "in questi anni, ho molto apprezzato la sua discrezione", che detto di una signora che ha sputtanato il marito sulla prima pagina di Repubblica assomigliava dannatamente a una gaffe berlusconiana. Ma proprio questo un po' lo inquietava, questa somiglianza: l’idea che Veltroni fosse in fondo un po' Berlusconi. Insomma era come se lanuovastagionepuntoit avesse mischiato le identità.
L'Anarca, come Zelig, aveva impiegato anni per prendere le sembianze del Cavaliere: la sua bandana, il suo cerone, il suo sorriso smagliante, il doppio petto blu. Ora i simboli della sua simbiotica devozione berlusconiana erano scomparsi. L'Anarca stava subendo una trasmutazione genetica. Si gettò a terra come a rifiutare il Mostro che ormai era in lui e cominciò a ruminare col cervello: nel mondo alla rovescia dei sogni veltroniani, la sinistra cercava di rubare il posto alla destra senza tanti complimenti. Stava succedendo che le ultime gocce del berlusconismo erano ormai risucchiate nell’oceano del veltronismo imperante. Non c'era nulla, più nulla che arginasse la marea montante. In termini di cazzate dette, Veltroni e la nuova sinistra ormai combattevano ad armi pari con il Cavaliere.
Strano paese questo dove si pensava che il berlusconismo fosse morto ed invece si diffondeva a macchia d'olio proprio nel campo di coloro che l’avevano combattuto per anni. La sinistra che denunciava l’uso criminoso della giustizia, l’uso criminoso delle piazze,
l’uso criminoso della televisione, l’uso criminoso dell’immigrazione (meglio se rumena), l’uso criminoso del crimine dopo l’indulto, l’uso criminoso delle votazioni. La sinistra che perseguitava magistrati, giornalisti, immigrati, fuoriusciti per indulto; la sinistra che corteggiava signore borghesi e miliardarie open mind.
Ma c'era un altro vantaggio. Il nuovo berlusconismo di sinistra liberava la destra dalla pressione psicologica di sentirsi impresentabile. Perché, finalmente, anche la sinistra lo era. Certo, Veltroni avrebbe continuato a dire cose che il Cavaliere non si sarebbe neanche sognato: tipo che la solitudine delle vecchiette era anche la sua… ma in cuor nostro sapevamo tutti che col cavolo che Veltroni, come Berlusconi e come la maggiorparte di noi, si sarebbe mai portato a casa una vecchietta sola. E alla fine tutto questo ci tranquillizzava: il miliardario imprenditore che costruiva il Vesuvio in miniatura nel parco della sua villa non era più volgare del sindaco di Roma che comprava casa da un ente pubblico con il 70% di sconto, intestandola alla moglie, mentre nella sua città migliaia di senza tetto e sfrattati avrebbero continuato a votarlo.
Il veltronismo era la malattia senile del berlusconismo. Ma questo non consolava il povero Anarca che stava diventando sempre più lombrichesco e iniziava a citare Olaf Palme, Martin Luther King, Dossetti, Pasolini e Zio Paperone.

Il delirio dell'Anarca aumentava e i suoi pensieri si rincorrevano: i
l mondo alla rovescia avrebbe reso finalmente presentabile Berlusconi l’Impresentabile, non perché ora fosse più presentabile di prima, ma perché il Presentabile per eccellenza (Veltroni), il fascinoso riflessivo sulla pelle degli altri, ora assomigliava sempre più all’Impresentabile. Questa loro comunanza poteve rendere finalmente normale il paese. Ma l'Anarca, che a differenza di Veltroni non era mai stato un alto dirigente del Pci ma Marx l’aveva letto, quella frase sulla storia che si ripete due volte, la prima in tragedia la seconda in farsa, l’aveva sempre fatta sua. Il barbone di Treviri lo aveva detto chiaramente nel suo plamphet contro Luigi Bonaparte. E il berlusconismo di ritorno nelle sembianze di Veltroni era più una farsa che una tragedia… o forse era farsa e tragedia insieme.
C'è una morale in questo tragico racconto. Il volto sfigurato dell’Anarca si accompagnava ai suoi singhiozzi. Quel Mostro davanti allo specchio dava l’amarezza di un mondo al contrario ma forse anche l’ultima sua grande soddisfazione. L’Anarca berlusconiano che si trasformava nel mostro di Veltroni era il segno indelebile di una vittoria. L'Anarca cedeva il suo corpo a Veltroni ma rimaneva berlusconiano. L’estrema grandiosa beffa del Cavaliere; aver berlusconizzato i suoi nemici e, concedendo loro l'illusione di un'immagine, li aveva ridotti definitivamente a sé.

