18 aprile 2011

Asor Rosa e le utopie

Non ci provate, a liquidare la questione come un caso di demenza senile. Troppo facile, ora, farlo passare per il nonnetto rincoglionito della famiglia; quello seduto in poltrona con il plaid sulle ginocchia e il cornetto all’orecchio. Quello che quando gli chiedete: “Nonno, hai preso la pasticca?” lui risponde ad alta voce: “Garibaldi era una bella persona!”. Ecco, non ci provate a farci credere che il professor Asor Rosa, nume tutelare del comunismo italiano, sia uno così. Ma state scherzando? Solo perché ha detto che ci vuole uno “stato di emergenza” che, attraverso carabinieri e polizia, “sospenda tutte le immunità parlamentari, restituisca alla magistratura le sue capacità e possibilità di azione, stabilisca d’autorità nuove regole elettorali”, voi lo volete rinchiudere a Villa Arzilla? Non ci provate, perché il prof. Asor Rosa è lo stesso che qualche tempo fa, davanti a tutto il gotha dei vostri più giovani intellettuali (da Ettore Scola a Franco Ferrarotti, da Giorgio Valentini a Walter Veltroni), celebrava l’ultima fatica filosofica di Eugenio Scalfari, che ha dieci anni più di Asor Rosa e parla di sé per parlare di Dio.
Anche perché basta leggere l’intervista che Asor Rosa ha rilasciato sul Manifesto dopo le sue dichiarazioni golpiste, per spiegare meglio quello che Ezio Mauro ha definito “da un punto di vista democratico, tecnicamente un’imbecillità” (ma solo tecnicamente). Un’intervista esilarante in cui ha citato De Gaulle (si, proprio De Gaulle!), passando dal golpismo al gollismo con la facilità con cui Fini è passato dai berretti verdi di John Wayne ai cappellini viola di Di Pietro. Ha detto che questa crisi della democrazia è accaduta perché i partiti comunisti italiani non sono più in Parlamento (sorvolando sul fatto che in Parlamento non ci sono perché la gente non li ha votati). Eppoi ha svelato che il suo era un paradosso, per porre il problema vero: “come si fa ad impedire che la democrazia distrugga se stessa con la forza della maggioranza?” Tecnicamente parlando, per dirla con Ezio Mauro, è semplice: cambiando maggioranza.
Io che non sono un intellettuale, né parlo di me per insegnare a Dio, provo a leggere Asor Rosa dal mio punto di vista, da quello della mia storia personale. E allora mi viene da ricordare che quelli come me la democrazia l’hanno imparata dai bastoni democratici degli antifascisti di papà; quelli che, all’università di Roma, prima andavano a lezione da Asor Rosa e poi venivano ad insegnarci come funzionava la democrazia nata dalla Resistenza nascosti sotto caschi e passamontagna (come è accaduto ancora qualche giorno fa); e alla fine, ci davano pure dei golpisti (cosa che oggi suona molto ironica). E ricordo che noi, giovani studenti di destra, con santa pazienza, molte idee e tanta ironia, avevamo già capito che la democrazia di Asor Rosa e dei suoi nipotini, il loro antifascismo imbalsamato, erano cose troppo seriose per prenderle sul serio.
Oggi che io sono solo un po’ più maturo e Asor Rosa è solo molto, molto più vecchio, mi sorge un sentimento di pietas che allargo a tutti questi grandi vecchi che alimentano l’odio in questo paese: Scalfari, Eco, Dario Fo, Flores D’Arcais, Barbara Spinelli, Furio Colombo e tutti gli altri che sbrodolano giudizi e verità dentro la cloaca mediatica che in-forma questo paese. Forse sono più da compiangere che altro, perché dev’essere veramente brutto invecchiare così male. Nel loro tramonto irrisolto, nel fallimento delle loro utopie dolorose, i grandi profeti di questa sinistra rimangono patetici e consumati testimoni della loro illusione esaurita. Non vanno presi tanto sul serio. Ci pensano da soli a farlo.
© Il Tempo, 18 Aprile 2011
Immagine: Renato Guttuso, I funerali di Togliatti, 1972

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22 dicembre 2010

se la scemenza diventa ideologia

di Giampaolo Rossi
Cosa hanno in comune gli studentelli rivoluzionari che giocano alla guerriglia per strada e un politico di sinistra dal visetto pulito come Dario Franceschini? Cosa hanno in comune gli apprendisti capipopolo che, nell’esclusiva audio pubblicata da Il Tempo, si credono “l’unico motore sociale del Paese” e l’erede di quella sinistra cattolica che ha inventato il fenomeno tutto italiano del cattocomunismo, mettendo insieme Cristo e Marx senza prendere null€a dall’uno, né dall’altro? Una cosa fondamentale: la scemenza trasformata in ideologia. Il problema è che la sinistra che non c’è non è mai quella che vorresti, perché quella che vorresti è esattamente quella che c’è. Altrimenti noi reazionari non potremmo continuare ad avere ragione su tutto. Anche se lo negheranno, e senza bisogno di esame del Dna, i novelli Che Guevara de noantri sono i figli naturali di quelli come Franceschini che continuano a pensare la politica come odio e semplice antitesi.
E allora spieghiamo le motivazioni per le quali Dario Franceschini si merita l’ambita onorificenza di “padre politico della scemenza ideologica”. Qualche giorno fa, come ogni politico progressista di fede obamiana che si rispetti, ha invaso il web con un video su You Tube in cui ha giustificato con un’analisi politica lucida, attuale, quasi moderna, le ragioni di un’alleanza del Pd con il Terzo Polo di Casini Rutelli e Bocchino. E quali sarebbero queste ragioni lucide e moderne? Ovvio, la Resistenza e il movimento partigiano. Franceschini ha detto di aver capito un sacco di cose. Primo, che “è un’idea scema quella che Berlusconi sia invincibile”. Secondo, “che Berlusconi ha dentro di sé pulsioni autoritarie”. Terzo, che con Berlusconi siamo al “livello massimo d’emergenza democratica”. Quarto, che comunque “siamo a un passo dalla fine” del suo sistema di potere. Quinto, che siccome bisogna preoccuparsi perché in questi momenti ci possono essere i colpi di coda, “nei prossimi mesi dovrà essere massima la nostra vigilanza democratica". Sesto, che bisogna ricordarsi che quando “le nostre madri e i nostri padri si trovarono in montagna a fare la Resistenza” non stettero lì a domandarsi se erano comunisti, cattolici, liberali o monarchici (con viva soddisfazione dei comunisti che dopo la guerra, di partigiani cattolici, liberali e monarchici ne poterono far sparire un bel po’ senza che nessuno se ne accorgesse). E allora, basta con le chiacchiere. Diamoci da fare tutti insieme per abbattere la dittatura.
Se Franceschini, oltre a Dossetti e Don Primo Mazzolari, avesse letto Carl Schmitt, capirebbe che una moderna democrazia è tale solo se sa ricondurre il conflitto all’interno di regole precise e condivise, proprio perché i diversi attori appartengono ad una comune dimensione di senso. Qui si fonda il gioco elettorale, la legittimità costituzionale, la sovranità parlamentare, la divisione dei poteri dello Stato. Continuare a raccontare, che un Presidente del Consiglio eletto per tre volte in 15 anni con regolari elezioni, è un corpo estraneo alla democrazia, significa trascinare il conflitto politico al livello estremo nel quale le regole di comune condivisione saltano e le tensioni diventano irriducibili. Questo giustifica la violenza dei giovanotti universitari che nell’audio pubblicato arrivano ad autoassolversi con piroette illogiche tipo: “la vera violenza è quella che sta dalla parte di un governo che consente quello che sta succedendo sul corpo dei migranti, delle donne, i morti sul lavoro, le discariche, i tagli, i licenziamenti”. In realtà, è proprio la politica che espelle l’avversario dalla sua dimensione reale per proiettarla in quella ideologica, ad aprire la porta all’autoritarismo. In parole povere: la vera emergenza democratica è data dalle scemenze che dicono quelli come Franceschini e che gli studenti poi eseguono.
Poi si scopre magari che le motivazioni sono altre e meno nobili. Mario Damilano, attento analista della sinistra radicale, ha scritto che per la dirigenza del Pd “l’antiberlusconismo è di nuovo una virtù per giustificare la fine delle primarie e le alleanze spericolate”. Altro che Resistenza: l’obiettivo è incassare il soccorso centrista, far fuori il popolo delle primarie e scongiurare il rischio che Nichi Vendola le vinca. Scomodare i propri padri partigiani per giustificare questa miseria infastidisce pure noi che alla retorica resistenziale non ci crediamo molto. L’irresponsabilità della classe dirigente del Pd (cui si associano i deliri complottisti della Finocchiaro o le solidarietà per tetti di Bersani) aiuta i giovincelli dalla spranga facile a sentirsi, come dicono loro “un po’ troppo davanti rispetto alla società che fa fatica a seguirci”.
E allora, visto che nel Pd, Matteo Renzi, il giovanotto sindaco di Firenze sepolto sotto la neve, vuole “rottamare” la vecchia classe dirigente, noi gli diamo un consiglio: inizi a rottamare la stupidità, che nel suo partito ce ne è molta. E non ha età.
© Il Tempo, 22 Dicembre 2010

