09 marzo 2011

Morire per la Chiesa

Shahbaz Bhatti era il Ministro per le Minoranze Religiose del Pakistan e aveva 42 anni. Il 2 marzo è stato ucciso a Islamabad con 35 colpi di arma da fuoco, mentre si recava al suo ministero in auto. Una grandinata di morte sopra un uomo disarmato e senza scorta, accompagnato solo dal suo autista. Bhatti era impegnato in difesa dei cristiani in un paese in cui la forza e la violenza dell’integralismo islamico assumono sempre più i connotati di una vera e propria caccia all’uomo. Shahbaz Bhatti era cattolico.
Fin qui la cronaca di un episodio come tanti che i media ci inviano da quelle regioni con una continuità che ormai ha il sapore dell’indifferenza; come una sorta rumore di fondo di una realtà che facciamo fatica a comprendere perché incomprensibile secondo i nostri criteri, e che scorre con la velocità del nulla nel fiume di informazioni, immagini e notizie che attraversano il nostro quotidiano. Eppure la morte di Bhatti ci colpisce non solo per le solite considerazioni morali e politiche con cui spesso sono giudicati questi avvenimenti in Occidente. E nemmeno perché Benedetto XVI, nell’Angelus di domenica, ha pregato “affinché il suo commovente sacrificio” svegli le coscienze degli uomini, o perché il Ministro Frattini ha deciso onorarlo con una gigantografia che campeggia sulla facciata della Farnesina. No. C’è qualcosa di rimosso nel cuore dell’Occidente, che la morte di quest’uomo riporta alla luce; e questo qualcosa non coinvolge solo i cristiani sempre più inerti di fronte alla violenza che li sta investendo.
Sul suo sito,
la BBC ha pubblicato un video della durata di un minuto, registrato quattro mesi fa. Bhatti, seduto davanti ad una camera fissa, consegna al tempo e a questa implacabile memoria digitale la consapevolezza della sua morte; poche parole, quasi come una voce clandestina. Un video asciutto e scarno, nel quale dipinge il quadro di un paese dilaniato dall’odio. Dice che “le forze della violenza, i talebani e i terroristi di Al Qaeda, vogliono imporrre la loro filosofia radicale in Pakistan”. Spiega che sta conducendo “una battaglia contro le leggi della sharia per l’abolizione della blasfemia, parlando per i cristiani oppressi, perseguitati e uccisi”. Dice cose che in fondo sappiamo di sapere anche noi, chiusi dentro giustificanti sensi di colpa. Eppoi, come un pugno allo stomaco, afferma: “io credo in Gesù Cristo, che ha dato la sua vita per tutti noi. Conosco il significato della croce e sto seguendo la croce. Per essa sono pronto a morire”. Non c’è frase più fuori dal tempo di questa, e insieme più dentro la nostra memoria. Una sveglia alle coscienze sonnecchianti di un Occidente che non crede più in nulla. Le parole di Bhatti solcano due millenni di storia d’Europa e di uomini e donne che le hanno già esclamate con incoscienza, urlate con coraggio o piante disperatamente per la paura di fronte ai loro carnefici.
Nella navata destra della Cattedrale di Otranto, gioiello romanico e simbolico del cristianesimo, sono conservati i teschi degli 800 martiri beatificati dalla Chiesa; furono decapitati dopo la conquista della città da parte dei turchi il 14 agosto 1480. Furono trascinati sul colle di Minerva e, ad uno alla volta, fu chiesto di abiurare la fede cristiana e convertirsi all’Islam; uno alla volta rifiutarono; uno alla volta furono decapitati. Gli uni davanti agli altri. E forse uno alla volta, con orgoglio, terrore, disperazione, pronunciarono la stessa frase di Bhatti: “io credo in Gesù Cristo”. La Chiesa di Roma continua a reggersi sulla solennità dei propri martiri. In questo sembra sola ma non lo è. La morte di Dio che l’Occidente ha decretato segna l’orizzonte di un tempo piegato su se stesso. Eppure Dio non è morto. Solo l’Europa lo ha eclissato dal suo orizzonte. Nel resto del mondo Dio c’è e nel suo nome si uccide e si muore, si prega e si maledice: nel suo nome si svela il disincanto di Bhatti e la violenza dei suoi assassini. Il filosofo cattolico Jean Guitton ha detto che “la parola di Dio non è mai vincolata. Se ci si allontana da essa in un punto, va a seminarsi altrove”. Lontano dall’Europa il cristianesimo conserva intatto il suo messaggio universale; perché se uccidere in nome di un Dio che reclama vendetta è un’offesa verso l’uomo, accettare di morire nel nome di un Dio che è amore, ha un significato anche per chi non crede più in nulla.
© Il Tempo, 9 Marzo 2011
Immagine: Camilian Demetrescu, Morte bacio di Dio, 1996