Immagine: Francis Bacon, Ritratto di Michel Leris, 1976

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01 ottobre 2007

Veltroni: la storia di un suicidio e di un'indecenza

E’ il 3 aprile 2006. Matteo Maritano, 16 anni, mamma filippina e papà italiano, si suicida. Apre la finestra della sua stanza e decide di volar giù. Un angelo senza ali e con un buco dentro profondo come la notte. I giornali ne parlano perché il sospetto è che il male da cui abbia voluto liberarsi sia stato indotto. Si parla di bullismo, di pregiudizi, d’intolleranza. Si dice che a scuola venisse preso in giro perché gay anche se non lo era.
Il motivo per cui un ragazzo di 16 anni si getta nel vuoto è cosa che appartiene a quel mistero profondo e pauroso che affonda nella profondità del male… e nella sua banalità. La volgarità del nostro mondo, democratico e tollerante, sta in questa dimenticanza. Nei giorni successivi Matteo diventa il simbolo delle rivendicazioni omosessuali. Diventa la palestra su cui si esercitano i professionisti della morte ad effetto: sociologi, psicologi, omosessualisti in carriera, ispettori ministeriali e giornalisti… soprattutto loro, i giornalisti: dietro l’imbroglio del "diritto di cronaca" che è solo il perverso gioco del rendere banale la vita degli altri, per rendere più sopportabile la propria. A distanza di un anno la Procura di Torino chiude l’indagine e archivia il caso: Matteo non ha subito alcun atto di bullismo. Il suo suicidio non fu spinto da pressioni esterne, né da una sua presunta omosessualità perseguitata.
Immagino che chi sceglie di uccidersi scelga il silenzio, il vuoto, l’ombra, l’angolo più buio. Anche quando la morte è un urlo disperato, una denuncia, una condanna… alla fine racconta un silenzio. Il silenzio di un disagio, di una sofferenza che ricopre la morte e il silenzio dovuto dentro una pietà che dovrebbe accompagnare il pudore di non fare ulteriore violenza a chi compie un gesto definitivo. Perché il senso della vita è dato dalla "possibilità". E chi decide di negare a se stesso il dono della "possibilità" avrebbe bisogno di un "sssssssssssstttttt" lungo quanto i nostri rimorsi. Ma queste sono cazzate per questo mondo che ha bisogno di rumore perché del silenzio ha paura.
E allora, la storia di Matteo non finisce qui. Sul suo corpo straziato arriva la pennellata finale, il tocco dell’artista: e il narcisismo degli uomini colti e per bene si rivela un’altra violenza verso Matteo.
Pochi mesi dopo la sua morte il Corriere della Sera inaugura una collana di scritti: "Corti di carta", brevi racconti che ospitano inediti di grandi autori italiani; e tra questi c’è anche Walter Veltroni con un libello di 54 pagina dal titolo "Aspetta te stesso". L’anarca lo legge con la curiosità che in genere accompagna la sua ingenuità e scopre che la storia che c’è dentro, raccontata con strazio intellettuale, è quella lì. Veltroni ha strappato dalla cronaca una tragedia e un orrore e li ha trasformati nell’ennesima vetrina di malinconia e vanità.
Matteo diventa Giulio. Non è più filippino ma peruviano. Ma c’è il fratello maggiore e un suo diario, c’è la mamma separata e c'è il suicidio; ci sono le motivazioni decise dai giornali ("a scuola dicono che sono frocio!"). C’è l’armamentario del politicamente corretto: il ragazzo aguzzino con il giaccone di pelle nera in realtà mai esistito ma così utile alle coscienze democratiche e antifasciste.
Ora che la storia di Matteo sembra essere riconsegnata alla verità (che non c’è...) l’idea di utilizzare una tragedia, un dolore che umilia tutti noi per raccontarci una storia da Corriere della Sera francamente fa ancora più schifo. Soprattutto quando la fatica letteraria partorita sul corpo straziato e vero di Matteo, è servita a rilasciare interviste idiote sul Corriere Magazine su come fa, il sindaco scrittore, a scrivere tutte queste cose, quale musica ascolta quando cerca l’ispirazione e a quale ora della notte…e via dicendo…
Veltroni usa spesso al morte degli altri per colpire, emozionare; lo fa con i raccontini di 54 pagine…o citando una lettera della "ragazza della mia città" morta a 15 anni di una malattia incurabile per concludere il discorso che lancia la sua candidatura al Pd e far credere che i giovani siano quelli… quando anche lui sa che non lo sono. Perché una ragazza di 15 anni che sta per morire dentro una malattia non è più una ragazza… è altro. Più grande di me e lui messi insieme.
Veltroni usa la morte non per trovare le ragioni su se stesso. Non è un altro modo di comunicare; né l’emergere di un’altra identità, sofferta e nascosta. E’ qualcos’altro. La "necrofilia" di Veltroni serve a mescolare i piani, a confondere il ruolo pubblico e politico con quello privato, facendo si che su di lui i giudizi siano raramente politici (cosa bizzarra per uno che in vita sua ha fatto solo quello).
"Aspetta te stesso" è il marchio d’infamia di un personaggio che non esita a catturare la morte degli altri e rivenderla come un rigattiere di buoni sentimenti. Soprattutto quando la morte è inspiegabile. Dietro il suicidio di un ragazzo, o quello di un musicista (buono per una sceneggiatura ed un film in piena campagna elettorale… ed altri ce ne aspetteranno per le prossime) c'è un Veltroni "necrofilo" che usa la morte degli altri svuotandone il senso e rendendola funzionale ai propri turbamenti, alle nevrosi mai superate. Perchè non serve andare a fondo, provare a indaga i recessi dell’animo, basta limitarsi al "politicamente corretto". Una cosa da vomitare che perdoneremmo a un intellettuale ma non ad un politico.
Bisogna capire questo per capire chi è veramente Walter Veltroni e il suo profondo e infantile egoismo.

Post Scriptum:
L’anarca oggi ha 41 anni ma ricorda come fosse ieri quella sera di 20 anni fa, il rumore ovattato di una corsa al piano di sotto che seguiva un "no" urlato. Quei passi sordi gli rimangono nelle orecchie dopo tanti anni a immaginare la rincorsa presa, quando Marco, 18 anni, decise di volare giù da un sesto piano. Proprio la finestra sotto la sua. L'anarca ricorda lo stupore di tutti e in fondo quel corpo lì, visto dall’alto non sembrava un corpo frantumato nell’orrore di una morte terribile. E ricorda i rimorsi inutili lavati con il senso del destino. Eppoi gli sguardi bassi di quando s’incrociava il padre di Marco in ascensore. Quel non saper cosa dire, non voler dire, lo sperare che l’ascensore arrivasse al piano velocemente per scappare da un uomo inerme perché si ha più paura degli uomini inermi; un padre che avrebbe seguito lo stesso destino qualche anno dopo. Senza volo, con una pistola alla tempia.
L'anarca pensa che il suicidio rende vana la morte non la eroizza. La svuota della sua sorpresa della sua inaspettata presenza. Per questo un suicidio è un oltraggo alla morte. E’ un rifiuto di incontrarla. Il suicidio non è mai un atto di coraggio. E’ la paura di aspettare la morte e la sfida di riempire questo tempo che ci separa da lei con l’amore, la lealtà, l’onore e il coraggio, anche quando a volte si finisce in mezzo alla notte e non ci si fa ad attraversarla.
Per questo la morte cercata avrebbe bisogno di tanto silenzio…

Immagine: Albert Bloch, Attraverso la notte, 1942

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03 settembre 2007

Venditti: il compagno di scuola, compagno per niente...