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29 novembre 2010

il populismo del Cavaliere e la politica sui tetti

di Giampaolo Rossi
L’immagine del segretario del Partito Democratico che va per tetti mentre la sinistra italiana è a terra, è un’icona amara, comica e surreale, di ciò che 20 anni di intellettualismo giustizialista e arroganza radical-chic hanno prodotto sulla genìa della classe dirigente politica del vecchio Pci. Schiacciata dal rachitismo intellettuale di Ezio Mauro e dalle paranoie giustizialiste di Travaglio, la sinistra italiana rimane incapace di cogliere l’essenza del berlusconismo e la sua natura, anche solo per provare a rigenerare se stessa. Recentemente, Goffredo Bettini, una delle poche residuali intelligenze politiche che abitano ancora da quella parte, ha riflettuto sulla fase attuale. Il punto di partenza della sua analisi è semplice: il berlusconismo è di fatto un personalismo esasperato che ha concentrato nella persona del premier sia il partito che l’attività del governo. In questa identificazione anche fisica, tra “Stato e corpo del re”, c’è la negazione della complessità moderna della politica e la prossima fine del berlusconismo stesso. Bettini è uno dei fautori, da sinistra, della Santa Alleanza elettorale tra Pd, centristi, finiani e rimasugli di opposizione, con lo scopo di aprire una fase costituente che riporti a un bipolarismo che lui vede ormai perduto. Come si possa arrivare al compimento del bipolarismo italiano attraverso la sua negazione (la Santa Alleanza costituente), Bettini non lo spiega, ma tradisce un clamoroso errore di valutazione quando afferma che, tra i leader che da sinistra oggi si oppongono a Berlusconi, solo Nichi Vendola “ha riscoperto un linguaggio non subalterno alla destra populista”. L’analisi di Bettini cade proprio in questa contraddizione: se il berlusconismo è una forma politica pre-moderna, allora non può essere populista. Di contro, se la destra è populista, allora non può essere pre-moderna. Perché il populismo è oggi un tratto moderno della democrazia, ponendosi come sintesi tra il ruolo di leadership carismatiche e il richiamo all’essenza popolare di movimenti e progetti politici; necessario approccio psicologico alla crisi delle democrazie parlamentari e delle funzioni di delega e rappresentanza su cui esse sono state costruite.
Il populismo di Berlusconi è stato il punto di partenza di quella rivoluzione dolce che, contro il golpe giustizialista del ’92, ha cercato di riconsegnare nelle mani della sovranità popolare una democrazia scippata; per questo è tuttora temuto dai tecnici della politica e dai costruttori senz’anima di immaginari democratici. Perché attraverso di esso, Berlusconi è riuscito a produrre qualcosa di più di una personalizzazione politica; ha riconsegnato il valore della democrazia nelle mani del suo legittimo proprietario: il popolo. Attraverso un bipolarismo sicuramente incompleto (perché ancora costruito sulla contrapposizione a lui, e questo non per sua responsabilità) egli ha ricollegato la politica alla gente attraverso la certezza di essere governati da chi si è scelto. Una novità, per la democrazia italiana. Non l’identificazione del corpo del re con lo Stato, ma l’identificazione del capo con il suo popolo, riuscendo a spezzare i filtri rappresentativi della politica astratta. Con il suo populismo Berlusconi ha saputo parlare agli operai senza bisogno dei sindacati, agli imprenditori senza bisogno della Confindustria, ai professionisti senza bisogno delle associazioni di categoria e alla gente senza passare per il filtro dei media e dei loro manipolatori; e ha costruito una dimensione immaginifica della politica senza bisogno di intellettuali e cantastorie.
E’ proprio questo che non hanno perdonato a Berlusconi: l’aver scardinato quei corpi intermedi cristallizzati che avevano costituito il vero schermo divisorio tra politica e società.
Quelli che prevedono la fine del berlusconismo, in realtà auspicano il ritorno della solita politica da corridoio, tanto cara a Fini, a Bersani, a Di Pietro e a giovanotti come Oscar Luigi Scalfaro. Il motivo è semplice: finché c’è Berlusconi loro, la politica, la possono fare solo sui tetti.
© Il Tempo, 27 Novembre 2010, pubblicato con il titolo "il populismo dei sinistri"

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01 febbraio 2008

Veltroni, un De Martino al contrario

Fairfield Porter, The mirror, 1966
di Giampaolo Rossi
Per la satira di Crozza è l'uomo del "ma anche": una caricatura implacabile che smaschera e ridicolizza quella indecisione ecumenica e l'atteggiamento mentale indotto, "pacatamente e serenamente", a considerare la politica come proiezione di sé, tra indole narcisista e mai sopiti sogni di egemonia. Eppure, paradosso di una politica che non è bella ma spesso beffarda, Walter Veltroni rischia di fallire non per i suoi "ma anche", ma per un "mai più" detto di troppo. Una similitudine inquietante con Francesco De Martino, il leader socialista che guidò alla disfatta il PSI nelle elezioni del 1976. Allora l'Italia usciva dal referendum sul divorzio e dalla vittoria comunista alle regionali del ’75 e sembrava irrimediabilmente attratta a sinistra; la sua formula degli "equilibri più avanzati" lo spinse a innescare la crisi del governo Moro e a spostare verso il Pci un Partito socialista che riteneva esaurita l'esperienza riformista. Coniando lo slogan "mai più senza i comunisti", De Martino affrontò la campagna elettorale andando incontro ad una sconfitta storica: il Psi scese per la prima volta sotto il 10% e per De Martino fu l'inizio della fine. Nel congresso socialista del luglio successivo fu costretto alle dimissioni, cedendo la segreteria ad un giovane Bettino Craxi che aprì la strada alla stagione del vero riformismo socialista.
Dal "mai più senza i comunisti" di De Martino, al "mai più con i comunisti" di Veltroni. La scelta del segretario del Pd di far correre il suo partito da solo "quale che sia la legge elettorale", escludendo a priori l'ipotesi di accordo con la sinistra radicale, sembra proiettare (seppure con intenti opposti) lo spettro dello stesso fallimento. Ed è forse sulla base di questo precedente, che anche dentro il Pd, iniziano a montare le accuse a Veltroni di aver di fatto causato la crisi di governo, con l’intenzione di andare alle elezioni anticipate. Gli "equilibri più avanzati" di Veltroni non sarebbero più quelli di spostare l'asse politico a sinistra, ma al contrario di spostarlo a destra.
Il partito "a vocazione maggioritaria" che Veltroni vorrebbe fondare con il suo "mai più" sancisce non solo la fine del centro-sinistra ma il suo storico fallimento; e l'imbroglio politico e culturale che c'era dietro di esso potrebbe travolgere non solo Prodi, ma anche coloro che in questi anni ne hanno rappresentato la classe dirigente. Forse quello di Veltroni è un atto di coraggio (e sarebbe il primo), forse è un autentico suicidio politico. Ma se si ripensa alla storia di De Martino, il segretario del Pd, per alcuni l’uomo nuovo della sinistra italiana, potrebbe svelarsi molto più vecchio di quello che sembra.
Immagine: Fairfield Porter, The mirror, 1966

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30 gennaio 2008

mangiapreti ma anche baciapile

Francis Bacon, Studio del ritratto di Papa Innocenzo X di Velasquez, 1953
Se i vescovi italiani parlano di aborto, di legge 194, di diritto alla vita, trattasi di ingerenza vaticana in affari di Stato e per il papa laico di Repubblica siamo di fronte a una "offensiva clericale".
Se il vescovo di Roma dice al Sindaco di Roma che Roma fa schifo, il vescovo laico di Repubblica parla di "palese inconsistenza politica e culturale di papa Ratzinger".
Se al contrario, i vescovi italiani consigliano di non indire elezioni e di trovare un accordo, diventano “pezzi da novanta” che appoggiano il capo del Pd, il loro parere viene messo insieme a quello dei due maggiori leader italiani e il papa laico di Repubblica fischietta alzando gli occhi al cielo.
Insomma, per i campioni del laicismo italico, i vescovi devono intervenire nella politica italiana, ma anche non intervenire.
Il veltronismo dilaga…
Immagine: Francis Bacon, Studio del ritratto di Papa Innocenzo X di Velazquez, 1953

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28 gennaio 2008

arieccoli... son tornati i pacifinti!

