05 luglio 2011

il piccolo giudice (una storia francese, molto italiana)

Il giudice francese Henri Pascal si troverebbe a suo agio nell’Italia di oggi, quella del circo mediatico-giudiziario, dei processi a mezzo stampa, dei teoremi giornalistici e delle intercettazioni pubblicate senza pudore. Fu lui, già negli anni ’70, ad affermare che “tutto può essere pubblico nel nostro lavoro. Dobbiamo realizzare l’istruttoria e giudicare tutto sotto il controllo pubblico”. Cosa non diversa da quello che sosteneva vent’anni prima il comunista Yves Péron, figura storica della Resistenza francese e già vicepresidente dell’Alta Corte di Giustizia, quando disse che “la giustizia, essendo fatta in nome del popolo, deve funzionare sotto il suo controllo, cioè sotto il controllo dell’opinione pubblica”. Tutto chiaro, tranne una cosa: qual è l’opinione pubblica? E’ ovvio, quella costruita dai giornali e dalla televisione, cioè dalla libera stampa. Quindi, ricapitolando, la giustizia deve essere sotto il controllo dell’opinione pubblica che è sotto il controllo dei media.
Dalla teoria alla pratica: il giudice Henri Pascal fu il protagonista di uno dei fatti di cronaca giudiziaria più controversi della storia di Francia. Nell’aprile del 1972, in un terreno alla periferia di Bruay-en-Artois, cittadina mineraria a nord della Francia, venne ritrovato il cadavere di una quindicenne del luogo, strangolata e mutilata. Sulla base di una testimonianza priva di riscontri oggettivi e contraddittoria, il giudice Pascal incriminò e arrestò il notaio del luogo, Pierre Leroy. In una città di minatori, il notaio rappresentava in qualche modo un potente da abbattere, l’intoccabile contro cui un giudice di provincia di 57 anni, forse un po’ frustrato e molto di sinistra, poteva pensare di costruire la sua immagine di paladino della giustizia pubblica. Il caso divenne immediatamente politico e il notaio Leroy il nemico di classe contro cui scatenare l’odio sociale. Aperta la gabbia mediatica, l’intera vita del notaio-mostro fu divorata dalle iene del giornalismo giustizialista che portarono nell’arena dell’opinione pubblica persino i suoi aspetti più intimi e personali. Il giudice Pascal iniziò ad invadere televisioni e giornali con interviste, dichiarazioni, foto che lo resero un eroe del suo tempo. E quando, dopo tre mesi, il notaio fu scarcerato per l’inconsistenza delle accuse, l’opinione pubblica, sempre quella, si costituì persino in un “Comitato per la verità e la giustizia” (ricorda qualcosa?), con a capo il minatore sindacalista Joseph Tournee, avversario politico di Leroy, che ebbe l’adesione persino di Jean Paul Sartre, il più insulso filosofo del ‘900 ma ottimo movimentatore di coscienze civili.
L’affaire di Bruay-en-Artois inaugurò in Francia quel rapporto perverso tra media e giustizia che ha avuto poi in Italia sviluppi straordinari e aberranti. Se il giudice Pascal avesse dovuto affrontare non un caso di omicidio nella Francia degli anni ’70, ma una lunga e laboriosa indagine nell’Italia degli anni 2000, non si sarebbe fatto pregare nell’uso di intercettazioni e nella loro pubblicazione. Perché la logica perversa di questa cultura ereditata da un’idea di democrazia del controllo, è che la pubblicità di un’indagine sarebbe addirittura garanzia di tutela per l’inquisito. In altre parole, sbattere il mostro in prima pagina è un favore che si fa al mostro per potersi difendere meglio e alla democrazia per meglio essere informata. Se poi domani il mostro non risultasse più tale il problema è solo suo (del mostro ovviamente!). Le idee del giudice Pascal sono identiche a quelle oggi diffuse in Italia dai dispensatori di intercettazioni e dai creativi dei teoremi giudiziari.
Il problema è che il mondo dei media si muove come un grande attrattore capace di manipolare la realtà e trasfigurarla. Una volta che il tuo nome è sparato sui media, dentro contesti precisi, la possibilità di modificare l’immagine è pressoché nulla, se i media stessi non lo vogliono. Daniel Soulez Lariviere, uno dei più prestigiosi avvocati francesi, già negli anni ’90, scriveva che “la verità mediatica resta più forte della verità vera”. E questo vale ancora di più al tempo di internet, dei motori di ricerca che fissano nel tempo la vita delle persone impedendo di modificare giudizi e profili. La presunzione d’innocenza diventa un optional e la garanzia di uno Stato di diritto, che prevede che pubblico sia solo il processo, un passatismo da vecchia democrazia novecentesca superata dalla nuova democrazia mediatica.
Media e giustizia non possono essere considerati ambiti separati ed autonomi l’uno dall’altro. Interagiscono tra loro creando un meccanismo vorticoso di condizionamento reciproco. E così, accade che il magistrato diventi giornalista, diffondendo informazioni che dovrebbero rimanere segrete; e il giornalista si faccia magistrato, mettendosi a costruire teoremi giudiziari sulla base di interessi politici dei grandi gruppi di riferimento o sulla base delle proprie paranoie. Da questo orrore guadagna il magistrato che si trasforma in eroe mediatico aumentando le proprie quotazioni in termini di carriera e protezione corporativa, e guadagna il giornalista, che si trasforma in un segugio ambito da giornali e talk-show. Ma da tutto questo cosa rimane della giustizia e cosa dell’informazione? Nulla.
Henri Pascal era soprannominato, per la sua altezza, “il piccolo giudice”. Sarebbe il magistrato ideale per questa piccola democrazia italiana ostaggio di una giustizia malata e di un giornalismo misero.
© Il Tempo, 1 Luglio 2011

6 Comments:

Blogger Carlos Escamilla said...

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