Scena 1: l’Anarca è nella terra dei Bretti, la verde Calabria indoeuropea per la meritata vacanza piccolo-borghese. La mattina del 20 agosto, tradendo le promesse fatte alla partenza, cede alla tentazione di leggere un giornale e compra il Corriere della Sera ritrovandosi sdraiato in spiaggia a gustarsi la superlativa intervista ad Antonello Venditti sulle primarie del PD. Ognuno dovrebbe fare il suo mestiere e quando un cantante decide di parlare di politica la possibilità che dica stronzate è inversamente proporzionale alla dignità che acquisterebbe con il silenzio. Se poi a parlare è un quasi 60enne bollito che ormai non azzecca una canzone neanche per sbaglio, un senso di pietà ipocrita pervade l’animo dell’insensibile Anarca e lo induce a ritenere la vecchiaia non più una virtù ma una colpa inevitabile. Ma perché, se uno vuole dire cazzate, non apre un blog come ho fatto io, invece di rilasciare interviste?
Sia chiara una cosa, l’Anarca ha amato molto Venditti e forse lo ama ancora: "Roma Capoccia" meriterebbe un posto d’onore tra le canzoni d’autore del secolo. "Modena" è un gioiello inestimabile per l’ammissione sincera ("con le nostre famose facce idiote, eccoci qui") e per l’indimenticabile sax di Gato Barbieri. Eppoi tutte quelle donne, "Lilly", "Sara", "Giulia" che raccontavano amori e drammi, speranze e storie vive. Insomma, dispiace che uno come Venditti venga ricordato solo come "er Mameli della Roma", per quanto, quando la Sud intona imponente "Roma Roma Roma" pure ai tifosi del Liverpool scorre un brivido lungo la schiena.
E allora, passi la chicca su "Roma non è mai stata così bella" come con Veltroni e sulla raggiunta "qualità della vita", negli stessi giorni in cui
Giuseppe Tornatore è stato pestato da tre balordi mentre passeggiava sull'Aventino; u
na piccola défaillance che si perdona ai poeti di corte perchè nessuno sa quanto è faticoso omaggiare il proprio sovrano.
Ma la rivelazione per l'Anarca è stata la vera storia della nascita del Pd. Dice Venditti: "del Pd con Veltroni ne parliamo fin dal 1976". Cazzo! Trentuno anni che ne parlano e ancora lo devono fare. Quando si dice il decisionismo! Siamo a metà degli anni '70 "eravamo a prendere il caffè da Vezio, il bar dietro a Botteghe Oscure. E io chiesi a Walter se non fosse il momento per i riformisti come lui (…) di andare oltre il Pci a costo di uscire dal partito, per costruire un partito nuovo aperto agli altri riformisti laici e cattolici". Niente male per uno che proprio nel 1976 scriveva "Nostra Signora di Lourdes" coglionando il compromesso storico e i primi tentativi di sintesi politica tra cultura comunista e cattolica di sinistra. Memoria corta del cantante bollito che continua: "Veltroni era un po' il nostro piccolo Budda. Quello che in futuro poteva trasformare il Pci a nostra somiglianza: meno settario, lontano da Mosca, attento ai diritti civili". Certo, lontano da Mosca ma ovviamente con i soldi di Mosca che finanziava non solo il partito dove il piccolo Budda lavorava, ma anche le feste dell’Unità dove Venditti andava a cantare. Dopo il 1976 ci fu Solidarnosc in Polonia, piazza Tien Ammen, il Muro di Berlino che crollò portando alla luce l’orrore del comunismo dell’est. Da un poeta cantautore "attento ai diritti civili e lontano da Mosca" uno si sarebbe aspettato negli anni una canzoncina, una strofa, almeno un ritornello su tutto questo. Niente. L’attenzione ai "diritti civili" si limitava alla chiacchierate al bar di Vezio. In compenso una bella canzone contro Berlusconi non poteva mancare nel repertorio del cantautore bollito. Eppoi ovviamente l'outing del bollito corretto: Veltroni "del comunista non aveva proprio nulla. Parlavamo di cinema, di musica e giocavamo a pallone". Non so se mi spiego: giocavano pure a pallone. Come si fa a dire che erano comunisti? E lo stesso Venditti, ovviamente mai stato: "io mi sono sempre sentito sia laico che cattolico". L'Anarca ha chiuso e si è tuffato nelle fresche acque greche di Sibari pensando incuriosito: ma se nessuno nel Pci era comunista, negli anni '70 i comunisti dove stavano? Nella DC?
Scena 2: è il primo settembre e l’Anarca è in fila sulla Salerno-Reggio Calabria. Alla quarta ora di lamiere e di sole implacabile decide di uscire nella Valle di Diano per evitare il termitaio degli autogrill. Approda nel ridente paesino di Sala Consilina in provincia di Salerno e lo scopre tappezzato di manifesti che annunciano il grande concerto di Antonello Venditti e della sua "great band". Un favoloso concerto in occasione della festa patronale della Madonna del Castello a Sala Consilina. Il romantico afflato raccontato al Corriere della Sera ha trovato ora il suo epilogo. Il sogno rivoluzionario è diventato sagra paesana. Dal '76 ad oggi, dal famoso caffè al bar Vezio, l’incontro tra i comunisti mai stati comunisti e i cattolici progressisti mai stati cattolici è finalmente avvenuto nel progetto del grande Partito Democratico. Il piccolo Budda si è reincarnato per la quarta volta, ha raccattato lungo la strada il peggio del cattolicesimo moralista e democratico (da Don Milani a Rosy Bindi) ed è partito alla conquista del mondo senza dimenticare i poteri forti. Il poeta di corte ormai bollito, è passato dalle Feste dell’Unità con Berlinguer alle feste patronali di Sala Consilina: il lungo viaggio verso il PD si è concluso, siamo pronti alla nuova era dei "diritti civili lontani da Mosca". Viene in mente una bellissima canzone di un famoso cantante che piaceva anche a noi e faceva così:
Compagno di scuola, compagno di niente,
ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente…