pacifintiNe sentivamo la mancanza di quelle colorate bandierine arcobaleno. Grandi ideali, parole d'ordine, mobilitazioni di massa, senso comune di un desiderio di pace e libertà che unisce il mondo come l'arcobaleno unisce la terra al cielo. Dio che bello! E che bella stagione quella in cui i balconi delle nostre città erano piene di colori e le parrocchie cattocomuniste sventolavano l’arcobaleno ai piedi di Gesù Cristo (che in fondo è stato o no il primo comunista della storia?). Dio quanto era bello guidare le masse verso l'orizzonte colorato della storia. E se per caso si diventava ministri o presidenti della Camera bastava ridurre l'arcobaleno a una spilletta sul bavero della giacca, come un vezzo un po' snob, come una provocazione da dementi fatta il giorno della sfilata del 2 Giugno, giusto per far capire che non ci si dimenticava del tutto degli allocchi che ci avevano votati e portati al governo; ma vuoi mettere come continuava a battere il cuore per la Pace, anche se costretti sotto il vestito da cerimonia?
Se c’è un'area politica che ha dato il peggio di sé durante questo vergognoso governo, è proprio la sinistra radicale. E l'ha dato perché la capacità di trasformismo, di imbroglio dialettico, di presa per il culo del proprio elettorato è stata la caricatura di quella doppiezza morale che aveva, nella vecchia tradizione comunista, ben più nobili motivazioni. Uno spettacolo talmente indecoroso da far apparire il buon Mastella un esempio di coerenza ideale quasi risorgimentale; e hanno avuto persino il coraggio di massacrare il povero Turigliatto, l'unico che ha provato a mantenere un po' di dignità. Dalla Menapace a Franca Rame e alle sue estenuanti dimissioni, da Pecoraro Scanio a Russo Spena, una gara patetica per giustificare l’ingiustificabile: quello di essere pacifisti all'opposizione e interventisti al governo. Ministri, sottosegretari e deputati che negli anni passati avevano alimentato la peggiore piazza pacifista del mondo, si sono allineati senza battere ciglio alla politica estera di un paese che ha mantenuto le stesse missioni militari del governo di centrodestra (tranne quelle che il governo di centrodestra aveva già deciso di concludere…) contro le quali loro scendevano in piazza e senza più dilaniare le anime belle nei dibattiti intellettuali per capire se i maledetti jihadisti che uccidono i civili in Iraq, in Afghanistan o in Israele dovessero chiamarsi terroristi o resistenti.
Per questo, l'ultimo loro atto è ancora più vomitevole. Nell'ultimo Consiglio dei Ministri, prima del "rompete le righe" di Prodi, i paleantropi della sinistra arcobaleno
hanno votato contro la proroga di quelle missioni militari per le quali si sono sempre espressi a favore quando c'era da difendere le proprie poltrone. Ricordarsi di essere "pacifisti senza se e senza ma" solo quando non si è più al governo ha qualcosa di scandalosamente raccapricciante. Una sorta di vendetta postuma contro il proprio Paese e gli impegni internazionali presi, che conferma cosa diavolo sia questa sinistra senza cervello e senza dignità…

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05 novembre 2007

gli uffici comunali di prodi e quelli di veltroni. Un giallo politico

Ieri chi leggeva Repubblica si trovava in prima pagina questa letterina firmata da Romano Prodi che era meglio di un dvd di Aldo, Giovanni e Giacomo. Sembrava una cosa talmente surreale che all’inizio l’Anarca ha pensato: "cavolo che scherzo gli hanno tirato quelli di Repubblica. Prenderlo per il culo così non è bello, è pur sempre il premier!". Poi se la rileggevi capivi che non era uno scherzo: il capo del Governo di uno dei paesi del G8 aveva scritto una letterina da libro Cuore e l'aveva inviata al principale quotidiano italiano per descrivere com'era bella la vita dell'Italia multietnica da lui governata. Una sitcom girata dentro un ufficio comunale di Bologna: la famigliola dello Sri Lanka, il pensionato, l'impiegata efficiente, i giovani speranzosi, mancava l’omosessuale di turno gentile e sensibile (immancabile nelle fiction che si rispettino) e la sceneggiatura era pronta. In realtà questa lettera appare così cretina e offensiva nei confronti dei cittadini che quotidianamente lottano con le disfunzioni dell’amministrazione pubblica e con i problemi dell'emarginazione e dell'integrazione, che stentiamo a credere che l'abbia scritta Romano Prodi. Magari l'avrà buttata giù il suo ghostwriter… visto che Prodi con i fantasmi ha una certa dimestichezza.
Sulla lettera non c'è molto da aggiungere a quello che Mario Giordano ha scritto su Il Giornale.
Il bello è che il giorno prima, sempre La Repubblica, aveva ospitato in cronaca questo articolo di Gabriele Romagnoli sulla follia di un giorno qualsiasi in uno degli uffici anagrafe del Comune di Roma, dove nel feriale a cavallo di due feste, su 5 impiegati del comune, 1 era in ferie e 4 in malattia; un record ma neanche tanto nella Roma veltroniana dei 30.000 impiegati comunali.
E chi è rimasto in fila a riannodare i propri problemi di sopravvivenza, con il telefonino in mano a cercare di chiamare la redazione di Striscia la Notizia o quella di Report, ha mostrato una rassegnazione che è più di una rabbia.
Il problema è che dopo che hai letto i due articoli, non capisci più quale sia l'Italia vera: quella colorata e arcobaleno descritta da Prodi o quella grigia e esasperata descritta dal malcapitato giornalista di Repubblica; quella reale che sperimentiamo ogni giorno noi o quella bugiarda che racconta Prodi; quella che funziona (forse) a Bologna o quella che non funziona a Roma; quella efficiente di Cofferati o quella furbona e mascalzoncella di Veltroni.

Insomma, un po' di casino questi due racconti te lo creano. Se non altro perche potresti risolvere la questione immaginando che le due Italie convivano; ma se è cosi perché non fare leader del futuro Cofferati al posto di Veltroni?
No, in realta abbiamo capito tutto, noi che siamo intelligenti. Attingiamo alla dietrologia sempre comoda in politica e proviamo a dare a Prodi una maggiore dignità di quanto mostra quella lettera cretina e a Veltroni un'innocenza immeritata: la lettera di Prodi s'inscrive nell'annosa querelle del PD, nel conflitto aperto tra il premier e l'uomo nuovo. Mettiamola cosi: Prodi ha scritto questa letterina, descrivendo l'idilliaco ufficio comunale di Bologna, per sputtanare gli inefficienti uffici comunali di Roma e dimostrare come il modello veltroniano sia un imbroglio. Ma non funziona neanche questo perché così facendo saremmo generosi verso l'intelligenza di Prodi e ingenerosi verso "il modello Roma" di Veltroni che è qualcosa di molto peggio di un imbroglio…

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23 ottobre 2007

Arrestate il vandalo!

Ora che i riflettori si sono spenti, che l’attenzione mediatica è andata scemando, ora lo possiamo dire con forza e convinzione: arrestate quel vandalo!!! Prendetelo e sbattetelo in galera, insieme a lavavetri e immigrati, a compensare il nostro essere di sinistra cosi tanto di destra.
Perché ha ragione quella buona donna del vicesindaco di Roma, Garavaglia: chi ha compiuto quel gesto "è privo non solo di amore per l'arte, ma anche per la città che rappresenta il suo Paese".
E ha ragione anche il sindaco Veltroni, neosegrdelPd, quando ha detto che è stato "un gesto estraneo alla cultura democratica"; mica l'hanno messo ai voti o c'hanno fatto le primarie per deciderlo.
E ha ragione anche il ministro dei beni culturali già sindaco di Roma, Francesco Rutelli, a esprimere "indignazione e preoccupazione per il gesto intollerabile e irresponsabile di vandalismo alla Fontana di Trevi".
E meno male che il sovrintendente La Rocca "accorso immediatamente" ci ha sollevato e rassicurato perché "il danno arrecato non sembra grave".
E ha ragione l'assessore capitolino alla sicurezza Jean Leonard Touadi che ha assistito a tutte le operazioni di pulitura e noi non ci siamo mai sentiti così sicuri a Roma, nonostante i romeni che pestano Sposini. E ha ragione anche l’assessore alla cultura Silvio Di Francia quando ha detto che però resta lo "sfregio a un patrimonio dell'umanità", e lo ha detto (scrive l’Ansa) "scuotendo il capo", e questo scuotimento noi lo facciamo nostro.
E ha ragione persino quell’arzilla vecchietta della Ekberg, risuscitata dalla naftalina, a farsi interprete dello sgomento di noi romani e a dire forte e chiaro che "è stata un’offesa alla città".
Insomma hanno ragione tutti. Ma alla fine non abbiamo ancora capito a quale atto vandalico si riferivano. Se a questo attimo di pura poesia futurista, di fantasia elettrizzante, di ironia e colore...
...o a questo cesso di snobismo culturale che da mesi ha trasformato uno dei monumenti più belli di Roma nella boutique di Valentino...

Perché l'overdose di manichini impiccati e di plexiglas, dopo aver distrutto l'Ara Pacis con l'ecomostro di Meier, è qualcosa di più di un atto vandalico: è un atto di reiterata imbecillità. E allora, noi che siamo uomini di ordine e legalità concordiamo. Arrestate il vandalo!! Ma arrestate quello giusto. Non quel povero e geniale diavolo che vedete lassù. Parlavamo del vandalo che vedete quaggiù...

