18 settembre 2010

due pianeti troppo distanti

di Giampaolo Rossi

Una costante di quasi tutte le previsioni è quella di non cogliere nel segno. In questo gioco al bersaglio mancato, spesso sono stati gli intellettuali ad avere la mira più sbagliata. Nel nostro computo decimale del tempo, dieci anni in genere sono un periodo sufficiente per verificare previsioni e analisi. E così dieci anni fa, in Europa, le riflessioni sui temi dell’immigrazione islamica e dell’integrazione svolazzavano ancora sopra scenari idilliaci con inevitabili arcobaleni che si stagliavano su orizzonti pacifici e cieli limpidi. Era il tempo in cui un grande islamista francese come Gilles Kepel veniva osannato in Italia perché rassicurava le anime candide del progressismo multiculturale dicendo che “il ciclo storico dell’islamismo radicale è finito”. Eppure, allora, a qualcuno il sospetto che le cose non sarebbero andate proprio lisce era venuto. In Inghilterra, ad esempio, il rapporto del Census Bureau, che prevedeva entro il 2100 la popolazione bianca britannica divenire minoritaria rispetto a quella di colore, portò il quotidiano The Observer, non certo con simpatie di destra, ad aprire un ampio dibattito culturale attorno ai problemi posti dai flussi migratori non europei sempre più consistenti e alla compatibilità di culture altre con la tradizione culturale e giuridica inglese. Più sommessamente in Italia, il problema del rapporto tra l’immigrazione islamica e la nostra identità nazionale fu posto per primo non da un politico, né da un intellettuale, ma da un “pastore di anime”, una delle più grandi intelligenze che la Chiesa di Roma abbia avuto in dono in questi anni: il cardinale Giacomo Biffi, che in un nota pastorale ricordava che le politiche immigratorie e di integrazione dovevano preoccuparsi seriamente “di salvaguardare l’identità della nazione italiana” e, riferendosi all’Islam, che “non tutte le culture sono conciliabili con la nostra”.
In questi 10 anni abbiamo visto com’è andata: ci sono stati l’11 settembre, la guerra in Afghanistan e in Iraq, le stragi islamiche in Europa, Al Quaeda, il cortocircuito iraniano, la radicalizzazione della lotta terroristica in medio Oriente, l’accentuarsi della persecuzione dei cristiani nei paesi musulmani, le violenze islamiste contro cittadini europei a casa nostra, ma soprattutto l’emergere sempre più evidente di contraddizioni vive nel corpo dell’Europa, dove la convivenza con molti immigrati di religione islamica è iniziata a scricchiolare proprio attorno ai rapporti tra le nostre tradizioni culturali e giuridiche e le loro.
Per questo oggi la decisione del governo francese di aggiungersi al Belgio nel vietare per legge l’utilizzo in luoghi pubblici del burqa e del niqab (il velo che lascia scoperti solo gli occhi) diventa uno spartiacque su questa questione; perché la Francia è la patria europea dei diritti civili e perché il suo peso specifico in Europa è ovviamente diverso. La scelta del governo Sarkozy ha un valore più simbolico che sostanziale, visto che, di fatto, riguarda una fetta assolutamente minoritaria delle immigrate islamiche in Francia (circa 2000, secondo stime del Governo). Ma proprio per la sua carica simbolica, assume un peso dirompente. Innanzitutto per la Francia, perché la stragrande maggioranza di musulmane costrette a portare il burqa risiede nelle grandi città e si concentra nelle zone a rischio delle grandi periferie turbolente abitate in prevalenza da immigrati islamici, dove criminalità, conflittualità sociale e spinte integraliste hanno creato in passato una miscela esplosiva di rivolta. Inoltre perché questa decisione, apre la strada a quella di altre nazioni europee che stanno elaborando normative e leggi analoghe, e tra queste l’Italia.
La scelta francese offre una chiave di lettura nuova per definire la politica da adottare nei confronti di un islam radicale sempre più presente in Europa e pericolosamente sottovalutato dall’opinione pubblica. Il divieto del burqa non è solo una questione di “ordine pubblico” per compiacere l’apolide burocrazia di Bruxelles e la sua ossessiva logica del controllo. La scelta francese abbraccia il problema centrale del nostro tempo: l’affermazione dell’identità nazionale in una moderna democrazia liberale. L’Islam rimane una cultura in conflitto con la modernità. Soprattutto con la nostra modernità, da cui derivano le nostre leggi, la nostra concezione del diritto e della persona. Questa natura irriducibile, che si manifesta, per esempio, nella difficoltà di scindere il dato religioso da quello civico, altera il rapporto di reciprocità tra noi e loro. La possibilità di far crescere anche una cittadinanza europea di religione islamica davvero integrata, passa per la capacità dei governi europei di imporre con forza una sovranità che non è solo legislativa ma culturale, in linea con la nostra tradizione e la nostra identità. Quello che ha fatto Sarkozy.