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23 luglio 2007

i 160 e la politica di Narciso

L’abbiamo aspettato con ansia e puntuale è arrivato; puntuale come le disgrazie. L’immancabile immanchevole appello degli intellettuali e della gente che conta. Per ora sono solo 160 ma presto se ne aggiungeranno altri. Centosessanta nomi dell’Italia più bella, più ricca, più intelligente, più impegnata, più speranzosa che c’è. Tutti con Veltroni; 160 nomi eccellenti che rappresentano il paese migliore, quello che da sempre sta dalla parte del giusto agire e del retto pensare. L’Unità, il quotidiano del fu Antonio Gramsci da Ales, teorizzatore "dell’organizzazione della cultura" l'ha sparato a caratteri cubitali: "L'Italia che conta firma per Veltroni". Come a dire che c’è un'Italia che conta che sta con Walter e un'Italia che non conta un cazzo che sta dall’altra parte. Paradosso di un giornale che una volta era la voce della classe operaia e ora, che l'ha mandata in paradiso a votare per Berlusconi, preferisce essere la voce dell’Italia radical-chic.
Nell'appello ci sono scienziati, giornalisti, imprenditori, preti sociali, sportivi, quasi tutto il PVI (il Partito delle Vedove Illustri)… e poi comici impegnati come Giobbe Covatta, mogli di miliardari come Milly Moratti, autentici self made men come Matteo Montezemolo. Insomma la crème della società; per dirla sempre con l'Unità: "le energie migliori del paese". E attenzione: mancano ancora le truppe cammellate del cinema e dello spettacolo che Veltroni arruolerà a breve con fuochi d'artificio e passerelle hollywoodiane.
L'intento è nobile e ardito: "Fare un'Italia nuova, riunire gli italiani". E per unire gli italiani che si fa? Semplice li si divide tra quelli che contano e quelli che non contano un cazzo. Il ragionamento è chiaro: c'è un'Italia ricca, bella, intelligente, famosa e colta; e un'Italia che non è ricca (o lo è perché ha evaso le tasse), che non è bella (o lo è perché si è rifatta le tette), che non è intelligente, né famosa, né colta. Un’Italia patinata e sorridente che sta con Walter e un’Italia di merda e un po' volgarotta che ovviamente non sta con Walter. Di questa seconda Italia repellente e da rieducare ne faccio parte io, ne fa parte la leggendaria casalinga di Voghera che compra il depilatore coi teleacquisti, l'imprenditore di Treviso che la Mercedes se l'è fatta sfruttando il precariato, il pescatore di Trapani che vota centro-destra perché sicuramente è colluso con la “Cosca della tonnara”, il commerciante di Latina un po' nostalgico che chissà come si è costruito la casetta a Sabaudia vicino al villone della Ferilli.
Il problema è che questi appelli, che a sinistra si sfornano con periodicità maniacale, individuano l'idea giacobina e molto "pol pot" che il popolo vada orientato, stimolato, sollecitato, solleticato da chi ovviamente si pensa abbia l’egemonia morale e intellettuale per farlo. Ed in questo malcelato disprezzo per tutto ciò che sa lontanamente di popolare, spuntano le asperità di quell'intolleranza antropologica che ha permesso al buon Walter, nel suo discorso di Torino, di far sua una cazzata del vecchio Vittorio Foa (non a caso primo firmatario dell’appello): "destra e sinistra? La prima, è figlia legittima degli interessi egoistici dell'oggi. La seconda, è figlia legittima degli interessi di quelli che non sono ancora nati". Come poi la sinistra abbia difeso gli interessi di quelli non ancora nati ce lo fanno vedere le macerie del comunismo e i fallimenti delle socialdemocrazie occidentali (di cui pagheranno il conto le generazioni future). Al contrario, su quanto "egoismo dell'oggi" ci sia nella destra basterebbe che Walter chiedesse al suo amico Blair che ha avuto la fortuna di governare dopo 10 anni di Thatcher o al compañero Zapatero che gli spiega 8 anni di governo Aznar in Spagna.
Per la sinistra post-moderna la politica dev'essere bella, non importa che funzioni, che abbia idee concrete sui grandi temi del mondo, importa che sia una politica che piace alla gente che piace. Sarà la gente che piace con un semplice gesto regale, sigillo di autorevolezza, a imprimere al popolo bue l'orientamento e l'educazione.
Alla destra fino ad oggi è andata bene, perché ogni volta che "l'Italia che conta" è scesa in campo con il suo armamentario di sorrisi patinati e intelligenze comode, l'altra Italia, quella che non conta un cazzo, ha vinto referendum e elezioni e quando le ha perse è stato come se le avesse vinte, dimostrando l’abisso che separa i firmatari degli appelli dal Paese reale. Forse perché Narciso non è mai stato un ottimo politico; e a forza di credere che la politica deve essere bella, a forza di pensare che si può governare un paese semplicemente innamorandosi della propria immagine riflessa sui media o su una maglietta dello stilista leccaculo di turno, si perdono di vista le cose essenziali e anche l’amore diventa in fondo ideologia.
L'euro che intellettuali e vip hanno speso per la cinematografica lezioncina veltroniana su "Cos'è la Politica" ricorda la canzone del grande Liga: "un fascio di luce va dal proiettore per un sogno da 2000 lire". Un euro e un fascio di luce: troppo poco perché Narciso e la sua corte ci riescano a convincere che questa è politica.
Immagine: Caravaggio, Narciso, 1597-1599

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02 luglio 2007

l'imbroglio del "buongoverno veltroniano"

