23 ottobre 2007

Arrestate il vandalo!

Ora che i riflettori si sono spenti, che l’attenzione mediatica è andata scemando, ora lo possiamo dire con forza e convinzione: arrestate quel vandalo!!! Prendetelo e sbattetelo in galera, insieme a lavavetri e immigrati, a compensare il nostro essere di sinistra cosi tanto di destra.
Perché ha ragione quella buona donna del vicesindaco di Roma, Garavaglia: chi ha compiuto quel gesto "è privo non solo di amore per l'arte, ma anche per la città che rappresenta il suo Paese".
E ha ragione anche il sindaco Veltroni, neosegrdelPd, quando ha detto che è stato "un gesto estraneo alla cultura democratica"; mica l'hanno messo ai voti o c'hanno fatto le primarie per deciderlo.
E ha ragione anche il ministro dei beni culturali già sindaco di Roma, Francesco Rutelli, a esprimere "indignazione e preoccupazione per il gesto intollerabile e irresponsabile di vandalismo alla Fontana di Trevi".
E meno male che il sovrintendente La Rocca "accorso immediatamente" ci ha sollevato e rassicurato perché "il danno arrecato non sembra grave".
E ha ragione l'assessore capitolino alla sicurezza Jean Leonard Touadi che ha assistito a tutte le operazioni di pulitura e noi non ci siamo mai sentiti così sicuri a Roma, nonostante i romeni che pestano Sposini. E ha ragione anche l’assessore alla cultura Silvio Di Francia quando ha detto che però resta lo "sfregio a un patrimonio dell'umanità", e lo ha detto (scrive l’Ansa) "scuotendo il capo", e questo scuotimento noi lo facciamo nostro.
E ha ragione persino quell’arzilla vecchietta della Ekberg, risuscitata dalla naftalina, a farsi interprete dello sgomento di noi romani e a dire forte e chiaro che "è stata un’offesa alla città".
Insomma hanno ragione tutti. Ma alla fine non abbiamo ancora capito a quale atto vandalico si riferivano. Se a questo attimo di pura poesia futurista, di fantasia elettrizzante, di ironia e colore...
...o a questo cesso di snobismo culturale che da mesi ha trasformato uno dei monumenti più belli di Roma nella boutique di Valentino...

Perché l'overdose di manichini impiccati e di plexiglas, dopo aver distrutto l'Ara Pacis con l'ecomostro di Meier, è qualcosa di più di un atto vandalico: è un atto di reiterata imbecillità. E allora, noi che siamo uomini di ordine e legalità concordiamo. Arrestate il vandalo!! Ma arrestate quello giusto. Non quel povero e geniale diavolo che vedete lassù. Parlavamo del vandalo che vedete quaggiù...

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02 luglio 2007

l'imbroglio del "buongoverno veltroniano"