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15 gennaio 2008

il Papa, la spazzatura universitaria... e il laico Prezzolini

Franz Borghese, Partita a dadi, 1984
Quindi il Papa non parlerà all’Università La Sapienza. In una nota consegnata ai giornalisti alle ore 17.11, la Sala Stampa Vaticana ha comunicato la decisione di Benedetto XVI di “soprassedere all'evento” dell'inaugurazione del nuovo anno accademico. Le agenzie hanno scritto che la notizia è stata accolta con "urla di giubilo e grida indiane” dagli studenti dei collettivi riuniti in una democratica assemblea, cosa che per un'Università da terzo mondo qual'è quella italiana è perfettamente coerente. Giancarlo Rocco, direttore del Dipartimento di Fisica e uno dei firmatari dell'appello contro il Papa, ha ribadito che "insegnare ai giovani è una grande responsabilità che richiede di prescindere in ogni momento dalle proprie convinzioni religiose e ideologiche". Appunto. E infatti ci si domanda cosa cazzo ci stiano a fare all'Università quei docenti che inviano lettere, articoli e raccolte di firme a Il Manifesto, confermando lo stato di una cultura universitaria assoggettata ai dettami delle proprie convinzioni ideologiche.
Potremmo riflettere che la vera emergenza spazzatura in questo paese non sta solo nelle strade di Napoli, nei liquami fetidi del sottosuolo di Pianura. Una quantità inverosimile di mondezza straborda anche dalle Università pubbliche italiane. E non è fatta dai cumuli di rifiuti urbani, né dai cumuli di idioti figli di papà che da 30 anni giocano alla rivoluzione, rifiuti anche essi di una cultura putrefatta. La vera spazzatura che giace nelle Università italiane è fatta da quella indecente e puzzolente casta di professori universitari e baroni sotto costo (tolte le ovvie eccezioni) che inquinano con il loro dogmatismo ideologico e con il loro sistema di potere clientelare l’insegnamento e la possibilità di rendere l’Università italiana veramente funzionale alla crescita culturale e sociale del paese. Perché la colpa dello stato delle Università pubblica italiane è della classe politica certo, ma soprattutto della peggiore classe intellettuale e docente d’Europa che da almeno 30 anni ha ridotto i luoghi della formazione e dell’educazione in discariche culturali a cielo aperto.
Ma l’ostilità ideologica contro Benedetto XVI rappresenta qualcosa di peggio di un’operazione di stupida retroguardia ideologica. Rappresenta la resa incondizionata del pensiero laico di fronte alla forza dirompente e moderna del pensiero cristiano, sopratutto di quello di Joseph Ratzinger e della sua Chiesa vitale e agguerrita di fronte alle sfide del tempo. Evidenzia il terrore e la paura di un confronto dal quale sa di uscire sconfitto. E non è un caso che questa sconfitta sia caduta nello stesso anno in cui ci si appresta a celebrare i 40 anni del '68, quel movimento che segna l'inizio della fine di un pensiero laico e la sua riduzione a ideologia postmoderna.

Proprio negli anni della contestazione, Giuseppe Prezzolini, una delle più straordinarie intelligenze italiane del '900, scriveva un libro dal titolo emblematico: Dio è un rischio. Pubblicato da Longanesi un anno dopo il '68, questo libro raccoglieva le confessioni di un uomo alla fine del suo percorso terreno, che per tutta la vita aveva cercato Dio senza mai trovarlo: "ecco che m’avvedo che arrivato a ottantasei anni e mezzo non son più avanti di quando ne avevo diciannove". Nella rassegnazione di un vuoto inevitabile: "Dio non mi risponde; e farò senza Dio. Eccomi dunque qui solo, disperato, senza verità…”. Eppure l’ateo Prezzolini, lo scettico, il miscredente, viaggiava sul confine di una laicità che non era la rimozione del fatto religioso, ma la ricerca viva di un rapporto vero tra fede e ragione. Comprendeva che la Scienza e la Religione dovevano integrarsi e non confliggere. Perché "se Dio è un rischio anche la Scienza è un rischio". Per questo, come un azzardo o una partita a dadi, anche chi non crede dovrebbe "accettare il gioco di Dio".
Il libro di Prezzolini, incredibile come la Fede, e forse per questo vero, si conclude con un epitaffio che è un manifesto di laicità che forse i netturbini dello scientismo italico che albergano nelle università italiane dovrebbero rileggere per capire cosa è veramente un pensiero libero. : “Questo libro fu scritto da me Giuseppe Prezzolini, in età di anni ottantasei e mesi sette (…). E’ un libro senza Dio, che trova il posto a Dio, per chiunque abbia un Dio che debba trovar posto”.