Il Tempo, 18 Settembre 2010

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12 aprile 2007

e ora il povero Adjmal è diventato… uno di loro

Per un mese è solo "Adjmal l’interprete", il "traduttore" o più semplicemente "l’afghano"; al massimo il compagno di prigionia di Mastrogiacomo. Negli articoli di Repubblica sul rapimento del reporter italiano non si trovano cenni al giornalista afghano, al collega. C’è un’inevitabile gerarchia nei sentimenti e nel coinvolgimento emotivo di una storia drammatica gestita in pessimo modo con un misto di incompetenza, ideologia e irresponsabilità. C’è il giornalista italiano, naturale protagonista della tragedia; eppoi il suo interprete e l’autista come figure minori sulla scena. E’ inevitabile che sia così. L’autista poi è solo una comparsa sparita in fretta e in furia poco dopo che il sipario si è aperto. Di lui rimane, tragedia nella tragedia, il dolore della moglie e la perdita di un bambino ed un video choc che fa il giro del mondo e che forse sta facendo capire anche ai talebani di casa nostra chi sono veramente i talebani di casa loro.
Adjmal no. Lui rimane fino all'ultimo ed oltre: condivide con Mastrogiacomo la paura, la prigionia, i giochi diplomatici e politici, le tensioni; ma è strano che in quei giorni di attesa frenetica, Repubblica non parla mai di due giornalisti rapiti ma sempre e solo del giornalista e del suo interprete. Finalmente, dopo la liberazione di Matrogiacomo, Adjmal si prende la scena... figura minore anche nella retorica del buonismo con la sua gigantografia esposta in Campidoglio solo dopo che Mastrogiacomo è tornato sano e salvo. Ma ancora non è giornalista. Solo quando i talebani fanno rotolare la sua testa sulla sabbia regalandogli non solo la morte ma l’atrocità di quella morte, quelli di Repubblica lo chiamano “il giornalista Adjmal” e “piangono un compagno di lavoro, un collega trucidato”.
Sarà che la morte trasfigura, innalza, paventa similitudini di destino; sarà quel senso di pietas che tocca tutti noi figli di un Occidente terrorizzato e incapace di capire che con questa follia non si scende a patti. Sarà che ricordando Adjmal come un giornalista ora solo ora, qualcuno riconosce che esiste un altro Islam, in Afghanistan e in Iraq e si convince che quelli come Adjmal non li dobbiamo abbandonare.
Sarà tutto questo che ha spinto i giornalisti di Repubblica ha ricordare Adjmal come loro collega, solo dopo la sua morte? Probabilmente si. Ma magari anche un po’ di vergogna e di indicibile senso di colpa...
immagine: Grant Wood, Return from Boemia, 1935, partic.

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10 aprile 2007

terroristi ma nel senso tecnico

"I taliban si sono dunque confermati, all'inizio e alla fine di questo dramma, non solo dei tagliagole ma dei terroristi nel senso tecnico del termine, come avevamo scritto il giorno in cui presero prigioniero Mastrogiacomo.
Ma terroristi fanatici, che credono nella morte come testimone della loro causa, che non hanno una politica diversa dalla jihad, che non sanno mostrare all'occidente - attraverso i reporter che li raggiungono - nient'altro che il filo della loro spada".
Ezio Mauro in un mediocre quanto imbarazzante editoriale su La Repubblica.
Che dire: benvenuti sulla terra compagni! Magari poi ci spiegate come pensate che dei "tagliagole, terroristi fanatici nel senso tecnico del termine" possano sedere al tavolo di una Conferenza internazionale di pace...