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15 ottobre 2007

lanuovastagionepunto(.)it e Finkielkraut

Edward Hopper, Rooms by the Sea, 1951L’Anarca avrebbe voluto scrivere un post sulle primarie del Pd, sul sogno di Veltroni finalmente avveratosi; sulla sua consapevolezza che dopo la caduta del Muro di Berlino "si sarebbe aperto un tempo nuovo, un tempo di ponti e non più di fili spinati"… anche se c'ha messo un po' ad accettarlo… più o meno quando ha capito che i soldi da Mosca non sarebbero più arrivati. Sul bisogno di dire "grazie, grazie, grazie" ai padri storici o meglio ai bisnonni storici di questo nuovo partito (Vittorio Foa) e "ai ragazzi di sedici anni e agli immigrati che sono andati a votare"... sopratutto a quelli che hanno votato 10 volte ciascuno. Sul fatto che c'è "un'Italia nuova, serena che non odia, non urla", non pensa male, non rutta, insomma un'Italia educata e perbene che passa il tempo a sognare mentre gli altri tirano avanti la baracca.
L’Anarca avrebbe voluto scrivere del fatto che già ora il Pd è "il più grande partito d’Italia" e forse d'Europa e forse del mondo, che lui Veltroni fa la fila come gli altri per votare… sennò che democratico sarebbe. Che ora il Pd parlerà il "linguaggio della lotta alla povertà" e lo farà con la signora Bulgari, con Afef, con Milly Moratti, con le mogli dei banchieri e magari anche con Veronica.
Insomma avrebbe voluto scrivere questo cumulo di minchiate ed altre ancora… ma è stato inutile. Ci hanno pensato i fedeli cortigiani del giornalismo italiano. Al diavolo irriverenza e polemica. Dopo aver letto questo articolo di Alessandra Longo su Repubblica l'Anarca ha capito che non c'è nulla di più comico e ridicolo di un giornalista prono davanti ai sui padroni nell'atto di prendere sul serio le cazzate che scrive, prendendo poco sul serio l'intelligenza di chi legge. E ha capito come il servilismo assuma involontari connotati di comicità in un articolo così imbarazzante da imbarazzare pure noi abituati a Emilio Fede. Leggetelo anche voi e poi aiutate Alessandra Longo a raccogliere la lingua da terra.

Però le intuizioni arrivano comunque e gli incontri nella vita si fanno anche con le parole. Ed è capitato che l'Anarca è inciampato nelle parole di una grande intelligenza del nostro tempo, Alain Finkielkraut, che sembrano quasi scritte apposta per questa nuovastagionepunto(.)it e forse lo sono visto che si rivolgono al prodotto più osceno del '68, la generazione dei 50enni che è al potere, figlia di quel relitto di cultura di cui Veltroni è espressione: "Assistiamo all’alleanza tra poeta e burocrate, alla fusione estatica del politichese con l’alfabeto del cuore. Non si riesce più a distinguere il funzionario dal cantautore. La nostra epoca è anche quella in cui tutti dicono la stessa cosa".
Appunto. La nuovastagionepunto(.)it è sbocciata e ha spalancato la porta della nostra speranza. Buona fortuna, ne avremo tutti bisogno...
P.S.: un plauso a Scribacchiature per il post più esilarante su questa puttanata delle primarie.
Immagine: Edward Hopper, Rooms by the Sea, 1951

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18 settembre 2007

Grillo e lo scheletro della nuova sinistra

Questa storia di Grillo fascista più che ridicola è demenziale. C'è pure chi ha provato a rispolverare gli articoli del '19 su Il Popolo d’Italia per farne il paragone. Ma il problema non è politico… è estetico. Ma dico io, lo avete guardato bene? Avete studiato Beppe Grillo nella sua forma più informe? Volete mettere quel ditino moralista, quegli occhietti socchiusi, quella vocina striminzita… con i pugni sui fianchi, lo sguardo allucinato e la voce roboante dell’uomo della Provvidenza? State scherzando? Volete paragonare la polo azzurra che malcela il fisico adiposo e stancamente borghese, con la virilità della camicia nera che anticipava di 70 anni lo stile Armani? Siete pazzi!
La politica senza estetica è come una donna senza sensualità. Che sia bella o brutta diventa di poca importanza perché la banalità toglie il gusto del corteggiamento e dell’innamoramento; diventa puro tecnicismo sentimentale e semplice ginnastica erotica. E se togliete alla politica l’estetica, la private di volontà, desideri, voglie proibite. Anche la polemica deve avere un gusto estetico. Perché Polemos ama la bellezza, per questo gli antichi samurai si truccavano prima di ogni battaglia, per sconfiggere la bruttezza di una morte possibile. E allora la polemica senza estetica può essere un simpatico comizietto satirico ma certo non si trasforma in arte guerriera come seppero fare i futuristi.
E allora proviamo a confrontarla questa estetica: da una parte i volti livorosi e arcigni degli sbandieratori del Che, dall'altra le adunate gloriose piene di tricolori e di moschetti. Cavolo che robbbba! Lo stesso senso della presenza tradisce un’estetica diversa: la folla che seguiva il Duce s’inebriava nel sogno della grandezza d’Italia. La folla che segue Grillo al massimo sogna una pensione minima. Particolare di non poco conto, perché ha un valore estetico anche la massa: e dietro la pelata del Duce c’era una generazione ardita e legionaria plasmata nelle trincee della Grande Guerra; invece, se spostate quel cespuglio grigio di forfora e ricci ci trovate una generazione stanca e annoiata di studentelli del Mamiani, di cannaroli dei Centri sociali, di falliti del ’77, di frustrati sindacalizzati. Altra roba, altra bellezza.
Eppoi l’estetica dell’antipolitica, l’arte di una retorica trasformata in misera battuta. Ma per favore, siate seri! Dietro il giovane Mussolini c’era il sindacalismo rivoluzionario… il movimentismo … un cerchio di fuoco tra Sorel e Alceste De Ambris. Qui ci trovate il marciume del sindacalismo passatista… tra Cremaschi e Epifani.
Eppoi l’estetica del pensiero… altro che: prima di Giovanni Gentile (scusate se e’ poco) c’erano D’Annunzio, Pirandello, Marinetti e l’energia futurista. Dietro Grillo ci sono Sabina Guzzanti e Di Pietro.
No, niente eterno ritorno. La riflessione è più bassa e riguarda la crisi isterica di questa sinistra di fronte a un fenomeno prevedibile ed arginabile. E forse l’importanza eccessiva che si sta dando ad un fenomeno da baraccone è il segno del terrore con cui una classe dirigente vede le rughe comparire sul volto che si pensava intoccabile dal tempo. Una sorta di ritratto di Dorian Gray conservato in soffitta che improvvisamente disegna il tempo trascorso nell’incantesimo dell'immutabilità lanciato da incantatori intellettuali e potenti maghi del potere. Altro che l’immortalità del Cavaliere.
La sinistra ha imbalsamato la propria classe dirigente per passare indenne attraverso gli ultimi 30 anni di storia: gli anni che hanno cambiato il mondo. La stessa classe dirigente che ha attraversato Pci, Pds, Ds, Ulivo, Unione, falci, martelli, querce, arcobaleni… sempre gli stessi baffi, gli stessi nei, gli stessi sguardi smorti, le stesse sedute spiritiche; dai soldi sovietici a tangentopoli, dall’Iri alla Telecom, dalle bombe umanitarie in Kossovo al pacifismo militante in Iraq, senza mai un pentimento, un ripensamento, un obbligo di rendere conto degli errori commessi, una riflessione seria e dignitosa che provasse a capire come cambiava il mondo. E oggi questa classe dirigente legge la sua incapacità culturale di dare risposte vere ai problemi posti da questa fase della post-modernità. Risposte vere, non lezioncine retoriche sulla “bella politica”.
Beppe Grillo è solo il melanoma sulla pelle di una sinistra malata che pretende di insegnare la bella politica ma è troppo brutta per essere credibile. Una metastasi in un organismo fiaccato dall’eccesso di cazzate e ideologia. Uno schiaffone in faccia a chi crede che basta imbrogliare i sogni con la solitudine delle vecchiette e i bambini africani. Grillo è lo specchio di un fallimento generazionale, travolto dalla pretesa arrogante di essere “antropologicamente superiori” per poi scoprirsi come gli altri… e forse peggio; è un problema tutto interno alla sinistra, perché questa crisi della politica è essenzialmente la crisi di una cultura politica: quella post-comunista e del cattolicesimo democratico. L’imbroglio intellettuale che ha governato e governa con i suoi spasmi, i centri nevralgici del potere politico, economico e culturale. L’antipolitica di Grillo si limita a giocherellare con il teschio di una classe politica che non sa di essere morta.
La guerra asimmetrica di Grillo rende inefficace la sinistra, non la politica. Travolge il suo elettorato, alimenta le delusioni di quella nuova primavera ulivista che poteva esserci solo nelle fantasie dei più ingenui. Umilia una classe dirigente incapace che ha cercato il potere senza avere alcun progetto ma solo tanto odio verso il suo avversario di cui temeva proprio la vitalità e l’impressionate e indomita freschezza.
Ma è una parentesi breve, una scossa di terremoto che lascerà un po’ di macerie e qualche pavone intellettuale sotto. Non ce ne dispiacerà ma non è questo che segnerà un cambiamento. Lo attendiamo dentro un progetto che sappia parlare il linguaggio delle nuove sfide: identità, legalità, autorità; non la caricatura reazionaria di chi, per esempio, ha imposto l’ipocrisia di un solidarismo ideologico e buonista verso gli immigrati per poi ridursi a arrestare i lavavetri o a cercare di cacciare gli zingari da Roma dopo averla trasformata nel campo nomadi d’Europa. Schizofrenie! Ma la certezza di uno Stato in grado di imporre fermezza e regole certe a chi viene a casa nostra, anche con il coraggio di concedere diritti di voto a chi queste regole le rispetta.
Nell’attesa che qualcosa di nuovo batta, ci sarà solo il tempo di raccogliere i pezzi con la magra consolazione che ogni “grillata” è un mattone in testa al progetto del Partito Democratico e all’arroganza di questa nuova e già vecchia sinistra…
Immagine: Magnus Enckell, il ragazzo e il teschio, 1893

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03 settembre 2007

Venditti: il compagno di scuola, compagno per niente...