Sidney Goodman, Figures in a landscape, 1973, part.Da quando a Torino è avvenuta la nuova Trasfigurazione del Monte Tabor e il Salvatore è sceso in mezzo a noi a illuminarci, in questo paese parlare di Veltroni e del veltronismo è sempre più difficile. C’è solo un modo per raccontarlo: demitizzare la favola del "buongoverno veltroniano" di Roma che zittisce ogni tentativo di dimostrare la vacuità dei suoi discorsi programmatici fondati sul copia e incolla di vecchi spezzoni sinistri e poche idee innovative di destra.
Lo diciamo da tempo: il "modello Roma" è innanzitutto uno straordinario sistema di potere trasversale e clientelare che tocca interessi forti nella città e non solo ma soprattutto condiziona e imbavaglia i mezzi d’informazione e la capacità critica di chi dovrebbe denunciare i mali che con Veltroni questa città ha visto aggravare. Chi si troverà a governare Roma dopo Veltroni, sia di destra che di sinistra, troverà una città con molti problemi in più e drammi sociali accentuati.
E’ quello di cui qualcuno finalmente si sta accorgendo... ma non in Italia. Dopo il New York Times del Settembre scorso (ne abbiamo parlato qui), qualche giorno fa è stato l’inglese The Independent (come il NYT non sospettabile di simpatie destrorse) a pubblicare un articolo (eccolo!) in cui evidenzia lo stato di impressionante degrado urbano della città governata dal "new emperor" d’Italia; e si domanda come sia possibile che, a fronte di un'eredità così fallimentare del governo della capitale, Veltroni venga dipinto dalla stampa italiana come il "possibile salvatore della nazione". Già come è possibile? Forse perché in Italia questi fallimenti non vengono raccontati. L’analisi continua impietosa sul "Mr. Nice" d’Italia, sullo "squalor and degradation" del suo regno, sul suo buonismo, sul suo uso strumentale dell’immagine: "se c'è un orfano africano in città, Walter Veltroni gli tenderà la mano. Se c'è un caso commovente cui interessarsi o una strada da intitolare, Veltroni troverà il tempo per farlo. Se Woody Allen, Robert de Niro o George Clooney vengono a Roma, un raggiante Veltroni si farà fotografare a loro fianco". E conclude in maniera implacabile: "il successo di Veltroni, in breve, è in quella specialità tutta italiana conosciuta come “bella figura”. Ha fatto grande il look di Roma in televisione – basta che non si facciano domande incisive sulle cose fondamentali. E ci si preoccupi di schivare le buche".
Peter Popham, l’autore dell’articolo, ha raccontato quello che è vietato raccontare. Perchè in questa città si continua a vivere dentro una nuvola soffice, morbida, sospesi tra la terra e il cielo, dentro una sorta di annullamento della realtà che i media favoriscono e alimentano. Il discorso di Veltroni a Torino è l’accreditamento scontato di un'idea della politica che non esiste, che lui non ha mai realizzato ma che proprio per questo si può sognare.
Il paradosso è che il "modello Roma", biglietto da visita mostrato con compiacenza ogni volta che si parla di Veltroni, è raccontato non dalle cose fatte (in 6 anni molto poche) ma dai silenzi attorno ai veri mali di una città che nonostante Valentino, gli amici intellettuali, i giornalisti silenti, ha problemi strutturali che non sono mai stati affrontati, forme di degrado intollerabile e servizi peggiorati. Una città carica di disgregazione sociale, di conflitti, di illegalità tanto da spingere persino gli stessi elettori di sinistra a denunciarlo con imbarazzo.
E allora succede che in questa sospensione della realtà, l’ennesimo scandalo che coinvolge l’AMA (la più importante municipalizzata di Roma, centro del potere economico e politico veltroniano) venga scoperto da un’inchiesta stile "Report", non da qualche giornalista d’attacco, ma da due giovani consiglieri municipali della Destra romana (Francesco Filini e Fabrizio Santori) che armati di videocamere e faccia tosta si sono intrufolati nei depositi, hanno ripreso, documentato, intervistato... e scoperto quello che non doveva essere scoperto.
La video-inchiesta dal titolo Kill'AMA è oggi scaricabile su You Tube (qui e qui) e sarebbe opportuno che si facesse circolare per rendere bene l’idea di cosa è la Roma veltroniana: non una moderna capitale europea ma la caricatura della Roma felliniana (come lo stesso Popham ha evidenziato). E questo scandalo, ancora più indecente perché legato all'aumento delle tariffe sulla raccolta rifiuti imposte da Veltroni (+ 16% per le famiglie e + 30% per le imprese)
per appianare deficit e sprechi vergognosi, in un paese normale spingerebbe perlomeno un sindaco o un assessore competente a dare risposte... ma invece, nella Roma del buongoverno veltroniano e nell’Italia del nuovo Salvatore, si perde dentro i fumi dell’indifferenza giornalistica e dell’opinione pubblica.
Epitaffio di questa ennesimo scandalo sottaciuto del "buongoverno veltroniano", rimane un povero dipendente dell’AMA che di fronte alle incessanti domande dei giovani e improvvisati reporter, non avendo più risposte credibili si è arreso e ha confessato: "Ma quand’è che i romani se romperanno le scatole de 'ste cose e verrano qui a dacce 'na massa de legnate?". Forse quando qualcuno, queste cose, inizierà a raccontargliele... e a raccontarle a tutti gli italiani.

Immagine: Sidney Goodman, Figures in a landscape, 1973, part.

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11 giugno 2007

se io fossi un intelligente leader della sinistra...

Pablo Picasso, Autoritratto, 1972Se io fossi un intelligente leader della sinistra lavorerei per far cadere il governo Prodi, subito. Prima che ci riescano quelli che stanno provando a farci la pelle… e non parlo della destra. Anche se fossi un leader mediamente intelligente farei la stessa cosa. Se fossi un leader stupido invece no; continuerei a fare quello che ho fatto finora: provare a trasformare le mie nevrosi in crisi del paese, arrabattarmi sulle regole di un Partito che nessuno vuole, invece che guardarmi le spalle seriamente da quello che, mentre qui piovono missili, continua a scappare in giro per il mondo tra il Malawi e Ségolène perché ha capito che la sua assenza si nota più della sua presenza. Certo, il problema è come scongiurare le elezioni anticipate. E fin qui la cosa è sacrosanta. Se si dovesse andare al voto oggi il centrosinistra prenderebbe una scoppola tale che non lo risolleverebbe neanche uno strip della Ferilli. Ma lavorare su un Governo tecnico, prima della resa dei conti di Ottobre quando si dovrà dare un senso a quella cosa strana che chiamano Partito Democratico, è l’unica soluzione che appare alla mia intelligenza di leader democratico. Soprattutto ora che è partita l’operazione: “liquidazione DS” e le intercettazioni serviranno a tenere sotto botta Fassino e D’Alema, fino alla proclamazione di Veltroni scelto già nei salotti che contano.
Se io fossi un intelligente leader di sinistra farei questo ragionamento: la nuova primavera dell’Ulivo è andata a farsi fottere. Tra il genio e l’imbecille ha vinto il genio… ovviamente. Se avessimo dato retta a quel geniaccio del Berluska quando ci aveva proposto una Grande Coalizione, dopo quelle elezioni che abbiamo perso pur avendole vinte, ora non staremmo a questo punto (e l'Anarca l'aveva detto!). Avremmo fregato i poteri forti che adesso stanno fregando noi e avremmo ridato peso e valore alla politica invece di sputtanarla in questo modo tanto da far sembrare uno come Montezemolo il moralizzatore dei costumi. Ma siccome non c’abbiamo creduto, siccome abbiamo pensato che il sistema di poteri più o meno occulti che Prodi rappresentava fosse il collante migliore per far diventare intelligenti pure Russo Spena e la Melandri, siccome abbiamo pensato che, imbroglia di qua e incarta di là, avremmo compensato l’assenza di un programma credibile, alla fine al Cavaliere non abbiamo dato retta e abbiamo sbagliato. Ora che quei poteri che ci hanno fatto vincere vogliono la nostra pelle sarà dura resistere. E’ evidente che sul caso Visco l’abbiamo scampata per l’ennesima volta ma solo uno scemo può pensare veramente che si possa continuare ad andare avanti così: bloccando l’attività del Senato per mesi, mettendosi a fare i riti voodoo ogni volta che c’è una votazione, sperando che le bombole di ossigeno mantengano i senatori a vita in vita. Adesso che pure quei crucchi dei tirolesi hanno capito il meccanismo e giocano al rialzo, si può continuare a governare con birra e salsiccia?
In più il quadro è desolante: siamo riusciti a far incazzare tutti, il Paese è allo stremo e non c’è una sola categoria sociale che non speri che schiattiamo e a livello internazionale lasciamo perdere. Eppoi c’è questo problema del PD. Rischiamo di non uscirne vivi. E’ ovvio che Prodi non voglia un leader ma una badante. Se si dovessero fare le primarie ad Ottobre lui non riceverebbe neanche il voto della moglie. Premesso che rischiamo che alle primarie a votare ci torniamo io, Milva, Krizia, forse Renato Zero e magari Massimo Ghini perché secondo me neanche quel bollito di Antonello Venditti si farebbe vedere.
E allora? Allora io, che sono un intelligente leader della sinistra penso che dobbiamo far cadere subito il governo Prodi. Prima delle primarie. Cercare un accordo con la destra per formare un governo tecnico che faccia le riforme e tra un anno e mezzo tornare a votare quando tutti si saranno dimenticati i casini che abbiamo combinato. Anticipare le mosse per cercare di mantenere potere d’interdizione su quei poteri che stanno decidendo per noi. Decretare il nuovo leader a furor di popolo. O meglio far credere al popolo delle primarie che lo decreti; perché in realtà è stato già deciso da Paolo Mieli e da Scalfari, dal patto RCS e da De Benedetti, da Montezemolo e da parte della Confindustria, dall’oscuro potere della finanza italiana e dai poteri forti della finanza internazionale e forse anche da Gianni Letta. A questi poteri serve uno che sciolga la politica nel nulla per poter gestire il paese in maniera più tranquilla; per questo, con i loro giornali e i loro intellettuali, hanno scatenato la favola della crisi della politica. E serve uno che liquidi la sinistra dentro un Partito Democratico che stia a sinistra ma non sia di sinistra. Uno che faccia il politico senza fare politica… che quella la faranno gli altri. L’hanno trovato: "il formidabile Veltroni". Perché per la nuova sinistra servirà un leader col volto pulito, lo sguardo malinconico ma credibile. Uno che sembri fuori dalla palude di questo fallimento, che riesca ad apparire un uomo nuovo anche se nuota in questa palude da 30 anni. E chi meglio di lui può riuscirci? Colui che è diventato sindaco di Roma per un regalo della destra quando era ormai politicamente morto. Uno che per 30 anni ha abitato nei corridoi di Botteghe Oscure ed è riuscito a far credere alla gente di non essere mai stato comunista. Uno che, di fronte alla violenza dilagante a Roma è riuscito a far credere di non esserne il Sindaco, magari facendoci sopra una lezioncina sulla legalità dalle colonne di Repubblica. Insomma mi volete dire che uno così non è il leader adatto per ricostruire una sinistra che non sia più sinistra che vada però bene alla sinistra e anche alla destra che tanto destra non è?
Io dico che se fossi un leader intelligente della sinistra saprei già cosa fare. Peccato che sono solo intelligente…
Immagine: Pablo Picasso, Autoritratto, 1972