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22 settembre 2006

i boy scouts di hezbollah

Da noi, quella dei boy scouts al massimo è storia faunistica: di lupetti, di coccinelle... o se proprio vogliamo andare indietro con la memoria... di uccelli migratori, quei favolosi wandervogel, che proprio boy scouts non erano ma che segnarono un pezzo della cultura tedesca con le loro danze bucoliche e i richiami romantici. Certo, poi arrivò George Bernard Shaw, il dissacratore, e con quella frase indecente sferrò un colpo micidiale all'onore e al prestigio del movimento scoutistico mondiale: i boy scouts sono “bambini vestiti da cretini guidati da cretini vestiti da bambini” disse.
Ma siccome nulla è perduto nel fluire della storia, gli Hezbollah, che sono persone serie e non si vestono da cretini, hanno fatto le cose in grande e senza sconti... altro che chitarre attorno al fuoco o vecchiette cui far attraversare la strada. Hanno fatto un movimento di boy scouts che mette paura (nel vero senso della parola).
Di questa questione se ne era parlato già qualche tempo fa, quando Memri rilanciò in occidente un articolo pubblicato su un settimanale egiziano e relativo alla notizia del reclutamento di 2.000 bambini libanesi (tra i 10 e i 15 anni) addestrati dagli hezbollah per azioni militari; in quell’occasione era comparso il nome degli Scouts dell’Imam Mahdi, il movimento giovanile Hezbollah, attivo in Libano dal 1985.
Ora l'Intelligence and Terrorism Information Center (uno dei think tank del CSS) ha pubblicato un report inquietante (che potete leggere qui in lingua inglese) basato prevalentemente su documentazione sequestrata dalle Forze militari israeliane in Libano durante l'ultima offensiva. Andrebbe letto giusto per capire che forse tra noi e loro qualche differenza c’è (senza voler scandalizzare le anime belle del dialogo senza se e senza ma...).
Oltre 40.000 bambini di età compresa tra gli 8 e i 16 anni di ambo i sessi, divisi in 499 gruppi addestrati alle tecniche militari e educati alla dottrina integralista sciita e all'etica del martirio; si stima che 120 attentati compiuti dagli Hezbollah siano stati effettuati da ragazzi provenienti da questo movimento. Dal diciassettesimo anno di età i giovani scouts vengono integrati tra le milizia del partito armato.
Il richiamo al culto dell’imam Mahdi, l’undicesimo discendente di Maometto scomparso nell’874 che, secondo gli sciiti, tornerà sulla terra per liberare il mondo dal male, è colonna portante della dotrina politica e religiosa dell'attuale leadership iraniana. Non a caso, tra il materiale sequestrato, molto si riferisce al culto della personalità del leader iraniano Al Khamenei.
Ma la cosa che sorprende di più (ma che forse non dovrebbe sorprendere) è che il movimento giovanile agisce sotto l'egida del Ministero per l'Educazione libanese ed è affiliato all'Associazione Scouts Libanesi, integrata nella Federazione Libanese Scouts, a sua volta membro del WOSM (World Organization of the Scout Movement). Non a caso il simbolo degli Scouts di Mahdi è quello proprio dello scoutismo internazionale: il giglio (che Sir Baden-Powell scelse come segno di purezza) ma con qualche variante: due scimitarre ai lati, la mano aperta nel segno del giuramento e la scritta in arabo "obbedienza". Insomma, un’organizzazione di boy scouts
direttamente finanziata da Teheran e che serve a formare martiri per la guerra santa, secondo i dettami della dottrina integralista sciita.
Ora, dato per scontato che Hezbollah non è un gruppo terroristico (lo ha detto il Ministro D’Alema); dato per scontato che il suo leader Nasrallah è un pacato e moderato politico eletto democraticamente (e quindi persona a cui si può stringere una mano senza il rischio di trovarsela sporca di sangue come ci ha spiegato l’on. Diliberto), noi fiduciosi della legalità internazionale e del multilateralismo attendiamo speranzosi che il governo italiano (così attivo finalmente sulla scena internazionale, dopo anni di letargo diplomatico) si faccia promotore di un’iniziativa internazionale congiunta di Unicef, Agesci e Telefono Azzurro… sempre che nel frattempo l’imam Mahdi non sia ritornato sulla terra.

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18 settembre 2006

nostra maxima culpa...