Scena 1: l’Anarca è nella terra dei Bretti, la verde Calabria indoeuropea per la meritata vacanza piccolo-borghese. La mattina del 20 agosto, tradendo le promesse fatte alla partenza, cede alla tentazione di leggere un giornale e compra il Corriere della Sera ritrovandosi sdraiato in spiaggia a gustarsi la superlativa intervista ad Antonello Venditti sulle primarie del PD. Ognuno dovrebbe fare il suo mestiere e quando un cantante decide di parlare di politica la possibilità che dica stronzate è inversamente proporzionale alla dignità che acquisterebbe con il silenzio. Se poi a parlare è un quasi 60enne bollito che ormai non azzecca una canzone neanche per sbaglio, un senso di pietà ipocrita pervade l’animo dell’insensibile Anarca e lo induce a ritenere la vecchiaia non più una virtù ma una colpa inevitabile. Ma perché, se uno vuole dire cazzate, non apre un blog come ho fatto io, invece di rilasciare interviste?
Sia chiara una cosa, l’Anarca ha amato molto Venditti e forse lo ama ancora: "Roma Capoccia" meriterebbe un posto d’onore tra le canzoni d’autore del secolo. "Modena" è un gioiello inestimabile per l’ammissione sincera ("con le nostre famose facce idiote, eccoci qui") e per l’indimenticabile sax di Gato Barbieri. Eppoi tutte quelle donne, "Lilly", "Sara", "Giulia" che raccontavano amori e drammi, speranze e storie vive. Insomma, dispiace che uno come Venditti venga ricordato solo come "er Mameli della Roma", per quanto, quando la Sud intona imponente "Roma Roma Roma" pure ai tifosi del Liverpool scorre un brivido lungo la schiena.
E allora, passi la chicca su "Roma non è mai stata così bella" come con Veltroni e sulla raggiunta "qualità della vita", negli stessi giorni in cui
Giuseppe Tornatore è stato pestato da tre balordi mentre passeggiava sull'Aventino; u
na piccola défaillance che si perdona ai poeti di corte perchè nessuno sa quanto è faticoso omaggiare il proprio sovrano.
Ma la rivelazione per l'Anarca è stata la vera storia della nascita del Pd. Dice Venditti: "del Pd con Veltroni ne parliamo fin dal 1976". Cazzo! Trentuno anni che ne parlano e ancora lo devono fare. Quando si dice il decisionismo! Siamo a metà degli anni '70 "eravamo a prendere il caffè da Vezio, il bar dietro a Botteghe Oscure. E io chiesi a Walter se non fosse il momento per i riformisti come lui (…) di andare oltre il Pci a costo di uscire dal partito, per costruire un partito nuovo aperto agli altri riformisti laici e cattolici". Niente male per uno che proprio nel 1976 scriveva "Nostra Signora di Lourdes" coglionando il compromesso storico e i primi tentativi di sintesi politica tra cultura comunista e cattolica di sinistra. Memoria corta del cantante bollito che continua: "Veltroni era un po' il nostro piccolo Budda. Quello che in futuro poteva trasformare il Pci a nostra somiglianza: meno settario, lontano da Mosca, attento ai diritti civili". Certo, lontano da Mosca ma ovviamente con i soldi di Mosca che finanziava non solo il partito dove il piccolo Budda lavorava, ma anche le feste dell’Unità dove Venditti andava a cantare. Dopo il 1976 ci fu Solidarnosc in Polonia, piazza Tien Ammen, il Muro di Berlino che crollò portando alla luce l’orrore del comunismo dell’est. Da un poeta cantautore "attento ai diritti civili e lontano da Mosca" uno si sarebbe aspettato negli anni una canzoncina, una strofa, almeno un ritornello su tutto questo. Niente. L’attenzione ai "diritti civili" si limitava alla chiacchierate al bar di Vezio. In compenso una bella canzone contro Berlusconi non poteva mancare nel repertorio del cantautore bollito. Eppoi ovviamente l'outing del bollito corretto: Veltroni "del comunista non aveva proprio nulla. Parlavamo di cinema, di musica e giocavamo a pallone". Non so se mi spiego: giocavano pure a pallone. Come si fa a dire che erano comunisti? E lo stesso Venditti, ovviamente mai stato: "io mi sono sempre sentito sia laico che cattolico". L'Anarca ha chiuso e si è tuffato nelle fresche acque greche di Sibari pensando incuriosito: ma se nessuno nel Pci era comunista, negli anni '70 i comunisti dove stavano? Nella DC?
Scena 2: è il primo settembre e l’Anarca è in fila sulla Salerno-Reggio Calabria. Alla quarta ora di lamiere e di sole implacabile decide di uscire nella Valle di Diano per evitare il termitaio degli autogrill. Approda nel ridente paesino di Sala Consilina in provincia di Salerno e lo scopre tappezzato di manifesti che annunciano il grande concerto di Antonello Venditti e della sua "great band". Un favoloso concerto in occasione della festa patronale della Madonna del Castello a Sala Consilina. Il romantico afflato raccontato al Corriere della Sera ha trovato ora il suo epilogo. Il sogno rivoluzionario è diventato sagra paesana. Dal '76 ad oggi, dal famoso caffè al bar Vezio, l’incontro tra i comunisti mai stati comunisti e i cattolici progressisti mai stati cattolici è finalmente avvenuto nel progetto del grande Partito Democratico. Il piccolo Budda si è reincarnato per la quarta volta, ha raccattato lungo la strada il peggio del cattolicesimo moralista e democratico (da Don Milani a Rosy Bindi) ed è partito alla conquista del mondo senza dimenticare i poteri forti. Il poeta di corte ormai bollito, è passato dalle Feste dell’Unità con Berlinguer alle feste patronali di Sala Consilina: il lungo viaggio verso il PD si è concluso, siamo pronti alla nuova era dei "diritti civili lontani da Mosca". Viene in mente una bellissima canzone di un famoso cantante che piaceva anche a noi e faceva così:
Compagno di scuola, compagno di niente,
ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente…

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11 giugno 2007

se io fossi un intelligente leader della sinistra...