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04 maggio 2007

quel minuto di raccoglimento... in Malawi

A tutto c'è un limite. Anche al senso del ridicolo. O almeno dovrebbe esserci; e se non c'è, qualcuno dovrebbe fissarlo. Un codice stradale per limitare l'eccesso di stupidità, perché quando il ridicolo diventa offesa per gli altri dovrebbe essere proibito per legge.
Borgata Fidene, Roma. Funerali di Vanessa Russo uccisa a 23 anni da un balorda rumena in metropolitana per un banale diverbio, mentre andava a lavoro. Un omicidio come ne avvengono tanti in una qualsiasi grande città del mondo dove milioni di persone si accalcano ogni giorno soffocate dallo stress, dallo smog, chiuse nei propri problemi, nelle nevrosi e nelle tensioni. Se lo spazio si restringe l'aggressività aumenta. A New York, a Londra, a Caracas si muore in maniera simile. Insomma, quella di Vanessa potrebbe essere una storia di ordinaria emarginazione se la sua assassina non fosse straniera e se non fossimo a Roma dove l'emarginazione non esiste, dove la violenza sociale è un'invenzione della destra e dove il Comune organizza la "festa del vicino di casa" per promuovere la socializzazione.
A Fidene c'era tanta rabbia giusta e molta rabbia sbagliata; ma questo è lo specchio di una città vera che ogni tanto si sveglia dalla favola arcobaleno che i media raccontano ogni giorno. E' la Roma del disagio sociale, delle borgate, della concentrazione di nomadi più alta d'Europa; della microcriminalità incontrollata meno visibile ma più pericolosa per i cittadini; è la Roma dei vigili urbani che da anni chiedono di andare in giro armati stanchi delle aggressioni e delle violenze ai loro danni; dei parcheggi a pagamento dove paghi il doppio ticket: uno al Comune, l'altro al racket degli abusivi per non farti sfasciare l'auto; dei cinesi che qui sono buoni perché c'è Veltroni e non perché l'Esquilino è diventata una zona franca dove la legalità è sospesa e nessuno si azzarda a far rispettare loro le leggi.
Sotto Borgata Fidene scorre, come un fiume, la via Salaria. Lì, a qualsiasi ora del giorno e della notte, centinaia di bambine (bambine sul serio!!) romene o moldave, battono ai lati della strada, spesso nude. Vittime di un sistema criminale che si regge e si arricchisce sulle nuove schiavitù e sulla tratta di esseri umani. Qualche settimana fa, Rai Educational ha trasmesso un'inchiesta terribile e spaventosa su questo tema intervistando le ragazze della Salaria, nel silenzio assoluto delle istituzioni. Doina, la balorda che ha ucciso Vanessa è una prostituta anche lei; un po' più grande. Ha 22 anni e due figli in Romania. Anche lei è entrata in Italia minorenne.
Ai funerali di Vanessa sono andati anche i politici: il Presidente della Regione Marrazzo e il vice-sindaco Garavaglia. Si sono beccati fischi e insulti, anche più gravi di quelli raccontati dai giornali. E' normale che sia così: il politico diventa il bersaglio da colpire e anche il più facile. Veltroni non c'era. Lui, così onnipresente nelle situazioni dove si piange e in quelle dove si ride, laddove i sentimenti si collezionano come figurine, lui a Borgata Fidene non c'è andato. Era in Africa, nel suo viaggio annuale con le scuole romane e con la corte di scriba di redazione che hanno documentato le strette di mano, gli abbracci, le emozioni e i progetti di cooperazione. Perché la solidarietà è importante sopratutto se la fai portandoti dietro un po' di giornalisti. Il sindaco di Roma ha avuto fortuna, si è salvato dai fischi e dalla rabbia perché l'Africa era lontana. Eppure quei fischi alla sua vice erano in fondo per lui. Veltroni ha fatto dettare alle agenzie il suo immenso dolore, perché il dolore quando è troppo grande va tirato fuori per poterlo meglio elaborare: e cosa c'è di meglio di un'Ansa o di un AdnKronos? "Il sindaco di Roma Walter Veltroni e gli studenti romani hanno osservato un minuto di silenzio in Malawi per Vanessa (...) lungo la strada che porta all'aeroporto di Lilongwe (...) i cento studenti, scesi dai pullman, si sono raccolti in cerchio, al lato della strada, e Veltroni ha spiegato loro che Vanessa Russo "è morta in una circostanza assurda" (...) si sono raccolti in silenzio anche l'assessore alla Scuola del Comune di Roma, Maria Coscia, e il delegato per la cooperazione Giobbe Covatta (Ansa del 2 maggio)". Un minuto di raccoglimento per Vanessa. In Malawi. tutti in circolo con Giobbe Covatta. Tutti in silenzio con gli occhi bassi e addolorati... tranne i giornalisti che avranno scattato le foto e scritto i pezzi.