Guido Reni, la Strage degli Innocenti, particolare Anche quando sgozzano Theresia, Yusriani e Alvita perché vanno in una scuola cattolica ... è colpa nostra.
Anche quando promettono il paradiso delle vergini ad un bambino imbottendolo di tritolo... è colpa nostra.
Anche quando tagliano la testa a Nick Berg e ai civili innocenti... è colpa nostra.
Anche quando mettono le bombe nei mercati di Baghdad, nelle stazioni di Madrid e di Londra... è colpa nostra.
Anche quando fanno saltare in aria gli autobus a Gerusalemme... è colpa nostra.
Anche quando fanno il tiro al piccione con i bambini di Beslan... è colpa nostra.
Anche quando uccidono 3.000 persone a New York... è colpa nostra.
Anche quando predicano la follia nelle moschee e nelle piazze piene di fanatismo... è colpa nostra.
Anche quando ci odiano per ciò che siamo... è colpa nostra.
Anche quando incendiano le nostre bandiere, distruggono i crocifissi, devastano le chiese... è colpa nostra.

Anche quando seminano la cultura dell’odio nelle nostre città al sicuro di una libertà che noi garantiamo per loro ma non sappiamo più garantire per noi... è colpa nostra.
Anche quando quello che ha aperto il cuore a Theo Van Gogh dice "lo rifarei di nuovo" ...
è colpa nostra.
Anche quando il 40% dei musulmani inglesi vorrebbe la sharia a Londra... è colpa nostra.

Anche quando offendono e minacciano il Papa per ciò che non ha mai detto nè pensato... è colpa nostra.
Sarò prevenuto, ma mentre m’incolpo di tutto e batto il mio petto laico, incapace di comprendere una tolleranza che assomiglia sempre più a una resa, io sento rulli di tamburi in lontananza... come una tempesta che si avvicina. C’è puzza di una guerra che io non ho mai voluto. Poi però leggo i giornali importanti, ascolto gli intellettuali colti e raffinati, mi affido ai politici democratici e tutti mi dicono: “tranquillo dobbiamo solo dialogare, comprendere, integrare, condividere, immedesimare, rispettare, accettare, farci perdonare…”. Boh! Io continuo a sentire puzza di guerra. Ma non c’è tempo: tutti dentro i propri affari... abbiamo ancora troppe cose da vendere e da comprare, buoni propositi da smerciare a basso costo.
Ma più continuo a battere il mio petto pieno di colpa e più il mio demone incivile mi dice: è una guerra, è una guerra, è una guerra. E allora penso: che si fa in genere in una guerra? O si combatte o si scappa… e noi non stiamo combattendo. Speriamo solo che non ci raggiungano troppo presto.

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14 settembre 2006

magia contro jihad, ovvero del "realismo" dei neo-con

Roberta Pugno, Sciamano, 1996, tecnica mista su cartaEra il 1989, il muro era appena crollato o forse scricchiolava solo, e albeggiava una sensazione strana da … fine della storia. Serge Latouche scriveva: “Il tempo del mondo finito è cominciato, ed è cominciato come fine della pluralità dei mondi. Un solo mondo tende a essere un mondo uniforme. Questa indifferenziazione su scala planetaria è proprio la realizzazione del vecchio sogno occidentale (…) non si tratta di un trionfo dell’umanità, ma di un trionfo sull’umanità”.
Insomma, il One World sembrava a tutti il destino inevitabile, la linea retta ed infinita verso cui le progressive sorti si sarebbero incagliate. Per alcuni era un destino auspicabile, trionfo della civiltà liberista; per altri un incubo orwelliano.
Poi sappiamo come è andata a finire. La storia non si è fermata neanche per un attimo, al massimo ha fatto un pit stop ai box… è via, più veloce di prima. Terrorismo, integralismo, rivoluzioni tecnologiche, scontri di civiltà si, no, forse; l’Europa che c’è, che non c’è e che a volte ce fa; l’Occidente in guerra con se stesso; la Cina che esplode, l’India che gli va dietro, nuovi soggetti e realtà che si agitano nella pista, nuove linee di conflitto e nuove trincee da scavare, insomma…non è ancora suonata la campanella dell’ultimo giro.