Pablo Picasso, Autoritratto, 1972Se io fossi un intelligente leader della sinistra lavorerei per far cadere il governo Prodi, subito. Prima che ci riescano quelli che stanno provando a farci la pelle… e non parlo della destra. Anche se fossi un leader mediamente intelligente farei la stessa cosa. Se fossi un leader stupido invece no; continuerei a fare quello che ho fatto finora: provare a trasformare le mie nevrosi in crisi del paese, arrabattarmi sulle regole di un Partito che nessuno vuole, invece che guardarmi le spalle seriamente da quello che, mentre qui piovono missili, continua a scappare in giro per il mondo tra il Malawi e Ségolène perché ha capito che la sua assenza si nota più della sua presenza. Certo, il problema è come scongiurare le elezioni anticipate. E fin qui la cosa è sacrosanta. Se si dovesse andare al voto oggi il centrosinistra prenderebbe una scoppola tale che non lo risolleverebbe neanche uno strip della Ferilli. Ma lavorare su un Governo tecnico, prima della resa dei conti di Ottobre quando si dovrà dare un senso a quella cosa strana che chiamano Partito Democratico, è l’unica soluzione che appare alla mia intelligenza di leader democratico. Soprattutto ora che è partita l’operazione: “liquidazione DS” e le intercettazioni serviranno a tenere sotto botta Fassino e D’Alema, fino alla proclamazione di Veltroni scelto già nei salotti che contano.
Se io fossi un intelligente leader di sinistra farei questo ragionamento: la nuova primavera dell’Ulivo è andata a farsi fottere. Tra il genio e l’imbecille ha vinto il genio… ovviamente. Se avessimo dato retta a quel geniaccio del Berluska quando ci aveva proposto una Grande Coalizione, dopo quelle elezioni che abbiamo perso pur avendole vinte, ora non staremmo a questo punto (e l'Anarca l'aveva detto!). Avremmo fregato i poteri forti che adesso stanno fregando noi e avremmo ridato peso e valore alla politica invece di sputtanarla in questo modo tanto da far sembrare uno come Montezemolo il moralizzatore dei costumi. Ma siccome non c’abbiamo creduto, siccome abbiamo pensato che il sistema di poteri più o meno occulti che Prodi rappresentava fosse il collante migliore per far diventare intelligenti pure Russo Spena e la Melandri, siccome abbiamo pensato che, imbroglia di qua e incarta di là, avremmo compensato l’assenza di un programma credibile, alla fine al Cavaliere non abbiamo dato retta e abbiamo sbagliato. Ora che quei poteri che ci hanno fatto vincere vogliono la nostra pelle sarà dura resistere. E’ evidente che sul caso Visco l’abbiamo scampata per l’ennesima volta ma solo uno scemo può pensare veramente che si possa continuare ad andare avanti così: bloccando l’attività del Senato per mesi, mettendosi a fare i riti voodoo ogni volta che c’è una votazione, sperando che le bombole di ossigeno mantengano i senatori a vita in vita. Adesso che pure quei crucchi dei tirolesi hanno capito il meccanismo e giocano al rialzo, si può continuare a governare con birra e salsiccia?
In più il quadro è desolante: siamo riusciti a far incazzare tutti, il Paese è allo stremo e non c’è una sola categoria sociale che non speri che schiattiamo e a livello internazionale lasciamo perdere. Eppoi c’è questo problema del PD. Rischiamo di non uscirne vivi. E’ ovvio che Prodi non voglia un leader ma una badante. Se si dovessero fare le primarie ad Ottobre lui non riceverebbe neanche il voto della moglie. Premesso che rischiamo che alle primarie a votare ci torniamo io, Milva, Krizia, forse Renato Zero e magari Massimo Ghini perché secondo me neanche quel bollito di Antonello Venditti si farebbe vedere.
E allora? Allora io, che sono un intelligente leader della sinistra penso che dobbiamo far cadere subito il governo Prodi. Prima delle primarie. Cercare un accordo con la destra per formare un governo tecnico che faccia le riforme e tra un anno e mezzo tornare a votare quando tutti si saranno dimenticati i casini che abbiamo combinato. Anticipare le mosse per cercare di mantenere potere d’interdizione su quei poteri che stanno decidendo per noi. Decretare il nuovo leader a furor di popolo. O meglio far credere al popolo delle primarie che lo decreti; perché in realtà è stato già deciso da Paolo Mieli e da Scalfari, dal patto RCS e da De Benedetti, da Montezemolo e da parte della Confindustria, dall’oscuro potere della finanza italiana e dai poteri forti della finanza internazionale e forse anche da Gianni Letta. A questi poteri serve uno che sciolga la politica nel nulla per poter gestire il paese in maniera più tranquilla; per questo, con i loro giornali e i loro intellettuali, hanno scatenato la favola della crisi della politica. E serve uno che liquidi la sinistra dentro un Partito Democratico che stia a sinistra ma non sia di sinistra. Uno che faccia il politico senza fare politica… che quella la faranno gli altri. L’hanno trovato: "il formidabile Veltroni". Perché per la nuova sinistra servirà un leader col volto pulito, lo sguardo malinconico ma credibile. Uno che sembri fuori dalla palude di questo fallimento, che riesca ad apparire un uomo nuovo anche se nuota in questa palude da 30 anni. E chi meglio di lui può riuscirci? Colui che è diventato sindaco di Roma per un regalo della destra quando era ormai politicamente morto. Uno che per 30 anni ha abitato nei corridoi di Botteghe Oscure ed è riuscito a far credere alla gente di non essere mai stato comunista. Uno che, di fronte alla violenza dilagante a Roma è riuscito a far credere di non esserne il Sindaco, magari facendoci sopra una lezioncina sulla legalità dalle colonne di Repubblica. Insomma mi volete dire che uno così non è il leader adatto per ricostruire una sinistra che non sia più sinistra che vada però bene alla sinistra e anche alla destra che tanto destra non è?
Io dico che se fossi un leader intelligente della sinistra saprei già cosa fare. Peccato che sono solo intelligente…
Immagine: Pablo Picasso, Autoritratto, 1972

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04 giugno 2007

né senso dello Stato, né senso del ridicolo

"Visco ha dato prova di senso dello Stato" (Romano Prodi sullo scandalo Visco-Gdf)
Si può essere comici involontari e tragici cantori della propria fine allo stesso tempo. In questa frase ridicola, che suona come uno scherno a chi lo Stato lo ha servito veramente, si legge l’epilogo di una delle stagioni più brutte della storia del nostro paese. In poco più di un anno la nuova primavera dell’Ulivo cantata dai cortigiani del potere intellettuale, elogiata dai saltimbanchi di redazione e dai padroni dei salotti confindustriali, è marcita nello squallore di una classe dirigente grigia, ossessionata da un potere nevrotico e arrogante come raramente si è visto. Il caso Visco e il modo in cui si è lacerato il rapporto istituzionale con un corpo dello Stato al solo scopo di salvare un governo in coma irreversibile, ha dimostrato una totale assenza di responsabilità e nello stesso tempo l’incapacità di questa classe dirigente di uscire dal pantano in cui si è infilata. La fine del governo Prodi è ormai questione di tempo. Bisognerà solo decidere quando e come; e l’opposizione ha le carte in mano per imporre trattative vincolanti a ciò che resta a sinistra di realismo e serietà politica. La volgare operazione Visco potrà rimandare di qualche mese la caduta, il tempo necessario a sistemare qualche altro imbroglio, ma ormai la strada è segnata. La conflittualità sociale è al massimo, il discredito internazionale pure. Le aree produttive e vitali del paese fremono e si agitano in maniera incontrollabile. Le ultime amministrative sono state più di una sconfitta; se si osserva il voto allargandolo oltre i capoluoghi di provincia fino ai gradi centri urbani e industriali spesso più importanti degli stessi capoluoghi, il centro sinistra è in rotta completa. Questo governo non è neanche più in grado di suscitare odio, sentimento troppo nobile per la pochezza della sua politica; al massimo suscita disgusto. Un disgusto che ora monta anche dalla propria parte. Coloro che lo hanno fiancheggiato determinandone l’ascesa, quei poteri forti che ruotano attorno al ciuffo di Montezemolo e agli editoriali farlocchi di Paolo Mieli, ora sono costretti ad inventarsi una "crisi della politica" per non dover ammettere la cazzata fatta e il fallimento della propria strategia.
La fine di questo governo segnerà il tramonto del percorso politico di Romano Prodi. Un tramonto incolore e indecoroso, degna fine di uno dei personaggi più equivoci della storia d’Italia. Dalla incredibile gestione dell’Iri negli anni di tangentopoli che solo una magistratura ideologizzata ha potuto ignorare, fino alle sedute spiritiche attorno ad uno dei più grandi misteri d’Italia. Passando per i intrecci più inquietanti di un potere che attraversa magistratura, grande finanza, sistema industriale, potere mediatico, che si interseca con le lobby tecnocratiche di Bruxelles a produrre uno spazio di negazione della politica a vantaggio di affarismi e clientele.

Ma il fallimento di Prodi è anche il fallimento epocale di questa sinistra e della cultura politica espressa in questi 15 anni. Della fine del Pci rimarranno le lacrime di Occhetto e la frustrazione di un sogno incapacitante dei suoi dirigenti: capire il mondo che cambiava. Gli eredi di Berlinguer si sono mostrati di una pochezza impressionante. Una classe dirigente assolutamente sopravvalutata, costruita a tavolino nelle redazioni dei giornali, nei cliché intellettuali, che è riuscita a perdere il contatto con il paese reale, con le sue esigenze, chiudendosi a riccio in un’autoreferenzialità che ora rischia di pagare cara. Incapace persino di pensare un leader riformista serio per battere la vitalità di Berlusconi, costringendosi per due volte a servirsi di un ambiguo boiardo di Stato e del suo sistema di potere. E questo vale sia per coloro che sono stati i protagonisti di questa stagione di governo, sia per quelli che se ne sono tenuti fuori a dare lezioncine sulla bella politica e ora volano come avvoltoi sulla carcassa di quello che rimane: in questo senso il baffo arrogante di D’Alema e i nèi intellettuali di Veltroni sono drammaticamente simili. Una generazione di vecchi 50enni noiosi nella loro arroganza intellettuale che dovranno provare a ricostruire da capo un progetto politico in grado di dare al paese una sinistra decente dopo questo fallimento; magari partendo dall'ammissione di errore di aver pensato che progetti, identità, fossero secondari rispetto alla strumentalizzazione dell’odio verso un avversario e alla sua demonizzazione. L’errore di non aver capito che a destra era sorto in questi anni qualcosa di più di un semplice "conflitto d’interessi". Un grande progetto, contraddittorio quanto si vuole, ma unico nel suo genere, in grado di disegnare una casa comune al popolo dei moderati: cattolici, laici, liberali, conservatori, federalisti, identitari, riformisti. Un progetto moderno che l’Italia non aveva mai avuto, chiusa tra l’egemonia democristiana, la marginalità di un cultura liberale inesistente e di una destra nostalgica e fuori dal tempo.

Nei prossimi mesi per il centrodestra si apriranno praterie sconfinate da conquistare, se solo i suoi leader riusciranno a capirlo. Questo avverrà per la crisi della sinistra ma soprattutto perché le grandi sfide di questa fase della modernità sono quelle che si giocano nel campo della cultura politica di destra: la sfida dell’identità minacciata, il bisogno di legalità, il ritorno di polemos, il riemergere della religione nella dimensione pubblica, il valore dell’auctoritas come fondamento della politica. Aspetti su cui la sinistra non è in grado di porre contenuti, in Italia come in quasi tutto il resto d’Europa (la straordinaria vittoria di Sarkozy lo dimostra). Anzi quando lo fa (come è il caso di droga, immigrazione, famiglia, bioetica) o genera ultimi rimasugli di ideologia o è costretta a inseguire i linguaggi e i contenuti della destra con effetti inevitabilmente caricaturali.