Immagine: Franz Borghese, Partita a dadi, 1984

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21 febbraio 2007

‘fanculo ai cattolici adulti

Questo post è irriguardoso nei confronti dei cattolici adulti. Di più: è volgare, rozzo, arrogante, presuntuoso, indelicato, superficiale, con forti connotazioni reazionarie, privo di cultura ed eleganza. È un post fuori dalla storia che non segue lo spirito del tempo, né le progressive sorti della nostra civiltà. È un post disadattato con chiare turbe sessuali represse che producono assenza di gaiezza e aggressività indotta da una cultura oscurantista e da un’educazione traumatica e salesiana. Fatta questa doverosa premessa e avvertiti tutti di vietarlo ai minori, l’Anarca può scrivere quello che gli pare. Quindi, essendo tutte queste cose, il post comincia così: ‘fanculo ai cattolici adulti!
Sia chiaro. Qui non si parlerà del processo di liquidazione della famiglia in atto all’interno di una modernità che confonde il diritto, che è anche responsabilità sociale, con l’egoismo travestito da libertà individuale. Di questo l’Anarca, che è vanitoso e si cita addosso di continuo,
ne ha già parlato in quest’altro post dove ha vomitato il suo disprezzo per la cultura dominante, per i luoghi comuni e per l’inadeguatezza di molti a capire la posta in gioco; chi vuole se lo rilegga pure, sennò chi se ne frega tanto non prendo revenues sui link.
Qui non si parlerà neanche di quella schifezza di ddl che chiamano “Dico” e che solo la mente contorta di pessimi politici cattolici con velleità di santificazione laica poteva partorire… senza dolore. Perché una Legge che pensa di normare:
“due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi (art.1.1)",
può andar bene nel paese dei Balocchi, in quei luoghi dell’utopia che piacciono tanto a quelli che dicono che Gesù Cristo è stato “il primo comunista della storia”; ma la realtà è un’altra cosa e dietro il tentativo di regolare per legge l’affetto c’è una puzza di ipocrisia che toglie il respiro. E se quel galantuomo(?) di Vladimir Luxuria ci dice che questa legge sarà il terreno su cui poter costruire in futuro una casa dove soddisfare i suoi appetiti affettivi, forse anche il più stupido dei cattolici adulti qualche dubbio dovrebbe farselo venire.
Qui si vuole solo mettere l’accento su un altro aspetto: su quel vero e proprio imbroglio intellettuale che chiamano “cattolicesimo democratico”. Il peggior prodotto della cultura cristiana dai tempi di quegli imbecilli di montanisti che fregarono pure Tertulliano. Un imbroglio intellettuale in piena regola partorito durante la stagione post-conciliare e nato all’ombra della cultura comunista verso la quale ha scodinzolato fino ad oggi. Ma ora che, come aveva previsto Augusto Del Noce 30 anni fa, il PCI si è trasformato in una sorta di partito radicale di massa, i cattolici adulti si adeguano al nuovo vestito dei loro padroni e cedono di fronte ad una cultura laicista che non difende la laicità dello Stato ma impone una nuova ideologia dove diritto naturale, liberta religiosa sono ridotti a corpi estranei. In quell’abominevole frase (
“Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio”),
c’è tutto il senso di questo imbroglio intellettuale. È paradossale che siano proprio i cattolici adulti a voler imprigionare la Chiesa in una dimensione astratta, a gettarla fuori dalla storia dimenticando che essa nella storia ci sta perché il Dio cristiano ci si è tuffato sotto forma di “scandalo e stoltezza”, di corpo, di dolore e passione; e che la Chiesa si interessa alle cose degli uomini semplicemente perché Dio se ne è interessato, perché l’incarnazione non è un mito, ma per il cristiano dovrebbe essere appunto storia. È paradossale che siano questi spocchiosi intellettuali cattocomunisti a rinchiudere il senso rivoluzionario e attuale dell’Annuncio in sagrestia… e a buttare via la chiave.
L’appello dei cattolici di sinistra contro i Vescovi ha qualcosa in sé di ridicolo e nello stesso tempo di profondamente stupido. Scrivere cose tipo: “La Chiesa italiana (…) sta subendo un’immeritata involuzione”, vuol dire chiudere gli occhi di fronte alla sua straordinaria vitalità, alla sua nuova capacità di focalizzare il dibattito, di riportare i temi sensibili dell’etica e della religione dentro una società annoiata da un pensiero unico e omologante, aprendo brecce e fertili contaminazioni nel pensiero laico più attento alla crisi della modernità. Viene da domandarsi dove vivano questi “cattolici adulti”; in quale sottoscala della realtà bivacchino, dentro quale ripostiglio dell’intelligenza sgranocchino le briciole di una cultura che vuole ridurre il fatto religioso a una questione privata. Nonostante loro la Chiesa italiana, quella di Ruini che è la stessa di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI , rivendica il proprio ruolo libero ed il proprio contributo a costruire la città degli uomini senza dimenticare la città di Dio.
E allora: ’fanculo ai cattolici adulti, al loro utopismo politico ereditato dal peggiore totalitarismo moderno; al loro cristianesimo arcigno trasformato in morale, dove Cristo scompare dentro l'arcobaleno del loro intellettualismo pietoso, al piglio saputello di quando li senti coglionare i baciapile di Radio Maria perché per loro la Fede è un fatto di testa non di cuore, altro che Pascal, non è un incontro ma una teoria, salvo poi vederli girare nelle parrocchie a elemosinare voti proprio di quei baciapile verso cui emanano disprezzo quotidiano.
Se solo questi "cattolici adulti" si ricordassero cosa disse quel tale 2000 anni fa: "Sinite parvulos venire ad me" (Lc 18,16)
immagine: Phillipe Lai, Jesus Christ loves you, 2003
update 23 Febbraio: l'Anarca invita a leggere anche quest post dell'ottimo Zamax

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23 gennaio 2007

Martini, ovvero la Chiesa che non dice nulla...