Il Weekly Standard, bibbia neo-con, pubblica un articolo di Ralph Peters in cui l’autore analizza il ritorno della religione “come il più importante tra i fattori strategici”; ma il “religioso” di cui parla Peters è il religioso tribale, quello dei culti locali, della magia, delle tradizioni religiose di tipo animista che in Africa ed in Asia sembrano essere un freno all’espansione dell’integralismo islamico.
Peters raccoglie una grande suggestione jüngeriana quando afferma che le foreste, proprio perché custodi della magia (e dei miti), sono avversarie di ogni globalizzazione: “nell’Africa occidentale, l’Islam è stato fermato circa 5 secoli fa quando ha lasciato i deserti e i pascoli per entrare nella foresta africana, potente dominio del magico”. D’altronde anche le grandi distese boscose del nord Europa, piene di druidi e sciamani, rallentarono per secoli l’avanzata del cristianesimo; ma la differenza è che il cristianesimo ha saputo e potuto convivere con la cultura del magico perché il Gesù dei miracoli, che trasforma l’acqua in vino o cammina sulle acque somiglia a uno sciamano più di quanto possa mai assomigliargli Maometto.
Così come, al di sotto delle nuova aristocrazia globale della società trionfante dai grattacieli di Manhattan a quelli di Hong Kong, si muovono nuove resistenze dentro le foreste del moderno, gli immensi spazi urbani delle favelas e delle banlieu dove nuove culture saldano i loro confini; allo stesso modo, al di sotto dell’avanzata imperiosa dell’integralismo islamico in Africa e Asia, resistono i boschi delle tradizioni locali che le persecuzioni jihadiste non riescono a penetrare.
Peters si appoggia ad un realismo amorale tipico del pensiero neo-con: se il religioso è un fattore strategico utilizzarlo contro i nostri nemici diventa essenziale. L’uomo occidentale stenta a capire che in queste culture le pratiche magiche colmano l’assenza di istituzioni civili, economiche e sociali; rispondono alle domande quotidiane oltre la dimensione del senso e della trascendenza che possono essere lasciate alle grandi tradizioni monoteiste. Non bastano gli aiuti militari o umanitari perché when Global Man goes home, the shaman returns". In questa battaglia le nostre convinzioni sulle pratiche magiche contano poco; "ciò che importa è ciò che l’altro uomo crede".
Conclude Peters: "il potere delle credenze locali e delle tradizioni continuerà a frustrare i sogni della società globalizzata e omologata ai nostri stili di vita. Se noi riusciamo a riconoscere e a sfruttare la forza delle usanze locali, possiamo trovare il più potente strumento possibile per contenere la controrivoluzione dei nostri nemici islamisti".
Insomma il One World che spaventava Latouche sembra solo un lontano ricordo; ora molte forze sono in movimento anche in luoghi inaspettati e sotto le più diverse forme; l'idea dello sciamano alleato dell'uomo occidentale potrebbe non essere solo una buona trama per un romanzo.


immagine: Roberta Pugno, Sciamano, 1996

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12 agosto 2006

due video...ed è tutta un'altra storia

Due brevi video pubblicati su Aish.com.
Il primo ricapitola l'intera storia delle foto taroccate e dei media imbroglioni.
Intuitiva la chiusura con la frase di Mark Twain:
"If you don’t read the newspaper, you are uninformed
If you do read the newspaper, you are misinformed".


Il secondo video affronta il conflitto Israele-Libano tra mito e realtà, confutando le accuse e i luoghi comuni.

Open Tracback: Weekend (open) Must-Read List

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27 febbraio 2006

Jihad this!

una volta che anche loro sono d'accordo su questo... iniziamo pure a dialogare!!

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24 febbraio 2006

dialogo, dialogo, dialogo

Chiediamo scusa se vi abbiamo turbato con quelle vignette...


se abbiamo offeso la vostra sensibilità…


toccando le corde di ciò che per voi è più caro…


se abbiamo disprezzato la vostra libertà…


se abbiamo giocato con i vostri sentimenti…


se abbiamo ucciso la vostra speranza…


se abbiamo distrutto la vostra innocenza.


Rispetteremo le vostre convinzioni… perché voi rispettate le nostre.


Noi sappiamo che non c’è uno scontro di civiltà in atto…


perché noi e voi siamo uguali...


lo stesso senso della giustizia…


la stessa attenzione alla dignità umana..


lo stesso rispetto per la diversità...


lo stesso amore per la vita.


Noi difenderemo la vostra libertà di parola e di pensiero…


come voi difendete la nostra…


Ora siamo tranquilli. Il nostro sguardo è sereno e pieno di speranza…


… esattamente come il vostro.