Insomma, se questo è lo scenario, il caso Visco è uno degli ultimi colpi di coda di quello che verrà ricordato come uno dei peggiori governi della storia della nostra Repubblica. Sbeffeggiato dai suoi avversari, disprezzato dai suoi stessi alleati, Prodi rappresenta una maschera grottesca e perfida allo stesso tempo. Attendiamo la fine con pazienza riflettendo che se lui e i suoi sgherri non hanno mai avuto il senso dello Stato, ormai non hanno più neanche ciò che a volte è l’ultima barriera a difesa di un barlume di intelligenza e di dignità: il senso del ridicolo.

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31 maggio 2007

la sinistra che parla alla gente

"Penso che processi politici per la sinistra di alternativa e la sinistra radicale siano all'ordine del giorno, per raggiungere l'efficacia dell'azione politica di riforma, di cambiamento, di trasformazione, dovendo porsi l'obiettivo di raggiungere la massa critica, senza la quale questa efficacia dell'azione non si determina quand'anche, com'è stato fatto per lunghi anni, si è costruito un rapporto di grande interesse con i movimenti, si è operata una ricostruzione, una rifondazione di cultura politica anche con grandi strappi, si sono prodotti cioè gli elementi che tuttavia richiedono oggi un salto di qualità. Le elezioni in Francia sono da questo punto di vista indicative, di una condizione in cui «hic rhodus hic salta»".
Fausto Bertinotti, Presidente della Camera

Da leggersi tutta di un fiato. Come i foglietti illustrativi nelle scatole dei medicinali: dosaggio e controindicazioni. Quando la sinistra parla alla gente forse si capisce dove abita la cosidetta "crisi della politica"...

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25 maggio 2007

quei recordman della sinistra

Un'attenta analisi sociologica, antropologica, archeologica, paleontologica, biostratigrafica, fatta con il Carbonio-14 (metodo che, si sa, lascia molti dubbi di efficacia ma è ecologico) e con gli isotopi radioattivi, ci consente di concludere che con il passare delle ere la sinistra italiana ha subìto una feconda evoluzione. Non frutto di un Disegno intelligente (almeno a basarsi sulla fisiognomica di Fassino) ma di una selezione naturale della sua classe dirigente, che in realtà è sempre la stessa da 30 anni ma siccome ha cambiato sei volte nome (Pci, Pds, Ds, Ulivo, Unione, e ora Pd), sembra sempre diversa.
Ma a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Occhetto quello che è di Occhetto, bisogna riconoscere che trattasi in realtà non di evoluzione casuale ma di allenamento alla corsa, di miglioramento dei record alla distanza: in poche parole si sta sensibilmente riducendo il tempo che separa le cazzate che la sinistra dice e fa, e la presa di consapevolezza delle cazzate medesime. Un record dietro l'altro che ci fa ben sperare nel fatto che forse, tra 1500 anni, i sauri progressisti non saranno estinti ma trasformati in splendidi unicorni bianchi. Perchè i risultati ci sono ed evidenti. Frutto di un costante allenamento, di una dieta calibrata e di molta faccia da culo.
Aspettando tempi migliori per la sinistra italiana, ci limitiamo a registrare i suoi migliori tempi in questa corsa ad ostacoli che si chiama: capacità di analisi politica. Di seguito riportiamo tutti i principali record:
70 anni per capire che i Gulag non erano colonie estive per i figli degli operai sovietici.
60 anni per ammettere che migliaia di italiani nelle foibe non ci sono caduti inciampando durante una scampagnata.
50 anni per scoprire che i carri armati russi a S. Venceslao non ci sono finiti perchè un cazzo di vigile sulla Piazza Rossa aveva detto di girare a sinistra e invece loro sono andati a destra.
30 anni per riconoscere che tutti quei teschi raccolti da Pol Pot non servivano per le repliche dell'Amleto.
15 anni per notare (en passant) che Bettino Craxi non era il vice di Al Capone con delega al bilancio in nero, ma il padre del riformismo italiano.
13 anni per capire che quando Fini a Roma aveva proposto di spostare i campi nomadi fuori dal Grande Raccordo Anulare non lo aveva fatto perché era parente di Himmler ma per motivi di sicurezza e di legalità.
5 anni per soprendersi che quelli che tagliano le teste ai civili inermi e mettono le bombe nei mercati di Baghdad e di Kabul sono terroristi e tagliagole e non nuovi resistenti.
1 anno per appurare che l'idea di togliere l'Ici sulla prima casa non è "un delirio che andrebbe curato " (Oliviero Diliberto, Aprile 2006) ma "una proposta riformista che estende il diritto alla casa " (sempre Oliviero Diliberto, Aprile 2007).
Solo 6 mesi per rendersi conto che Ségolène Royal non è una "grande novità politica e culturale " (Walter Veltroni, Novembre 2006), ma una che è meglio per tutti che è tornata a fare shopping, sopratutto per Veltroni che ora può dire di essere il "Sarko de noantri" e non il "Sego' de Trastevere".
Ora a questa sinistra l'attende il record più difficile, perché la distanza è indefinita e la pista scivolosa. Sta provando con tutte le sue forze a infilarsi dentro un'altra allucinazione: quella della crisi della politica. Lo ha detto D'Alema che è come nel '92. Lo ha ribadito Prodi. Montezemolo lo ha urlato con eleganza come se lui con questa politica non c'entrasse nulla. Ezio Mauro ci ha rassicurati che "la sinistra tuttavia ha una carta che è il Partito Democratico" e che "può diventare il primo soggetto diverso del nuovo secolo"... azzo! In questa nuova gara contro il tempo i recordman della sinistra avranno il solito aiutino. Come Dorando Petri. Li soccorreranno intellettuali, oligarchi, poeti; melodie d'amore e di lotta saranno cantate e salotti accoglienti saranno aperti. Ma i due milioni di italiani in piazza a Dicembre e il milione e mezzo del Family Day, raccontano un altro paese; un paese che partecipa, che si entusiasma, che c'è nelle cose che contano. Un paese spontaneo... e incazzato. La crisi della politica è solamente la crisi di questa oligarchia catto-comunista, assetata di potere, incredibilmente arrogante e incapace di capire l'Italia che va avanti, nonostante loro. Quanto ci metteranno stavolta a rendersene conto? Si accettano scommesse...

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23 marzo 2007

gli utili dioti più bravi del mondo

Vada per gli americani che si sa, sono cowboy, arroganti, imperialisti e vogliono che tutti facciano come loro. Se sono incazzati con noi è per partito preso. Non sopportano che siamo tornati liberi e indipendenti dopo 5 anni di sudditanza berlusconiana. E se noi vogliamo Gino Strada ministro degli Esteri, Vauro alla Difesa e il mullah Omar Presidente del Consiglio sono cavoli nostri e non ammettiamo ingerenze.
Vada per gli inglesi con quella loro terribile puzza sotto il naso; eppoi mangiano male, vestono peggio, figurarsi se ci possiamo preoccupare delle loro alzate di testa. Se dicono che quei capi talebani che abbiamo liberato, li avevano catturati loro e che per farlo erano morti 50 soldati di Sua Maestà, beh, ci dispiace per loro. Ma noi avevamo un giornalista di Repubblica da far tornare, mica un tecnico dell’Eni o un bodyguard. Imparassero a guidare a destra poi ne riparliamo…
Vada per i tedeschi, gente che già nell’inno si crede über alles; per loro noi rimaniamo sempre spaghetti, baffonero e mandolino. Se dichiarano che la liberazione dei talebani in cambio del giornalista italiano è stata
"riesenfehler", "un gigantesco errore", sappiamo che nel linguaggio diplomatico significa in realtà: "avete fatto una cazzata che rischiamo di pagare tutti". Loro, i tedeschi, di ostaggi prigionieri ne hanno due. Ma la signora Merkel ha detto: "Sappiamo bene, soprattutto per quanto riguarda la ricostruzione, cosa vuol dire il nostro impegno per il popolo afghano e non ci lasceremo ricattare dai terroristi o da gente che si comporta come tale". Sarà che non hanno ancora mandato giù l'eliminazone ai mondiali?
Vada per gli afghani, ma cosa vogliono poi questi qui? Siamo disposti a comprare tutto il loro oppio, gli abbiamo mandato Gino Strada, gli diamo continue pacche sulle spalle, siano riconoscenti e la smettano di lamentarsi.
Insomma, vada pure se americani, inglesi, tedeschi, afghani ci rimproverano sotto sotto di viltà, di inaffidabilità; possiamo sopportare tutto. Ma che ora anche gli olandesi ci diano lezioni di dignità nazionale… questo no, questo non lo possiamo proprio accettare. Ecco, a cosa ci ha portato un anno di governo Prodi. A farci prendere per il culo pure dagli olandesi, quelli dei tulipani, dei mulini a vento e degli zoccoli frikkettoni. ''Il governo olandese non appoggia tali decisioni, che favoriscono altre prese d'ostaggi'' ha detto il Ministro degli esteri Verhagen. Saranno pure dei Paesi bassi ma di fronte alla difesa degli interessi nazionali sono molto più alti di noi.
Quando governava il centro-destra, per intellettuali e opinionisti di mestiere, noi eravamo un paese isolato a livello internazionale. Solo perché, insieme a nazioni di poco conto come Usa, Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Portogallo, Polonia, Australia, Giappone e altri 26 paesi, c'eravamo impegnati in prima fila per la lotta contro il terrorismo pagando caro un tributo di sangue e di onore. Eravamo talmente isolati che all’Onu, Kofi Annan riceveva il premier italiano con tutti gli onori riconoscendo il ruolo dell’Italia per la pace nel mondo. Eravamo talmente “italietta” che
Berlusconi veniva accolto al Congresso americano con una standing ovation mai riservata a capi di stato stranieri.
Oggi che invece abbiamo recuperato la dignità perduta consentiamo al famoso giornalista di Repubblica di scendere dall’aereo come avesse vinto i Mondiali (l’hanno scritto su Der Spiegel) e gli permettiamo di dire come prima cosa che si sentiva
“come un prigioniero a Guantanamo” dove si sa tagliano le teste agli autisti e li sgozzano come capretti, e nessuno dico nessuno, che gli abbia dato un bel calcio nel culo imponendogli la dignità del silenzio.
Oggi ci possiamo permettere il "bye bye condi" anche se ci tirano le orecchie da tutte le parti e se 5 ambasciatori di paesi alleati si sentono in dovere di mandare lettere aperte al popolo italiano scavalcando il governo. Oggi non siamo più un paese isolato e la nostra politica estera è determinata e lucida. In Libano
passeggiamo sottobraccio ai leader degli Hezbollah, In Iran rassicuriamo Ahmadinejad che abbiamo delle idee per il loro nucleare; in Afghanistan liberiamo i talebani e li invitiamo ai tavoli della pace, in Palestina telefoniamo al capo di Hamas per dirgli che gli faremo togliere l’embargo che la Comunità internazionale gli ha imposto.
Sarà pure vero che abbiamo riacquistato autonomia ma la svolta jihadista della politica estera italiana dovrebbe preoccupare un po’ tutti. Si sa che l’internazionale islamista si serve dei pacifisti occidentali come gli "utili idioti" per indebolire il fronte della lotta al terrorismo. E siccome noi italiani non siamo secondi a nessuno, abbiamo gli "utili idioti" più bravi del mondo ... al governo.