Ogni volta che leggo qualcosa del card. Martini ringrazio lo Spirito Santo di aver vegliato instancabile in quei giorni di conclave di un Aprile in cui tutti ci sentivamo un po’ più soli; lo ringrazio di aver albergato nel cuore di quei santi uomini riuniti e di averli illuminati della Sapienza, così da evitare che ci capitasse Papa uno come Martini.
Io e Welby e la morte,
l’articolo che l’anziano prelato ha pubblicato domenica sul Sole 24Ore, colpisce non per ciò che dice ma per quello che non dice, come quasi tutte le cose che Martini scrive. Quelle colonne sono piene di vuoto. Un vuoto tanto più drammatico e pericoloso perché proviene da un uomo di Chiesa che sa che quel vuoto verrà riempito da interpretazioni arbitrarie e contraddittorie. In quel vuoto c’è l’assenza di una parola ferma che agganci la dottrina ad una interpretazione chiara, priva di fraintendimenti. In quel vuoto c’è il solito, noioso gioco del sottinteso con cui la Chiesa debole prova a dialogare con il mondo sperando di accattivarsi la sua simpatia. Ma un pastore non deve lasciare spazio ai sottintesi ma rivendicare il valore di un’antropologia cristiana che dovrebbe essere premessa ad ogni riflessione. Il card. Martini se la dimentica spesso come fosse un surplus da omettere. Applica un principio di “finanza creativa” all’etica (tolgo di qua, ometto di là) in modo tale che alla fine il bilancio quadri e lo spirito del tempo dei suoi interlocutori ne esca soddisfatto. È il paradosso sta proprio qui: Martini, nel suo articolo, in realtà non lascia spazio all’eutanasia e non critica la decisione della Curia romana di negare i funerali religiosi a Welby. Eppure l’intero mondo laico e progressista lo interpreta così; interpreta le sue affermazioni come aperture ad un pensiero che non è della Chiesa. E questa ambiguità è il segno di un errore che è profondo e radicato nella cultura cattolica progressista: l’errore di fondare il dialogo sulla necessità di farsi accettare, di farsi piacere a tutti i costi evitando di affermare i punti di partenza di una verità che per un cristiano sono irrinunciabili.
Ma il rischio di questo gioco oggi è grande per questo la Chiesa sta cambiando la sua strategia
come ricorda mons. Ravasi: "Viviamo il tempo dell’amoralità. Fino a qualche anno fa l’atteggiamento era: “Seminiamo e qualcosa resterà”. Oggi il seme si disperde, l'operazione che si sta facendo è fendere la nebbia dell’amoralità con luci forti. (...) Non è più tempo soltanto di verità penultime, come l'impegno sociale, ma di annunciare le verità ultime, capitali, decisive e discriminanti: vita e morte, bene e male, giusto e ingiusto, amore e sesso. In questi casi qualche volta anche l'urlato, l'uscita con la punta, per tagliare la mucillagine, è fondamentale. Cosa che non si fa, nemmeno all'interno della Chiesa stessa. Il rischio è sempre che la nebbia ci avvolga”. Già il rischio è quello e il card. Martini è ormai un uomo della nebbia. Le sue parole e i suoi scritti emanano luci opache, toni grigi che si confondono con il mondo, che non orientano.
C’è una parte della Chiesa che ha paura di rompere con lo spirito del tempo; che vuole farsi accettare e amare da tutti; che confonde il dialogo con l’equivoco dei punti di partenza. L’articolo di Martini è emblematico di questa confusione. Martini sa che il suo richiamo all’accanimento terapeutico in riferimento al caso Welby è improprio e ambiguo poiché lo stesso Consiglio Superiore di Sanità,
nel parere del 20 dicembre 2006,
ha affermato che il trattamento cui Welby era sottoposto non configurava il profilo dell’accanimento terapeutico.
Martini sa che il principio dell’autodeterminazione del paziente in bioetica è un principio ristretto che si limita al consenso consapevole dell’atto medico.
Martini sa che per la Chiesa il confine tra una possibile "limitazione dei trattamenti" e l’abbandono terapeutico è un confine labile (come ha ricordato Ruini nella sua
prolusione) e che rischia di legittimare quella cultura necrofila che vuole la morte come unica soluzione alle malattie degenerative e invalidanti. Per questo quell'articolo è uno sbaglio, perché non affronta questi aspetti.
La Chiesa progressista, quella di Martini e di Tettamanzi, quella dei focolarini e della comunità di S.Egidio, quella dei boy scouts con le bandierine arcobaleno e dei teo-dem che mescolano "parrhesia" e ignoranza, è la Chiesa che non vuole capire che per un credente i dilemmi etici non sono incidenti di percorso ma sono il limite e la misura che danno valore alla domanda di senso. Per la cultura laica, definita tra libero arbitrio e progressismo scientifico, il dubbio etico spesso è solo un rallentamento, un inutile ostacolo che la libertà individuale deve provvedere a rimuovere. Lo scientismo (non la scienza ma l’ideologia della scienza) è dogmatico come la religione; si basa anch’esso su un antropologia di partenza che però è esattamente l’opposto di quella cristiana.
La Chiesa di Martini è la Chiesa che piace molto agli intellettuali, ai salotti del capitalismo laico e a quelli radical chic; ma è anche la Chiesa che non piace al popolo di Dio che forse, dai suoi pastori, non si aspetta la nebbia… ma qualche luce forte. Gorge Weigel nel suo libro su Benedetto XVI, ricorda i funerali di Don Giussani a Milano, il 22 febbraio 2005. Giovanni Paolo II volle che fosse Joseph Ratzinger a celebrarli. L’omelia di Ratzinger cominciò così: “Don Giussani era cresciuto in una casa povera di pane, ma riccca di musica e così fin dall’inizio fu toccato, anzi ferito, dal desiderio di bellezza (…) e così trovò Cristo”. L’omelia di Ratzinger durò 20 minuti e alla fine fu accolta da “un’intensa standig ovation” di migliaia e migliaia di ragazzi, ragazze, uomini e donne. Poi finita la messa “il cardinale Tettamanzi si alzò per pronunciare alcune parole di commiato e quando finì ci fu silenzio nel duomo”. Il freddo “pastore tedesco” aveva entusiasmato la folla; il cardinale progressista e benvoluto dagli intellettuali laici, l’aveva lasciata indifferente. Una Chiesa che parla senza dire nulla e in quel nulla lascia spazio a tutto, sarebbe meglio stesse in silenzio.
Giacomo Biffi, uno di quei cardinali che non scrive sul Il Sole 24Ore né su Repubblica e che non gli importa di piacere al mondo, ha pubblicato un libro straordinario: “Contro Maestro Ciliegia”, una lettura teologica della favola di Pinocchio carica di umorismo e di ironia. Biffi ricorda che il cristiano, come Pinocchio, è un “disadattato del mondo” e che la Chiesa, come la fata turchina, è una realtà “inaudita” perché “la più viva preoccupazione della Chiesa non deve essere quella di rendersi più credibile – cioè più conforme alla mentalità e alle attese degli uomini- ma al contrario di mantenersi «incredibile», perché solo così può essere riconosciuta come Chiesa e suscitare la fede”.
Chissà se il cardinale Martini ha mai letto la favola di Pinocchio…
update: il commento migliore all'articolo del card. Martini l'ho trovato qui, in 3 righe