Sidney Goodman, Figures in a landscape, 1973, part.Da quando a Torino è avvenuta la nuova Trasfigurazione del Monte Tabor e il Salvatore è sceso in mezzo a noi a illuminarci, in questo paese parlare di Veltroni e del veltronismo è sempre più difficile. C’è solo un modo per raccontarlo: demitizzare la favola del "buongoverno veltroniano" di Roma che zittisce ogni tentativo di dimostrare la vacuità dei suoi discorsi programmatici fondati sul copia e incolla di vecchi spezzoni sinistri e poche idee innovative di destra.
Lo diciamo da tempo: il "modello Roma" è innanzitutto uno straordinario sistema di potere trasversale e clientelare che tocca interessi forti nella città e non solo ma soprattutto condiziona e imbavaglia i mezzi d’informazione e la capacità critica di chi dovrebbe denunciare i mali che con Veltroni questa città ha visto aggravare. Chi si troverà a governare Roma dopo Veltroni, sia di destra che di sinistra, troverà una città con molti problemi in più e drammi sociali accentuati.
E’ quello di cui qualcuno finalmente si sta accorgendo... ma non in Italia. Dopo il New York Times del Settembre scorso (ne abbiamo parlato qui), qualche giorno fa è stato l’inglese The Independent (come il NYT non sospettabile di simpatie destrorse) a pubblicare un articolo (eccolo!) in cui evidenzia lo stato di impressionante degrado urbano della città governata dal "new emperor" d’Italia; e si domanda come sia possibile che, a fronte di un'eredità così fallimentare del governo della capitale, Veltroni venga dipinto dalla stampa italiana come il "possibile salvatore della nazione". Già come è possibile? Forse perché in Italia questi fallimenti non vengono raccontati. L’analisi continua impietosa sul "Mr. Nice" d’Italia, sullo "squalor and degradation" del suo regno, sul suo buonismo, sul suo uso strumentale dell’immagine: "se c'è un orfano africano in città, Walter Veltroni gli tenderà la mano. Se c'è un caso commovente cui interessarsi o una strada da intitolare, Veltroni troverà il tempo per farlo. Se Woody Allen, Robert de Niro o George Clooney vengono a Roma, un raggiante Veltroni si farà fotografare a loro fianco". E conclude in maniera implacabile: "il successo di Veltroni, in breve, è in quella specialità tutta italiana conosciuta come “bella figura”. Ha fatto grande il look di Roma in televisione – basta che non si facciano domande incisive sulle cose fondamentali. E ci si preoccupi di schivare le buche".
Peter Popham, l’autore dell’articolo, ha raccontato quello che è vietato raccontare. Perchè in questa città si continua a vivere dentro una nuvola soffice, morbida, sospesi tra la terra e il cielo, dentro una sorta di annullamento della realtà che i media favoriscono e alimentano. Il discorso di Veltroni a Torino è l’accreditamento scontato di un'idea della politica che non esiste, che lui non ha mai realizzato ma che proprio per questo si può sognare.
Il paradosso è che il "modello Roma", biglietto da visita mostrato con compiacenza ogni volta che si parla di Veltroni, è raccontato non dalle cose fatte (in 6 anni molto poche) ma dai silenzi attorno ai veri mali di una città che nonostante Valentino, gli amici intellettuali, i giornalisti silenti, ha problemi strutturali che non sono mai stati affrontati, forme di degrado intollerabile e servizi peggiorati. Una città carica di disgregazione sociale, di conflitti, di illegalità tanto da spingere persino gli stessi elettori di sinistra a denunciarlo con imbarazzo.
E allora succede che in questa sospensione della realtà, l’ennesimo scandalo che coinvolge l’AMA (la più importante municipalizzata di Roma, centro del potere economico e politico veltroniano) venga scoperto da un’inchiesta stile "Report", non da qualche giornalista d’attacco, ma da due giovani consiglieri municipali della Destra romana (Francesco Filini e Fabrizio Santori) che armati di videocamere e faccia tosta si sono intrufolati nei depositi, hanno ripreso, documentato, intervistato... e scoperto quello che non doveva essere scoperto.
La video-inchiesta dal titolo Kill'AMA è oggi scaricabile su You Tube (qui e qui) e sarebbe opportuno che si facesse circolare per rendere bene l’idea di cosa è la Roma veltroniana: non una moderna capitale europea ma la caricatura della Roma felliniana (come lo stesso Popham ha evidenziato). E questo scandalo, ancora più indecente perché legato all'aumento delle tariffe sulla raccolta rifiuti imposte da Veltroni (+ 16% per le famiglie e + 30% per le imprese)
per appianare deficit e sprechi vergognosi, in un paese normale spingerebbe perlomeno un sindaco o un assessore competente a dare risposte... ma invece, nella Roma del buongoverno veltroniano e nell’Italia del nuovo Salvatore, si perde dentro i fumi dell’indifferenza giornalistica e dell’opinione pubblica.
Epitaffio di questa ennesimo scandalo sottaciuto del "buongoverno veltroniano", rimane un povero dipendente dell’AMA che di fronte alle incessanti domande dei giovani e improvvisati reporter, non avendo più risposte credibili si è arreso e ha confessato: "Ma quand’è che i romani se romperanno le scatole de 'ste cose e verrano qui a dacce 'na massa de legnate?". Forse quando qualcuno, queste cose, inizierà a raccontargliele... e a raccontarle a tutti gli italiani.