Ma se Vanessa è morta in una "circostanza assurda" come dice Veltroni, perché lui ha concesso una giornata di lutto cittadino? Anche morire cadendo dalle scale è una circostanza assurda. Forse qualcuno a Fidene avrà pensato che l'Africa non occorre andarla a cercare laggiù. Basta girare per qualche borgata romana dove gli immigrati vivono accampati nelle bidonville e le ragazzine dell'est si vendono ai clienti italiani. Ma quel minuto di raccoglimento in Malawi dettato alle agenzie con spudorata compiacenza dimostra altro.
Veltroni è un nudista dei sentimenti. Un raccapricciante testimone del vuoto della politica. Un giocatore di poker che sa utilizzare il bluff senza scoprirsi mai; un collezionista di gesti simbolici che ha capito che nel mondo dei media questi non hanno valore per la loro straordinarietà, ma per la loro banalizzazione.
Il veltronismo in fondo è questo: un apparire in un necessario bisogno di accettazione, conforto, solidarismo. Un piacere agli altri che in fondo è un piacersi continuo. Non è una nuova politica ma la sua negazione. Se il futuro PD diventerà veltroniano, la sinistra italiana regredirà ulteriormente a una fase addirittura pre-ideologica, peggiore di quella che sta attraversando. Il tuffo dentro un'astrazione che non affronta mai i problemi, ma li mimetizza nei sensi di colpa; non pensa a dare risposte ma a definire antropologie, caratteri e a giocare con la retorica.
Il suo discorso al congresso del Pd è stato emblematico: "Sono di sinistra se di fronte alla solitudine di un'anziana mi accorgo che anche la mia vita perde qualcosa. Sono di sinistra se le rinunce di una famiglia di quattro persone in cui entrano 1.200 euro al mese, rende anche la mia vita più povera. Se l'attesa di mesi di un malato è anche un mio problema, se la disperazione di un contadino del Sud del mondo diventa anche la mia, allora sono di sinistra". Una sotto-ideologia del post moderno che non si preoccupa neanche di analizzare i fenomeni sociali, economici ma solo di drogare i sentimenti, trasformare la realtà in un immaginario a uso e consumo di un sentimentalismo mediatico.
La politica, a volte, può anche accettare di essere amorale quando deve confrontarsi con la realtà e definire conflitti, priorità, gerarchie e scelte. Ma non dovrebbe mai diventare immorale. Quel minuto di raccoglimento in Malawi dettato alle agenzie stampa, mentre a Fidene il dolore vero accompagnava la bara di una ragazza, è un gesto profondamente immorale...

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02 ottobre 2006

roma veltroniana: storie di ordinarie sopraffazioni

La storia è questa: un tizio possiede un capannone di 400 mq in zona S. Lorenzo acquistato attraverso un mutuo, con lo scopo di affittarlo e ricavarci una rendita; insomma, un normale investimento fatto da un privato cittadino, come spesso avviene in una società libera. Il locale è vuoto perché è in attesa di trovare un acquirente per l’affitto.
Un giorno di novembre del 2004, un manipolo di gagliardi giovanotti di Action (l’associazione specializzata in okkupazioni abusive con il beneplacito del Comune di Roma e capeggiata da quel Nunzio D’Erme già consigliere al bilancio partecipato del sindaco Veltroni e messo agli arresti domiciliari per aver svuotato un supermercato), forzano il locale, entrano, lo okkupano e ci fanno l’ennesimo Centro Sociale luogo di retroguardia culturale, sperimentazione, cultura underground, linguaggio in movimento e altre cazzate del genere. Quando il povero tizio va con le chiavi per entrare nella sua proprietà trova le serrature cambiate.
La scena ricorda quella del Marchese del Grillo che in una notte fa costruire un vespasiano sulla porta della bottega di Aronne Piperno l’ebanista e quando il malcapitato va la mattina ad aprire non trova più la bottega ma al suo posto il Marchese nell’eloquente atto di utilizzare il vespasiano; ecco, più o meno la stessa cosa, solo che qui non stiamo nella Roma papalina ma in quella veltroniana e non è un film di Monicelli.
Ora un normale cittadino di fronte ad un'usurpazione del genere ha due possibilità: A) Prendere un lanciafiamme e sgomberare i pezzenti figli di papà che fanno i rivoluzionari con i soldi degli altri. B) Rivolgersi alle forze dell’ordine (che come dice il termine stesso, dovrebbero mettere ordine), ed è quello che ha fatto il tranquillo ed ingenuo cittadino ottenendo la risposta che il problema è politico. Allora l’ingenuo cittadino, che non ha voglia di usare il lanciafiamme ed è anche uno che lavora alla Tesoreria comunale (quindi, si presuppone abbia i giusti canali), si fa ricevere dal vicesindaco di Roma che lo manda a parlare con il capo-gabinetto del Sindaco, che lo manda a parlare con una sua dirigente la quale gli dice che lì, al Comune di Roma (che, per inciso, ha 30.000 dipendenti, senza contare precari e consulenti), hanno altro a cui pensare che queste cazzate, tanto più che pare (è lui stesso che lo dice) che tra gli okkupanti ci sia anche il figlio della dirigente in questione. Allora, l’ingenuo cittadino, va a parlare con l’Assessore al Patrimonio che lo fa parlare con il suo collaboratore. Finalmente trova udienza. L’ingenuo cittadino, per non far affaticare troppo i dirigenti comunali propone anche una soluzione (che non spetterebbe a lui trovare) più o meno dice: “a fianco al mio capannone ce ne è uno vuoto di proprietà del Comune; mandateli lì i fanciulli creativi e ridatemi la roba mia”.
Passa un anno e mezzo e a Luglio del 2005 arriva la soluzione. L’assessore lo convoca e gli dice: “Patteggiamo. Il Comune di Roma ti acquista il locale (ovviamente con lo scopo di darlo agli amiketti di Action che ci faranno un altro grande centro di sottocultura a spese di tutti) e tu ti prendi il locale vicino e visto che è anche più grande ci paghi una differenza sopra”. L’assessore definisce questa operazione una “permuta”. Sarà, ma a me sembra un taglieggiamento in piena regola; un ricatto stile Chicago anni ’30.
L’onesto cittadino accetta per uscire dall’impasse e dopo 7 mesi (siamo a febbraio 2006) il comune di Roma gli manda la letterina con l’accordo da realizzarsi entro 2 mesi. Ne sono passati altri 5 e nulla è stato fatto. L’ingenuo cittadino continua a pagare il mutuo su una proprietà che de facto non è più sua ed in più quasi 5.000 euro di Ici al Comune di Roma. Nel frattempo i fanciulletti rivoluzionari prendono dal Comune di Roma finanziamenti per fare manifestazioni culturali in uno spazio che il Comune sa essere stato usurpato ad un privato.
Questa storia è raccontata nei minimi particolari da Massimo Malpica sulla cronaca di Roma de Il Giornale.
Morale: in un paese in cui un governo ha provato a sovietizzare la Telecom non ci si dovrebbe stupire che l'esproprio proletario diventi legale. Ma per ora ancora non lo è. Nella Roma veltroniana il Comune non solo legittima e finanzia occupazioni di luoghi pubblici (che non vuol dire che sono di nessuno ma al contrario che dovrebbero essere di tutti e non solo degli amici di Veltroni); adesso legalizza anche l'occupazione delle proprietà private. Quando in una città si legalizza l’illegalità qualcosa non funziona. Ma intellettuali e giornalisti non hanno il tempo di dirlo: c’è ancora da presentare il romanzo del sindaco…