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25 luglio 2006

Geopolitica vaticana: Chiesa, Islam e Israele

Un post molto molto molto lungo per provare a smentire Sodano… l’imam

Il 14 luglio scorso, all’indomani dell’attacco di Israele al sud del Libano, il card. Angelo Sodano, segretario di Stato vaticano (ormai in libera uscita), ha rilasciato questa dichiarazione qui che non lascerebbe adito a dubbi circa la posizione critica della Chiesa di Roma su questa guerra.
Una posizione di condanna contro Israele talmente netta da far esultare gli stessi integralisti islamici, tanto che la televisione degli hezbollah,“Al Manar”, attribuendo queste dichiarazioni direttamente al papa, è arrivata a definire Benedetto XVI "difensore dei diritti dell’uomo e modello di santità"... che detto dagli hezbollah non è che faccia proprio piacere.
La nota della S. Sede “deplora” Israele senza spendere una sola parola sul diritto dello Stato ebraico all’esistenza; diritto minacciato concretamente dal terrorismo e dai propositi di distruzione di leader islamici; parla di “attacco ad una nazione libera e sovrana” dimenticando che se ampie zone del Libano sono fuori dal controllo del governo e nelle mani di milizie integraliste finanziate e armate da potenze straniere e che da quei territori compiono azioni terroristiche e di guerra vuol dire che quella nazione tanto “libera e sovrana” non è. Di fatto Sodano applica la classica equiparazione (che qui acquista ovviamente anche un valore morale), tra attacchi terroristici e reazione militare israeliana, tanto cara alla cultura pacifista e a quella dell’appeasement delle cancellerie europee.

Ma è proprio così? Come si sta disegnando la geopolitica di Benedetto XVI? E’ come dice Alberto Melloni? Questo papa nella sua solitudine ha lasciato solo anche Israele?
La geopolitica è una materia complessa, quella vaticana poi lo è ancora di più poiché l’azione dello Stato della Chiesa nel sistema delle relazioni internazionali, sfugge ai canoni interpretativi delle “normali” nazioni e dei governi. La Chiesa non ha particolari interessi economici, né politici in senso classico. Il concetto stesso di interesse nazionale non appartiene ad un organismo che è cattolico, cioè “universale”, per definizione. Il papa è si capo di uno stato, ma la sua funzione di “governo” s’innesta dentro una dimensione metastorica che deve sforzarsi di inserire gli eventi dentro una dimensione profetica.
Nello stesso tempo però la Chiesa si muove nel mondo con le regole del mondo, ed alcune dinamiche al suo interno sono le stesse che abitano la politica: relazioni, mediazioni, rapporti di forza, componenti e gruppi che si condizionano nell’agire e nelle scelte.

E così la prima osservazione da fare è che il cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato dal 1991, è, ancora oggi, una delle personalità più potenti all’interno della curia romana e rappresenta da sempre quella componente filo-palestinese che caratterizza l’influente corpo diplomatico del Vaticano (Casaroli, Silvestrini), incentrato sul ruolo che la Segreteria di Stato (dentro cui Sodano lavora dal 1959) ha avuto negli ultimi 35 anni grazie al ruolo e al potere conferitogli da Paolo VI in poi; in questi anni la scuola diplomatica della S. Sede ha rispecchiato in pieno (tranne rarissime eccezioni) la linea delle cancellerie europee e soprattutto di quell’Italia cattocomunista che ha fatto del filo-arabismo il leit motiv dei rapporti con il Medio Oriente; insomma, per semplificare, sul Medio Oriente Sodano non la pensa molto diversamente da Andreotti e da Massimo D’Alema. D’altro canto la sua passata amicizia con Yasser Arafat era cosa risaputa e la sua ammirazione per il rais palestinese ha creato in passato non pochi imbarazzi in Vaticano.
Altro aspetto da considerare è che Sodano non è grande amico di Benedetto XVI; anzi, rappresenta quel partito anti-Ratzinger che si è opposto con nettezza alla sua elezione e che ha espresso nei mesi scorsi non pochi ostacoli alle nomine e alla riorganizzazione decisa dal papa tedesco.
Sandro Magister ricorda come già un anno fa, il segretario di Stato, combinò a Ratzinger uno scherzetto niente male quando nell'Angelus del 24 luglio del 2005, preparando la parte del discorso in cui Benedetto XVI doveva esprimere la condanna per la serie di attentati sanguinosi avvenuti in diverse parti del mondo (Egitto, Turchia, Gran Bretagna, Iraq), lasciò esplicitamente fuori Israele che proprio in quei giorni aveva subito l’attentato di Natanya. Una dimenticanza che scatenò le ire di una parte del governo israeliano, fece maturare una crisi diplomatica che rischiò seriamente di riportare le relazioni tra Israele e S. Sede indietro di 30 anni e costrinse all’intervento diretto l’allora premier Ariel Sharon per placare gli animi e ricucire i rapporti.
Che la posizione espressa dalla Segreteria di Stato non sia del tutto condivisa negli ambienti ecclesiastici è stato evidente nei giorni successivi; l’Avvenire (il quotidiano della Cei) ha pubblicato, 5 giorni dopo la nota di Sodano, un editoriale di V.E. Parsi, uno dei maggiori esperti cattolici di relazioni internazionali e di geopolitica, molto ascoltato negli ambienti che contano, in cui si parlava chiaramente delle ragioni di Israele. Ha scritto Parsi: “L'amara realtà è che, nella regione mediorientale, la presenza di Israele è ritenuta "provvisoria", e la garanzia della sopravvivenza dello stato ebraico è riposta – per quanto sia amaro dirlo – nella sua superiorità militare”. Più chiaro di così; e dopo aver denunciato l’assenza e l’inconcludenza della comunità internazionale ha affermato: “Con la sua durissima reazione agli attacchi di Hezbollah, Israele ha voluto provocare deliberatamente il cortocircuito tra le logiche di lungo e di breve periodo, del sistema regionale e del sistema internazionale".
Una valutazione ben diversa dalla semplicistica “rappresaglia militare” data da Sodano.
Ma è soprattutto nell'Angelus del 23 luglio scorso, che Papa Benedetto XVI ha espresso in maniera chiara la diversa impostazione che anima il nuovo corso della Chiesa di Roma. Invitando tutti i cristiani a pregare per la pace ha detto: “Colgo l'occasione per riaffermare il diritto dei libanesi all'integrità e sovranità del loro paese, il diritto degli israeliani a vivere in pace nel loro stato e il diritto dei palestinesi ad avere una patria libera e sovrana”.
Nelle sue parole scompare qualsiasi “deplorazione ad Israele”. Se il diplomatico Sodano parlava di Stati (Libano, Israele), papa Ratzinger parla di popoli (libanesi, israeliani, palestinesi). Non è solo un problema lessicale. Si presenta qui un cambiamento del modo di pensare la Chiesa nel mondo, sia rispetto alle necessità storiche nelle quali si mosse Giovanni Paolo II, sia rispetto alla paludosa diplomazia di Sodano.