Immagine: Sidney Goodman, Figures in a landscape, 1973, part.

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04 maggio 2007

quel minuto di raccoglimento... in Malawi

A tutto c'è un limite. Anche al senso del ridicolo. O almeno dovrebbe esserci; e se non c'è, qualcuno dovrebbe fissarlo. Un codice stradale per limitare l'eccesso di stupidità, perché quando il ridicolo diventa offesa per gli altri dovrebbe essere proibito per legge.
Borgata Fidene, Roma. Funerali di Vanessa Russo uccisa a 23 anni da un balorda rumena in metropolitana per un banale diverbio, mentre andava a lavoro. Un omicidio come ne avvengono tanti in una qualsiasi grande città del mondo dove milioni di persone si accalcano ogni giorno soffocate dallo stress, dallo smog, chiuse nei propri problemi, nelle nevrosi e nelle tensioni. Se lo spazio si restringe l'aggressività aumenta. A New York, a Londra, a Caracas si muore in maniera simile. Insomma, quella di Vanessa potrebbe essere una storia di ordinaria emarginazione se la sua assassina non fosse straniera e se non fossimo a Roma dove l'emarginazione non esiste, dove la violenza sociale è un'invenzione della destra e dove il Comune organizza la "festa del vicino di casa" per promuovere la socializzazione.
A Fidene c'era tanta rabbia giusta e molta rabbia sbagliata; ma questo è lo specchio di una città vera che ogni tanto si sveglia dalla favola arcobaleno che i media raccontano ogni giorno. E' la Roma del disagio sociale, delle borgate, della concentrazione di nomadi più alta d'Europa; della microcriminalità incontrollata meno visibile ma più pericolosa per i cittadini; è la Roma dei vigili urbani che da anni chiedono di andare in giro armati stanchi delle aggressioni e delle violenze ai loro danni; dei parcheggi a pagamento dove paghi il doppio ticket: uno al Comune, l'altro al racket degli abusivi per non farti sfasciare l'auto; dei cinesi che qui sono buoni perché c'è Veltroni e non perché l'Esquilino è diventata una zona franca dove la legalità è sospesa e nessuno si azzarda a far rispettare loro le leggi.
Sotto Borgata Fidene scorre, come un fiume, la via Salaria. Lì, a qualsiasi ora del giorno e della notte, centinaia di bambine (bambine sul serio!!) romene o moldave, battono ai lati della strada, spesso nude. Vittime di un sistema criminale che si regge e si arricchisce sulle nuove schiavitù e sulla tratta di esseri umani. Qualche settimana fa, Rai Educational ha trasmesso un'inchiesta terribile e spaventosa su questo tema intervistando le ragazze della Salaria, nel silenzio assoluto delle istituzioni. Doina, la balorda che ha ucciso Vanessa è una prostituta anche lei; un po' più grande. Ha 22 anni e due figli in Romania. Anche lei è entrata in Italia minorenne.
Ai funerali di Vanessa sono andati anche i politici: il Presidente della Regione Marrazzo e il vice-sindaco Garavaglia. Si sono beccati fischi e insulti, anche più gravi di quelli raccontati dai giornali. E' normale che sia così: il politico diventa il bersaglio da colpire e anche il più facile. Veltroni non c'era. Lui, così onnipresente nelle situazioni dove si piange e in quelle dove si ride, laddove i sentimenti si collezionano come figurine, lui a Borgata Fidene non c'è andato. Era in Africa, nel suo viaggio annuale con le scuole romane e con la corte di scriba di redazione che hanno documentato le strette di mano, gli abbracci, le emozioni e i progetti di cooperazione. Perché la solidarietà è importante sopratutto se la fai portandoti dietro un po' di giornalisti. Il sindaco di Roma ha avuto fortuna, si è salvato dai fischi e dalla rabbia perché l'Africa era lontana. Eppure quei fischi alla sua vice erano in fondo per lui. Veltroni ha fatto dettare alle agenzie il suo immenso dolore, perché il dolore quando è troppo grande va tirato fuori per poterlo meglio elaborare: e cosa c'è di meglio di un'Ansa o di un AdnKronos? "Il sindaco di Roma Walter Veltroni e gli studenti romani hanno osservato un minuto di silenzio in Malawi per Vanessa (...) lungo la strada che porta all'aeroporto di Lilongwe (...) i cento studenti, scesi dai pullman, si sono raccolti in cerchio, al lato della strada, e Veltroni ha spiegato loro che Vanessa Russo "è morta in una circostanza assurda" (...) si sono raccolti in silenzio anche l'assessore alla Scuola del Comune di Roma, Maria Coscia, e il delegato per la cooperazione Giobbe Covatta (Ansa del 2 maggio)". Un minuto di raccoglimento per Vanessa. In Malawi. tutti in circolo con Giobbe Covatta. Tutti in silenzio con gli occhi bassi e addolorati... tranne i giornalisti che avranno scattato le foto e scritto i pezzi.