Siamo convinti che solo il dialogo, la solidarietà, la comprensione reciproca, l’integrazione, apriranno un futuro di pace e di convivenza… noi e voi in una sola e grande Umma...



perché in fondo in fondo anche noi, in cuor nostro lo sappiamo: che Allah è grande e misericordioso.

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17 dicembre 2005

immagini che parlano...

Queste immagini parlano... più forte di ogni voce, più a fondo di ogni pensiero. Parlano di donne e di uomini americani... ma potrebbero essere italiani, inglesi, polacchi, australiani...

Queste immagini parlano di speranza...



di amore...


di coraggio...


di dolore...


parlano di gioia...


di orrore e tenerezza...


di preghiera e di amicizia...


di nostalgia...


di sacrificio...


...parlano di tutto ciò che è normale nella vita... ma che dentro una guerra sembra lontano e irreale.

Ora che gli iracheni hanno espresso con un voto il loro desiderio di libertà scoperto come un gusto doloroso e tragico (perché la libertà è sempre un percorso tragico), immagini come queste restituiscono l'unico grazie dovuto a chi tutto ciò ha garantito, costruito, difeso, nell'indifferenza e nell'odio di falsi profeti e cantori di sventura.
All'umile anarca, dal suo spazio irreale, non restano che tre cose:
lanciare il suo diprezzo verso i pacifisti ipocriti che sventolano ancora i loro stracci arcobaleno e le loro bugie al riparo di una libertà che uomini come questi hanno conquistato e difeso per 50 anni;
sperare che l'Iraq libero diventi il simbolo di un orizzonte nuovo che scuota l'Europa dal suo torpore e dal suo egoismo;
raccontare l'orgoglio di appartenere ad un paese, l'Italia, i cui soldati, di questo dono di libertà, sono stati artefici...

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29 novembre 2005

sansonetti tra falluja e jeeg robot

Ho portato mio figlio allo Zoomarine che hanno aperto vicino Roma. C’era lo spettacolo dei delfini che ballavano, saltavano, giocavano a palla. I bambini erano in visibilio. Ad un certo punto mio figlio (che non ha ancora 5 anni) mi ha guardato e mi ha detto: “papà, ma sono veri o sono robot?”. Ho deciso che non deve più guardare cartoni animati giapponesi.
Poi leggo un articolo di Sansonetti su Liberazione di qualche giorno fa. Riguarda Falluja e il servizio di RaiNews24; si chiede del perché di tanto silenzio.
Scrive: “Le prove esibite dalla Rai nel documentario (…) non lasciano dubbi: i cadaveri degli iracheni sono bruciati e quasi squagliati da qualche sostanza che non ha bruciato però i loro vestiti. Cioè, appunto, il fosforo bianco, che agisce attraverso una reazione chimica con l'ossigeno e danneggia e disintegra gli organismi viventi ma non le cose inanimate”.

Penso che anche lui dovrebbe smetterla, alla sua età, di guardare cartoni animati giapponesi.

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03 novembre 2005

ssssst... silenzio... oggi parla lo sdegno

Signore, libera la mia vita
dalle labbra di menzogna,
dalla lingua ingannatrice.
Che ti posso dare,
come ripagarti, lingua ingannatrice?
Frecce acute di un prode,
con carboni di ginepro.
Me infelice: abito straniero in Mosoch,
dimoro fra le tende di Cedar!
Troppo io ho dimorato
con chi detesta la pace.
Io sono per la pace, ma quando ne parlo,
essi vogliono la guerra.
Salmo 120