Lo spiega con grande lucidità don Baget Bozzo: "Papa Wojtyla sentiva la necessità di impegnare la Chiesa nella storia (…) Benedetto XVI ha chiaramente scelto di concentrare la Chiesa su se stessa, sulla sua vita spirituale e interiore. La Santa Sede prende posizione nei conflitti, ma non diventa parte di essi (…) La stagione conciliare, che sottolineò il ruolo della Chiesa nella storia fino a quasi risolverlo in essa, è ora finito".

La nota diplomatica di Sodano e il discorso del Papa, nella loro completa diversità, testimoniano la tensione oggi esistente nella Chiesa tra il vecchio pragmatismo diplomatico e la necessità di Ratzinger di rimanere ai limiti della politica. Da un punto di vista politico, questa tensione si manifesta nei nuovi equilibri che Ratzinger sta disegnando dentro la Curia romana. Angelo Sodano uscirà di scena a settembre per raggiunti limiti di età. Le sue dimissioni, presentate secondo il Can. 354 del Codice di Diritto Canonico, sono state immediatamente accettate da Benedetto XVI, che al suo posto ha formalizzato la nomina di uno dei suoi più stretti collaboratori, il card.Tarcisio Bertone, personalità estranea agli ambienti diplomatici e teologo particolarmente apprezzato dal Papa.
Non solo, ma proprio nelle relazioni con Israele, papa Benedetto XVI ha mosso importanti pedine nella Curia. Ha spedito Michel Louis Fitzgerald alla nunziatura egiziana, togliendogli quel Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso dove il porporato britannico dialogava amabilmente con personaggi come lo sceicco Youssef Al-Qaradawi.

Ha limitato l’operato di Michel Sabbah, il famoso patriarca latino di Gerusalemme ammiratore dell’intifada, affiancandogli il più giovane arcivescovo di Tunisi Fouad Twal (con posizioni dichiaratamente più filo-occidentali) che lo sostituirà tra due anni, quando anche Sabbah andrà in pensione. E sembra intenzionato a far crescere notevolmente il ruolo di mons. Pizzaballa attuale "Custode di Terra Santa", molto apprezzato dal governo di Gerusalemme.

Queste osservazioni ovviamente non risolvono il problema, né spiegano la complessità di una posizione che è ovviamente difficile per la Chiesa. Difficile per due motivi: innanzitutto perché il Libano è l’unico paese islamico dove i cristiani vivono con diritti riconosciuti e libertà acquisita. Secondo, strettamente legato al primo, perché le minoranze cristiane nei paesi islamici sono continuamente esposte alla persecuzione e al massacro e la loro esistenza è minacciata esattamente come l’esistenza dello stato d’Israele. Joseph Bottum, sul Weekly Standard è quanto mai esplicito quando afferma che per i diplomatici d’oltre Tevere la sproporzione è evidente: “Il sostegno a Israele comporta il rischio che i cristiani nei paesi islamici vengano uccisi; il sostegno agli arabi comporta il rischio, al massimo, di una nota severa dall'ambasciatore israeliano”.
D’altro canto la Chiesa non ha eserciti, non ha potere economico, non può imporre sanzioni né embarghi. La difesa e la tutela delle minoranza cristiane nell’islam è affidata al solo peso morale del Santo Padre, alla sua capacità di mostrarsi imparziale e obiettivo di fronte agli accadimenti della storia ben sapendo che ogni virgola sbagliata, ogni dichiarazione ambigua può generare ripercussioni gravissime nella totale indifferenza della comunità internazionale. Una aspetto questo di realpolitik che non deve essere mai dimenticato.

In realtà Benedetto XVI sa perfettamente che nel rapporto con l’Islam si gioca parte della sopravvivenza della Chiesa; e che questo rapporto non può essere di semplice accondiscendenza. La nuova evangelizzazione dell’Europa, non è solo la lotta al relativismo morale, al nichilismo del postmoderno che spinge a fondo le stanche società occidentali. Ratzinger ha capito che se l’Occidente ripudia l’annuncio cristiano non sarà semplicemente una società atea (più di quanto lo sia adesso laddove Dio è un’eccezione), ma una società vuota... e quel vuoto, morale, religioso, culturale qualcuno lo riempirà dentro i nuovi equilibri sociali e demografici che si stanno disegnando.
Il rischio è che da qui a 50 anni, con la crescita esponenziale della componente islamica, i cristiani diventino minoranze sopportate anche nel vecchio continente.
George Weigel su Commentary si è domandato quanto il secolarismo occidentale stia minando la possibilità di reazione all’aggressione integralista e faccia perdere all’Europa la lotta per definire la natura della società civile, il significato della tolleranza e del pluralismo ed i limiti del multiculturalismo in un’Europa che invecchia
e che rivela una presenza islamica dentro di sé sempre più massiccia.
Ma la Chiesa di Roma conosce anche il dramma di Israele; sa che Israele è un unicum nella storia dei nostri tempi, che va al di là della sua dimensione storica. Ebraismo e Cristianesimo segnano il tempo della nostra civiltà. Sono le fondamenta su cui l’Europa ha fondato la sua modernità. Qualcosa di più di un confine da difendere. Lo sa Benedetto XVI, come lo sappiamo noi: quello spicchio di democrazia nel cuore di un islam sempre più aggressivo e intollerante, va difeso con ogni mezzo perché la sua resa sarebbe anche la resa del mondo libero.