Ma se Vanessa è morta in una "circostanza assurda" come dice Veltroni, perché lui ha concesso una giornata di lutto cittadino? Anche morire cadendo dalle scale è una circostanza assurda. Forse qualcuno a Fidene avrà pensato che l'Africa non occorre andarla a cercare laggiù. Basta girare per qualche borgata romana dove gli immigrati vivono accampati nelle bidonville e le ragazzine dell'est si vendono ai clienti italiani. Ma quel minuto di raccoglimento in Malawi dettato alle agenzie con spudorata compiacenza dimostra altro.
Veltroni è un nudista dei sentimenti. Un raccapricciante testimone del vuoto della politica. Un giocatore di poker che sa utilizzare il bluff senza scoprirsi mai; un collezionista di gesti simbolici che ha capito che nel mondo dei media questi non hanno valore per la loro straordinarietà, ma per la loro banalizzazione.
Il veltronismo in fondo è questo: un apparire in un necessario bisogno di accettazione, conforto, solidarismo. Un piacere agli altri che in fondo è un piacersi continuo. Non è una nuova politica ma la sua negazione. Se il futuro PD diventerà veltroniano, la sinistra italiana regredirà ulteriormente a una fase addirittura pre-ideologica, peggiore di quella che sta attraversando. Il tuffo dentro un'astrazione che non affronta mai i problemi, ma li mimetizza nei sensi di colpa; non pensa a dare risposte ma a definire antropologie, caratteri e a giocare con la retorica.
Il suo discorso al congresso del Pd è stato emblematico: "Sono di sinistra se di fronte alla solitudine di un'anziana mi accorgo che anche la mia vita perde qualcosa. Sono di sinistra se le rinunce di una famiglia di quattro persone in cui entrano 1.200 euro al mese, rende anche la mia vita più povera. Se l'attesa di mesi di un malato è anche un mio problema, se la disperazione di un contadino del Sud del mondo diventa anche la mia, allora sono di sinistra". Una sotto-ideologia del post moderno che non si preoccupa neanche di analizzare i fenomeni sociali, economici ma solo di drogare i sentimenti, trasformare la realtà in un immaginario a uso e consumo di un sentimentalismo mediatico.
La politica, a volte, può anche accettare di essere amorale quando deve confrontarsi con la realtà e definire conflitti, priorità, gerarchie e scelte. Ma non dovrebbe mai diventare immorale. Quel minuto di raccoglimento in Malawi dettato alle agenzie stampa, mentre a Fidene il dolore vero accompagnava la bara di una ragazza, è un gesto profondamente immorale...