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01 novembre 2005

iraq, capriole e fattore K

Si può sopportare di tutto, o quasi; si può sopportare che Giovanni Sartori ci parli di ogm, che Celentano balli con Benigni, che Santoro rivoglia il suo microfono, che Enzo Biagi continui a scrivere scemenze…ma che adesso, quel nobile giornale che è l’Unità, accusi il mio Presidente del Consiglio di fare le capriole… questo no, non lo posso proprio sopportare.
Nel marzo del 2003, Paolo Mieli, che ancora non era tornato a dirigere il Corrierone ma si limitava a smistarne la posta, rispondeva ad un lettore che evidenziava la contraddizione di una sinistra che quando sta al governo fa le guerre umanitarie senza l’Onu e quando sta all’opposizione si scopre pacifista, con queste parole: “Attenzione dunque agli argomenti che si usano per muovere obiezione alla guerra in Iraq. E attenzione soprattutto alle capriole. O quantomeno all’eccesso di capriole” . Tana per i caprioloni! La bacchettata a D’Alema e compagni e alla loro ipocrisia era data.
Ora, dopo che Fausto Carioti con la sua solita puntualità svizzera, ha ampiamente sputtanato i grilli parlanti del giornalismo nostrano, a noi non resta che aggiungere alcune semplici considerazioni: Berlusconi ed il governo italiano sono sempre stati contrari alla guerra in Iraq, tant’è che (particolare di non poco conto) noi la guerra non l’abbiamo fatta. Non è un mistero che la diplomazia italiana abbia tentato fino all’ultimo lo spiraglio della risoluzione Onu per legittimare l’intervento appoggiando gli sforzi britannici in tal senso; e che nei mesi precedenti allo scoppio delle ostilità si sia impegnata in un ruolo di mediazione all’interno dell’Unione Europea per cercare di riportare il conflitto perlomeno all'interno di un'operazione Nato. Ma fin dal novembre 2002, Berlusconi dichiarò la propria contrarietà all’invio dei soldati italiani in Iraq e nei giorni convulsi precedenti alla scadenza dell'ultimatum, i giornali italiani erano pieni di titoli sul rifiuto italiano di mandare truppe in Iraq.
Tant'è che il 19 marzo del 2003 il Parlamento italiano votò, NON per la partecipazione o meno dell’Italia alla guerra in Iraq (questione che non era mai stata presa in considerazione dal governo), ma per la concessione all’uso della basi americane in Italia e per il diritto di sorvolo degli aerei della coalizione. Autorizzazione del resto già concessa in Europa anche da quei paesi come Francia, Belgio e Germania che si erano opposti con più veemenza alle scelte dell'amministrazione Bush.

Ora va ricordato che in quella seduta il centorsinistra italiano votò compatto contro. In altre parole, non solo la componente paleocomunista, ma anche la parte riformista e moderata della sinistra, accettò di confondere la legittima opposizione politica alla guerra con una posizione assolutamente antioccidentale in termini strategici che rimetteva in discussione la stessa collocazione atlantica dell'Italia. Furono non pochi gli osservatori che intravidero in questa operazione un pericoloso ritorno di quel fattore K che per decenni aveva condizionato la vita politica italiana, quando le posizioni antioccidentali del PCI impedivano di fatto un'alternanza democratica nel nostro paese. In fondo quest'ambiguità oggi continua: parlare come al Zarqawi e definire i nostri soldati "truppe di occupazione" (dimenticando che sono lì su mandato Onu e su esplicita richiesta di un governo democratico riconosciuto dalla comunità internazionale), chiamare resistenti quelli che mettono bombe nei mercati di Baghdad, decidere di non sfilare per affermare il diritto di Israele ad esistere, sembrano tutti elementi che fanno riflettere sulla possibilità che questo fattore K sia tornato davvero nella sinistra italiana.
Giusto per la cronaca, per i corti di memoria e per i caprioloni estremi e moderati, vale la pena ricordare che dal 1945 ad oggi il nostro Paese ha partecipato attivamente ad un solo conflitto militare… quello contro la Serbia, condotto al di fuori dell’egida Onu. La guerra in Kosovo si realizzò sotto il governo D’Alema ma fu progettata durante il governo Prodi che firmò l'Act Order di impegno iscrivendo il nostro paese tra quelli belligeranti.
Per usare una terminologia cara ai pacifisti come Prodi e D’Alema (quelli del "no alla guerra senza se e senza ma"), potremmo dire che solo una volta l’articolo 11 della Costituzione è stato violato: quando al governo c’erano proprio Prodi e D’Alema…. e questo a proposito di capriole…