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06 luglio 2006

Marco Lodoli e la famiglia: quando l’intellettuale illuminato... spegne la luce

Indiretto elogio di un prete e dell’utero spirituale

Uno dice “Marco Lodoli”… e pensa alla cultura impegnata, al pensiero illuminato un po’ decadente certo ma che sa interpretare la modernità, la post-modernità…insomma questo cavolo di tempo che stiamo vivendo. Perchè Marco Lodoli è uno scrittore famoso, di quelli ascoltati che quando parla si fa silenzio in sala. Perché Marco Lodoli ha scritto Snack Bar Budapest… e Tinto Brass ci ha fatto l’unico film non porno tra quelli che ha girato. Perché Marco Lodoli ha vinto due volte il Grizane Cavour che sta alla letteratura come la Parigi-Roubaix sta al ciclismo. Perché Marco Lodoli scrive su Repubblica, mica su Libero o su Il Giornale. Perché Marco Lodoli è uno di quelli che s’intervistano quando c’è da parlare dei giovani, del disagio sociale, delle periferie, delle mode, delle nevrosi, dei jeans bassi, delle crisi generazionali, delle mutande griffate. Perché Marco Lodoli insegna in un istituto superiore…non so se mi spiego: uno scrittore che insegna, cioè scrive e sta coi giovani insomma… chi meglio di lui può capire il tempo che batte alla porta della crisi dell’occidente? Perché Marco Lodoli racconta underground ma odia l’on the road, eppure se tu pensi a lui ti viene in mente lo spot della Vodafone con Muccino e la colonna sonora di Ligabue. E tu che, quando hai letto "La Notte" l’hai trovato una boiata pazzesca, ma non l'hai detto per non farti prendere per il culo dagli amici di sinistra come il solito “ignorantone di destra…degno amico dei tassinari in rivolta”.
Poi ti capita in mano un libello finanziato dalla Regione Lazio sugli incontri di intellettuali famosi in Biblioteca, e lì dentro Marco Lodoli, a proposito della famiglia, dice delle idiozie così idiote, ma così idiote… che quasi quasi non ti vergogni più di puzzare di destra.
“Non mi piacciono le famiglie. Non ho grande interesse per la famiglia. E’ qualcosa che non sento mia. (…) non mi piace identificare la famiglia come un’istituzione essenziale per la vita dell’uomo. Non siamo riusciti ad inventarci nulla di meglio in questi anni se non la famiglia che poi si chiude in casa, con i suoi antifurti, le sue parabole. Tutto quello che mi chiude mi preoccupa. Bisognerebbe ritrovare un rapporto diverso con la società altrimenti si finirà col vivere come gli americani, nelle loro villette a schiera con il barbecue e le macchinette tagliaerba”.
Ora premesso che è meglio vivere in una villetta a schiera con il barbecue che nei loculi di Corviale e nelle celle calorifere dello Zen di Palermo costruiti dagli architetti di sinistra e benedetti dagli intellettuali come Lodoli; perché è in questi posti delle nostre metropoli che il pensiero progressista ha prodotto emarginazione sociale e danni irreparabili disintegrando il tessuto sociale.

Ma il problema e che queste banalità ti fanno vomitare. Che non lo puoi chiamare neanche nichilismo… perché quello era una cosa seria quando lassù sull’Engandina l’amico di Zarathustra aveva provato a incontrare l’uomo nella sua solitudine mascherandola da volontà di potenza. Qui non c’è neanche questo. C’è la banalità venduta a basso costo al supermercato dell’idiozia progressista. Questo qui, il Lodolipensiero (che è poi il pensiero dell’intellighenzia laica occidentale) è semplicemente il niente, il sottovuoto spinto, la resa incondizionata ai modelli dominanti imposti dai media e dai padroni del vapore dei nuovi stili esistenziali sanciti per decreto nelle società pogressiste.
Per fortuna il giorno dopo incontri un po' di pensiero…pensiero profondo, così difficile da trovare tra gli intellettuali di oggi; è il pensiero di un prete… cioè di un teologo, Livio Melina, uno degli sgherri di papa Ratzinger che parla con la lucidità e la ragionevolezza che oggi la cultura laica si sogna. Intervistato su Il Foglio, denuncia il processo di “liquidazione della famiglia” fatta dai media a dai nuovi strumenti del potere, in una società “che non tollera le entità basate sulla stabilità” perché si privilegia “l’atemporaneo che giova al mercato” ; e il paradosso di tutto questo è che è un prete a spiegarci che la famiglia è il centro del sistema relazionale che consente agli uomini di essere protetti, perché “(…) l’individuo privo di consistenza relazionale diventa fragile e potenziale vittima del potere”; che ci ricorda che l’art.29 della Costituzione Italiana, quello che definisce la famiglia “società naturale fondata sul matrimonio” fu voluto da Palmiro Togliatti, per affermare “la precedenza della famiglia come società naturale, rispetto allo Stato”. Che se la Conferenza di Pechino delle Nazioni Unite in duecento pagine non parla mai di madre e se Zapatero ha eliminato pure il termine padre…è il segno di un nuovo potere che per imporsi deve cambiare persino il vocabolario. E’ un prete a dirci che
"ciascuno di noi è se stesso, si ritrova e sa chi è, se pensa alle relazioni costitutive con il padre, la madre, i fratelli, relazioni che segnano la consapevolezza del proprio io"; perché “senza famiglia non può esserci società, è il retroterra umano che ricostruisce l’uomo”. Ciò che S.Tommaso definiva "utero spirituale".
E tu, povero e stupido reazionario, che pensi che certo la famiglia è in crisi, è cambiata
ma che in fondo "padre" e "madre" sono realtà che è meglio non buttar via come ha fatto Zapatero, alla fine tiri un sospiro di sollievo perché in questo occidente in balìa del “niente-pensiero” di Lodoli e dei suoi amici, ci sono ancora i preti con tutto il loro armamentario di sagrestani, parrocchiani, campanari, perpetue… così poco chic e poco radical… ma che difendono ragionevolmente valori che danno ancora un senso a quell'incontro tra persona e comunità dentro le forme di solidarietà naturale e fuori da ogni fuga individualista.
Di Marco Lodoli ci rimane una puntata di Rai Educational in cui parla con i giovani e dice: "Il nostro on the road insensato nella vita occidentale, in cui mettiamo nello zaino o nel carrello del supermercato cose che, alla fine, non ci servono"… come i suoi libri e il suo pensiero, aggiungiamo noi.