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25 settembre 2006

Ara Pacis e New York Times ovvero: schiaffoni a Veltroni

E pensare che appena ieri c’era stata l’ennesima inaugurazione dell’Ara Pacis. Ho perso il conto ma direi che, a occhio e croce, stiamo intorno alle 250 da quando Rutelli sindaco affidò l’opera di sostituzione della bella teca di Morpurgo che raccoglieva l’Ara, all’architetto Richard Meier (ovviamente senza concorso). C’è stata l’inaugurazione per il progetto, l’inaugurazione per la prima pietra, l’inaugurazione per la seconda, l’inaugurazione per la prima vetrata, l’inaugurazione dei cessi, l’inaugurazione dell’inaugurazione, l’inaugurazione del primo restauro prima ancora che fosse finita…e ogni volta giù con fanfare, discorsi, clap clap davanti alle telecamere e agli ossequiosi maggiordomi delle redazioni romane del Corriere e di Repubblica che raccontavano quanto è bello quello scatolone bianco piantato tra il Mausoleo di Augusto e le facciate delle chiese del Valadier.
Ieri non so bene cosa abbiano inaugurato; se il museo, l’auditorium di 200 posti, la fontana esterna attorno alla quale “ragazzi e visitatori potranno trascorrere del tempo” (giuro, parole di Veltroni all’Ansa). Hanno preso l’occasione del 2068° compleanno dell’Imperatore Augusto (che bontà sua l’Altare alla Pace l’aveva costruito senza pensare al casino che avrebbe combinato) per fare un convegno sulla differenza tra pax romana e peace americana. Non è dato sapere cosa Veltroni, Richard Meier e Gianni Borgna abbiano detto su tale impervio argomento ma di sicuro rimane agli atti l’esternazione volgarotta e infelice del sindaco scrittore: “e pensare che c’era chi voleva distruggere tutto, ma ad avere a che fare con gli sventurati bisogna avere solo pazienza”. E di pazienza Veltroni ne deve avere avuta tanta in questi anni, perché la lista degli sventurati è assai lunga. Certo, ci sono i soliti politici dell’opposizione come Fabio Rampelli e Marco Marsilio che da tempo sono impegnati a recuperare i danni di 30 anni di scempi urbanistici di sinistra: dal Parco archeologico di Tor Marancia (dove Rutelli, ecologisti e palazzinari insieme volevano buttare 10 mln di metri cubi di cemento per costruirci una città grande come una provincia), alla riqualificazione di Laurentino 38 (che sta avvenendo per le loro battaglie e con i soldi della vecchia giunta Storace), al tentativo di recupero di Corviale. Ma nella lista degli sventurati il povero Veltroni ha dovuto aggiungere anche altri architetti come Leon Krier, Giorgio Muratore, Federico Zeri, Maurice Culot, Giuseppe Strappa, Massimiliano Fuksas, Cristiano Rosponi. Intellettuali come Vittorio Sgarbi, Mario Luzi, Stefano Zecchi, Alberto Arbasino, Camillo Langone. Gli urbanisti del Prince of Wales Institute che usarono loro per primi la definizione di “pompa di benzina” per descrivere l’aspetto formale del capolavoro.

E oggi, nella lista sempre più lunga di sventurati verso cui il povero Veltroni deve avere tanta tanta pazienza, bisogna aggiungerci anche il New York Times che in questo articolo definisce senza mezzi termini il Museo dell’Ara Pacis: “un flop”… ancora più clamoroso se si considera che il complesso è la prima costruzione di architettura moderna nel centro storico di Roma da mezzo secolo a questa parte. La bocciatura del NYT è netta e senza equivoci: il museo dell’Ara Pacis è l'espressione contemporanea di ciò che può accadere quando un architetto feticizza il proprio stile per autoesaltarsi. Assurdamente in sovrascala, sembra indifferente alla nuda bellezza del tessuto denso e ricco della città che sta intorno. Certo, qualcosa di gradevole c’è: la scala di accesso, le maniglie delle porte, lo sciacquone del bagno…ma il resto è da buttare. Niente male per un'opera costata 16 milioni di euro (oltre il 50% di quanto era stato preventivato) e che ora ne richiederà altri 40 per realizzare il sottopasso al Tevere previsto nel 2008 (non si sa di quale era geologica).
Rimane un senso di amarezza per chi ama Roma, la sua bellezza ed è convinto che sia possibile coniugare tradizione e modernità senza sfregiare la memoria e il fascino con gli ecomostri prodotti dall’arroganza intellettuale della solita cultura salottiera e affaristica che ha devastato questa città. Perché poi i luoghi non li vivono gli intellettuali, né i sindaci scrittori, ma la gente; la stessa che ha lasciato scritto a pennarello sulla recinzione dell’eterno cantiere dell’Ara Pacis: “Benvenuti nel Centro Commerciale!”.

update: sullo stesso tema vedi: "Le città perdute"

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