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02 ottobre 2006

roma veltroniana: storie di ordinarie sopraffazioni

La storia è questa: un tizio possiede un capannone di 400 mq in zona S. Lorenzo acquistato attraverso un mutuo, con lo scopo di affittarlo e ricavarci una rendita; insomma, un normale investimento fatto da un privato cittadino, come spesso avviene in una società libera. Il locale è vuoto perché è in attesa di trovare un acquirente per l’affitto.
Un giorno di novembre del 2004, un manipolo di gagliardi giovanotti di Action (l’associazione specializzata in okkupazioni abusive con il beneplacito del Comune di Roma e capeggiata da quel Nunzio D’Erme già consigliere al bilancio partecipato del sindaco Veltroni e messo agli arresti domiciliari per aver svuotato un supermercato), forzano il locale, entrano, lo okkupano e ci fanno l’ennesimo Centro Sociale luogo di retroguardia culturale, sperimentazione, cultura underground, linguaggio in movimento e altre cazzate del genere. Quando il povero tizio va con le chiavi per entrare nella sua proprietà trova le serrature cambiate.
La scena ricorda quella del Marchese del Grillo che in una notte fa costruire un vespasiano sulla porta della bottega di Aronne Piperno l’ebanista e quando il malcapitato va la mattina ad aprire non trova più la bottega ma al suo posto il Marchese nell’eloquente atto di utilizzare il vespasiano; ecco, più o meno la stessa cosa, solo che qui non stiamo nella Roma papalina ma in quella veltroniana e non è un film di Monicelli.
Ora un normale cittadino di fronte ad un'usurpazione del genere ha due possibilità: A) Prendere un lanciafiamme e sgomberare i pezzenti figli di papà che fanno i rivoluzionari con i soldi degli altri. B) Rivolgersi alle forze dell’ordine (che come dice il termine stesso, dovrebbero mettere ordine), ed è quello che ha fatto il tranquillo ed ingenuo cittadino ottenendo la risposta che il problema è politico. Allora l’ingenuo cittadino, che non ha voglia di usare il lanciafiamme ed è anche uno che lavora alla Tesoreria comunale (quindi, si presuppone abbia i giusti canali), si fa ricevere dal vicesindaco di Roma che lo manda a parlare con il capo-gabinetto del Sindaco, che lo manda a parlare con una sua dirigente la quale gli dice che lì, al Comune di Roma (che, per inciso, ha 30.000 dipendenti, senza contare precari e consulenti), hanno altro a cui pensare che queste cazzate, tanto più che pare (è lui stesso che lo dice) che tra gli okkupanti ci sia anche il figlio della dirigente in questione. Allora, l’ingenuo cittadino, va a parlare con l’Assessore al Patrimonio che lo fa parlare con il suo collaboratore. Finalmente trova udienza. L’ingenuo cittadino, per non far affaticare troppo i dirigenti comunali propone anche una soluzione (che non spetterebbe a lui trovare) più o meno dice: “a fianco al mio capannone ce ne è uno vuoto di proprietà del Comune; mandateli lì i fanciulli creativi e ridatemi la roba mia”.
Passa un anno e mezzo e a Luglio del 2005 arriva la soluzione. L’assessore lo convoca e gli dice: “Patteggiamo. Il Comune di Roma ti acquista il locale (ovviamente con lo scopo di darlo agli amiketti di Action che ci faranno un altro grande centro di sottocultura a spese di tutti) e tu ti prendi il locale vicino e visto che è anche più grande ci paghi una differenza sopra”. L’assessore definisce questa operazione una “permuta”. Sarà, ma a me sembra un taglieggiamento in piena regola; un ricatto stile Chicago anni ’30.
L’onesto cittadino accetta per uscire dall’impasse e dopo 7 mesi (siamo a febbraio 2006) il comune di Roma gli manda la letterina con l’accordo da realizzarsi entro 2 mesi. Ne sono passati altri 5 e nulla è stato fatto. L’ingenuo cittadino continua a pagare il mutuo su una proprietà che de facto non è più sua ed in più quasi 5.000 euro di Ici al Comune di Roma. Nel frattempo i fanciulletti rivoluzionari prendono dal Comune di Roma finanziamenti per fare manifestazioni culturali in uno spazio che il Comune sa essere stato usurpato ad un privato.
Questa storia è raccontata nei minimi particolari da Massimo Malpica sulla cronaca di Roma de Il Giornale.
Morale: in un paese in cui un governo ha provato a sovietizzare la Telecom non ci si dovrebbe stupire che l'esproprio proletario diventi legale. Ma per ora ancora non lo è. Nella Roma veltroniana il Comune non solo legittima e finanzia occupazioni di luoghi pubblici (che non vuol dire che sono di nessuno ma al contrario che dovrebbero essere di tutti e non solo degli amici di Veltroni); adesso legalizza anche l'occupazione delle proprietà private. Quando in una città si legalizza l’illegalità qualcosa non funziona. Ma intellettuali e giornalisti non hanno il tempo di dirlo: c’è ancora da presentare il romanzo del sindaco…