Immagine: Mario Sironi, la Famiglia, 1933

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11 dicembre 2005

sessossessione... se la Chiesa dà lezioni di erotismo...

Guido Reni, San Sebastiano L’altro giorno è toccata a Aldo Busi la predica quotidiana contro la Chiesa.
La solita storia dell’ossessione per il sesso… e poi giù storielle di vescovi romani che frequentano saune gay e preti che rimorchiano fanciulli in piazza S. Pietro. Insomma nulla di nuovo sotto il sole dell’anticlericalismo. Ai tempi di D’Annunzio e Marinetti i racconti attorno a frati e a suore avevano più sana gaiezza, quasi una simpatica blasfemia perché non si prendevano sul serio; ma Busi non è D’Annunzio… è solo un 60enne sculettante e decadente che la televisione innalza ad una macchietta del pensiero.
Ora, questa idea assillante dell’ossessione della Chiesa per il sesso sembra un po' datata. E se fosse vero il contrario? Se fosse l’uomo moderno ad essere ossessionato dalla sessualità?… In fondo da quando il signor Freud ha preso fallo e utero e, da lì dove dovrebbero stare, li ha ficcati nel cervello degli uomini e delle donne, qualche problemino si è creato. Insomma, se questa ossessione per il sesso fosse una prerogativa tutta moderna?
Pensandoci bene non c’è alcuna religione al mondo più corporea e carnale del Cristianesimo; più legata così intimamente alla materialità dell’essere umano e alla sua condizione. Il Dio che si fa corpo, carne ed entra nella storia è ciò che scandalizzava gli antichi pagani chiusi nei loro dèi cerebrali; l’aristocratico Celso, sentinella di un mondo che scompariva, ammoniva i cristiani: “Dio non ha né bocca, né voce (…) se scende davvero sulla terra, in mezzo agli uomini, deve subire un mutamento dal bene al male”.
Eppoi questa storia della “resurrezione del corpo” che fece incazzare gli intellettuali ateniesi sull’Areopago quando Paolo la raccontò... e la crocifissione, con quella sofferenza del corpo così puntuale negli Atti degli apostoli, ed il corpo "tempio dello Spirito" (sempre Paolo).

In fin dei conti elementi di sano erotismo il cristianesimo li ha coltivati eccome: nella letteratura antica non esiste nulla di più erotico del Cantico dei Cantici, gioiello della tradizione giudaico-cristiana.
Eppoi l’arte cristiana, così intimamente inserita nei canoni della bellezza fisica, in quella ricerca del piacere visivo che, con il Rinascimento e poi con Caravaggio, raggiunse l’apice. Mishima, che era un omosessuale serio mica come Busi e non era cattolico, racconta che la sua prima eiaculazione la ebbe davanti al bellissimo ed erotico San Sebastiano di Guido Reni: “nell’attimo in cui scorsi il dipinto, tutto il mio essere fremette di una gioia pagana”. Insomma lo shintoista Mishima, dal paese delle geishe, dovette ricercare nella repressiva cultura cristiana il culto della bellezza che nella sua non trovava.
Niente male per una cultura che avrebbe rimosso il piacere, violentato i desideri, ucciso la passione nell'ipocrisia del vietato.
Certo anche i cristiani hanno avuto i loro problemini… Tertulliano, le eresie spiritualiste, i protestanti di vario genere con il loro moralismo sfacciato… ma la Chiesa di Roma ha mantenuto, con alti e bassi, una percezione gradita di un rapporto tra eros e redenzione. Forse ascoltarla ogni tanto servirebbe a recuperare limite e misura di ciò che per noi è divenuta nevrosi.
Jean Bastaire, teologo cattolico, ha scritto: “il godimento non è più consumazione ma giubilo, non si tratta più di un ristagno ma di un’estasi". Insomma, il sesso cristiano è erotismo allo stato puro. Nel VII secolo, Giovanni Climaco, monaco del Sinai, scriveva cose che neanche i libertini del ‘700 si sarebbero sognati: “Beato chi ha per Dio una passione non meno violenta di quella dell’amante per l’amata”… Aldo Busi è servito.

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