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21 ottobre 2005

tilly lo yankee e il silenzio dell'eroe

So che parlare di lui non va più molto di moda. Da quando poi il Comando americano ha confessato che è caduto, certo in combattimento, ma sotto fuoco amico su Pat Tilman, detto Tilly, è scesa un'ombra insieme d'imbarazzo e di cinismo. Eppure è passato appena 1 anno e poco più da quando uno dei più grandi campioni del football americano è morto tra le montagne dell'Afghanistan.
“...io sono stato quello che altri non si sono preoccupati di essere. Io sono andato laddove altri hanno avuto paura di andare e ho fatto quello che altri non sono riusciti a fare. Non ho mai chiesto nulla a coloro che non hanno dato niente...”, così scriveva G.L. Skypeck poeta americano volontario in Vietnam.
Penso che valga la pena continuare a ricordare Pat Tilman e tracciare linee di memoria attorno a ciò che al nostro mondo appare così strano. Tilly nel luglio del 2002, all’età di 25 anni e al culmine della carriera, decise di arruolarsi nei reparti speciali americani, forse per curare la ferita dell’11 settembre, forse semplicemente perché così riteneva giusto fare. Lasciò la fama e tanti tanti soldi: un contratto annuale da 1,2 milioni di dollari con gli Arizona Cardinals di Phoenix, copertine di giornali, articoli, interviste, per lo stipendio di un soldato americano (1.400 dollari) e l’anonimato dell’esercito. Tilly giocava in difesa e nel 2000 era stato premiato come il miglior difensore del campionato americano. Ma dopo l’11 settembre, come ricordava Bob Ferguson il suo manager, “ha pensato che ci fosse qualcosa di più importante da difendere della propria squadra”. Forse ci si può non sorprendere della scelta di questo giovane campione, perché esiste una vecchia tradizione di profondo patriottismo nello sport americano e sopratutto della NFL (la National Football League americana). Durante la seconda guerra mondiale oltre 600 suoi giocatori professionisti servirono l’esercito americano e di questi 90 non tornarono più. Dopo l’11 settembre 2001 la NFL distribuì milioni di bandiere americane ai tifosi in tutto il paese ed il Super Bowls che si svolse a New Orleans quell’anno ebbe una tale carica di patriottismo da imbarazzare anche i più strenui ambienti conservatori.
Forse ci si può abbandonare a interpretazioni psicologiche sull’eccentricità del personaggio, sul suo amore per la sfida, sul fatto che saliva le torri dei riflettori dello stadio per starsene un po’ da solo a meditare.
Forse c’è qualcosa di più profondo che sta cambiando il volto dell’America: un nuovo patriottismo che tocca le generazioni più giovani e attraversa le classi sociali e i sessi. Un nuovo sentimento di appartenenza che l’11 settembre ha rinsaldato e che, differenza dei tempi del Vietnam, spinge giovani non solo della working-class ma anche delle classi medie ed alte (professionisti, laureati) ad arruolarsi nell’esercito; Peggy Noonan ha scritto sul Wall Street Journal “ come diceva una canzone dei tempi del Vietnam, «qualcosa sta succedendo qui». Sempre più giovani uomini e giovani donne di grande talento entrano nelle Forze armate per aiutare il proprio paese e perché, così sembra, lo amano”.

Tilly tornò in una cassa di zinco avvolta in una bandiera americana, anonima tra tante altre bare che spietatamente i giornali di tutto il mondo hanno sbattuto in prima pagina. Continua a sorprendermi il silenzio, l’umiltà, il rigore e la dignità con cui l’America continua ad accogliere i suoi caduti. Sul Daily Guardian, Steve Yuhas ha scritto che “c’è qualcosa di unicamente americano nell’anonimato di queste bare che tornano d’oltremare”. Forse ha ragione e guardandole mi vengono in mente le bare avvolte nel tricolore dei soldati di Nassiriya. C’è stato qualcosa anche di “unicamente italiano” nel dolore dignitoso con cui sono stati accolti i nostri soldati e in quel tappeto di fiori colorati lasciati sulla scalinata dell’Altare della Patria.
La scelta di Pat Tillman, così come l’urlo disperato di Fabrizio Quattrocchi, ci raccontano altre storie che non troveremo mai nel grigiore delle piazze arcobaleno. Tilly lo yankee ricorda un po' Ernst Jünger nelle campagne della Somme “quando la guerra rivelava i suoi enigmi più profondi”; ricorda Hemingway tra i paesi in fiamme della Spagna; ricorda i giovani futuristi italiani tra le trincee della Grande guerra. Vene di follia o atti d’amore disperati, o entrambe le cose, perché i gesti straordinari (quelli che legano amore e follia) sono quelli che si fanno in silenzio in mezzo alle urla del mondo.
Come scriveva Alexander Lernet-Holenia, cantore di un’Europa scomparsa: “Cos’è esattamente la gloria? Il baccano attorno al silenzio di un eroe”.

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