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02 marzo 2007

il suicidio dei Ds

Tutto secondo copione. La fiducia è stata votata come avevamo previsto e come avevamo auspicato. Il Prodi 2, che in realtà è un Prodi 1 ma "più forte e coeso" (sic) è il peggior regalo che questa sinistra poteva fare al paese; ma, detto fra noi, il miglior regalo che poteva fare al centro-destra. E mentre si consumano scene di applausi preparati, sorrisi, strette di mano, pacche sulle spalle, sospiri di sollievo, facce da culo; mentre registriamo con soddisfazione che l’aspirina di Scalfaro ha fatto effetto, che Follini si sente per un giorno il card. Richelieu, che Russo Spena chiede la luna e non sa che fra un po' ce lo manderanno... sulla luna, ci godiamo il teatrino accompagnando una riflessione sui Ds e sulla loro incapacità di diventare soggetto determinante nello scenario politico italiano. Questo perché la crisi dell’esecutivo e la morte della “nuova primavera ulivista” non sono solo un incidente di percorso; non sono solo la fine di Romano Prodi e di un modo indecente di concepire la politica e gestire il potere in una democrazia moderna e complessa come la nostra; ma sono il frutto di un fallimento decennale di una sinistra che continua a dibattersi tra riformismo e massimalismo, tra la dimensione europea e occidentale e il qualunquismo pacifista.
A 13 anni dalla discesa in campo di Berlusconi e l'invenzione del centro-destra come soggetto politico innovativo, dall'altra parte, gli eredi del Pci, non hanno saputo costruire ancora le condizioni per esprimere una leadership autorevole, credibile e un progetto per il paese attuabile. Certo c'è l'Ulivo, l'Unione, magari ci sarà il Partito Democratico se De Benedetti non si stanca prima e Veltroni la smette di giocare con le figurine Panini, ma all'interno di tutti questi processi i DS stentano a dettare le regole e ad imporre le condizioni per far valere il peso della loro tradizione politica. Questi giorni di crisi continuano ad alimentare lo stato di confusione diessina. Nel crescendo di cazzate che Prodi continua a dire è chiaro che il suo governo è sempre più un ombra messa sullo sfondo di uno scenario in movimento; è ormai un capitolo archiviato nel conto alla rovescia della politica italiana che è ormai partito. Ora la scena si sposta altrove, nelle manovre in atto per ridisegnare spazi di azione di partiti grandi e piccoli, nei sogni ambiziosi dei piccoli leader, negli intrallazzi di una politica debole ed insicura. E in questo trambusto quello che emerge a sinistra (ancora più che a destra) è l’assoluta mancanza di un progetto politico per il paese e di una strategia a tappe per realizzarlo, all’infuori di un Partito Democratico che non sembra nato sotto i migliori auspici e che molti vorrebbero già morto.
Il problema è che non si può pensare di fare politica fondandola semplicemente sull’odio per l’avversario. La politica è qualcosa di leggermente più complesso di una turba psichica post ’89, di una nevrosi collettiva generazionale, della frustrazione da eterni sconfitti della storia. E questa “nuova primavera dell’Ulivo” rischia di creare ai DS più danni del crollo del muro di Berlino, della fine del comunismo e delle lacrime di Occhetto.
Dall’imbroglio delle primarie in poi la dirigenza Ds si è infilata da sola dentro una gabbia fatta di errori a ripetizione e rese continue verso i propri alleati. I Ds sono quelli che hanno investito di più in questo Governo raccogliendo di meno. Quando Prodi è stato costretto alle dimissioni in molti hanno perso l’occasione per una svolta importante. L’hanno persa a destra incaponendosi nella richiesta di impossibili elezioni anticipate; l’hanno persa a sinistra nel non capire che il prezzo che si sarebbe pagato liquidando Prodi (prezzo di una sconfitta evidente) sarebbe stato di gran lunga minore di quello che pagheranno ora continuando a tenerlo in piedi. Se i leader della sinistra avessero optato per una soluzione diversa (governo tecnico o istituzionale), se avessero avuto la capacità di leggere la politica fuori da schemi superati, se avessero con forza imposto una scelta diversa avrebbero visto aprirsi davanti a loro scenari, forse più complessi, non immediati ma più rosei a medio termine. Non solo, ma con una mossa a sorpresa avrebbero potuto scompaginare lo scenario, riacquistare potere di interdizione nella loro coalizione e mettere in grossa difficoltà il centro-destra in questo momento in grande fibrillazione tra la consapevolezza di non poter riproporre Berlusconi sic et simpliciter e la necessità di individuare un percorso unitario che ora non c’è. Invece hanno dato retta alla pancia e non alla testa. Hanno seguito l’istinto e non la ragione. Hanno regalato ai pigmei della loro coalizione i Giordano, i Diliberto, i Mastella, l’iniziativa e questo è il risultato che loro pagheranno per primi.
La genialità in politica è innanzitutto la capacità di spiazzare, di rendersi imprevedibili, di provocare accelerazioni incontrollate, di costringere gli altri a venirti dietro ad inseguirti sul terreno che tu decidi; ciò che spesso ha fatto Berlusconi in questi anni. Perché la politica è innanzitutto rapporti di forza all’interno di un dinamismo che va gestito e determinato. Al contrario, le mosse politiche della dirigenza Ds sono sempre più scontate, banali, prevedibili, balbettanti, impaurite.
Quando D’Alema, con i suoi scatti umorali che da sempre ne segnano il limite politico,
auspica un’alleanza con i nuovi democristiani, sancisce la fine della sinistra italiana. Non solo perché la riedizione di un compromesso storico con Fassino o Veltroni, Rutelli o Casini, al posto di Berlinguer e Moro, non è proprio la stessa cosa. Ma soprattutto perché sembra non vedere che i Ds non sono il Pci; non hanno più il 30%, non sono l’asse dell’equilibrio del sistema politico e subiscono a sinistra una concorrenza spietata che genera erosione di consensi e legittimità in settori sociali che da sempre sono stati il loro bacino di voto, senza aprirne altrove. Continuare a rincorrere pezzi del centro-destra dentro uno scenario in continuo movimento è un segno di miopia; oggi è Casini come ieri era la Lega “costola della sinistra”.
La leadership diessina dovrebbe avere il coraggio di prendere in mano la situazione e porsi al centro dei processi politici come non ha mai fatto in questi anni. Proporre un patto forte con Forza Italia e An per rinforzare il bipolarismo non per indebolirlo, riconoscere il fallimento dell'esperienza governativa e promuovere al più presto un governo tecnico che consenta loro di uscire dalla palude nella quale Prodi li ha invischiati. Altrimenti il rischio è divenire subalterni a un grande centro o rincorrere Bertinotti a sinistra; insomma fare la sinistra del grande centro o fare il centro della sinistra radicale, comunque non sembra un grande progetto.
Se il Pd dovesse fallire, l’intera classe politica diessina ne sarà travolta perché l’aggregazione di un polo riformista avverrà comunque ma al centro. A quel punto il destino dei Ds può finire in un paradosso: il tracollo di una classe dirigente che scioglie la complessa eredità di Berlinguer nell’unica e deprimente scelta possibile: tornare comunisti o morire democristiani. Niente male.
sullo stesso argomento: l'identità della sinistra (07-01-29), se il problema della sinistra è...la sinistra (07-01-17)

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