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25 settembre 2006

Ara Pacis e New York Times ovvero: schiaffoni a Veltroni

E pensare che appena ieri c’era stata l’ennesima inaugurazione dell’Ara Pacis. Ho perso il conto ma direi che, a occhio e croce, stiamo intorno alle 250 da quando Rutelli sindaco affidò l’opera di sostituzione della bella teca di Morpurgo che raccoglieva l’Ara, all’architetto Richard Meier (ovviamente senza concorso). C’è stata l’inaugurazione per il progetto, l’inaugurazione per la prima pietra, l’inaugurazione per la seconda, l’inaugurazione per la prima vetrata, l’inaugurazione dei cessi, l’inaugurazione dell’inaugurazione, l’inaugurazione del primo restauro prima ancora che fosse finita…e ogni volta giù con fanfare, discorsi, clap clap davanti alle telecamere e agli ossequiosi maggiordomi delle redazioni romane del Corriere e di Repubblica che raccontavano quanto è bello quello scatolone bianco piantato tra il Mausoleo di Augusto e le facciate delle chiese del Valadier.
Ieri non so bene cosa abbiano inaugurato; se il museo, l’auditorium di 200 posti, la fontana esterna attorno alla quale “ragazzi e visitatori potranno trascorrere del tempo” (giuro, parole di Veltroni all’Ansa). Hanno preso l’occasione del 2068° compleanno dell’Imperatore Augusto (che bontà sua l’Altare alla Pace l’aveva costruito senza pensare al casino che avrebbe combinato) per fare un convegno sulla differenza tra pax romana e peace americana. Non è dato sapere cosa Veltroni, Richard Meier e Gianni Borgna abbiano detto su tale impervio argomento ma di sicuro rimane agli atti l’esternazione volgarotta e infelice del sindaco scrittore: “e pensare che c’era chi voleva distruggere tutto, ma ad avere a che fare con gli sventurati bisogna avere solo pazienza”. E di pazienza Veltroni ne deve avere avuta tanta in questi anni, perché la lista degli sventurati è assai lunga. Certo, ci sono i soliti politici dell’opposizione come Fabio Rampelli e Marco Marsilio che da tempo sono impegnati a recuperare i danni di 30 anni di scempi urbanistici di sinistra: dal Parco archeologico di Tor Marancia (dove Rutelli, ecologisti e palazzinari insieme volevano buttare 10 mln di metri cubi di cemento per costruirci una città grande come una provincia), alla riqualificazione di Laurentino 38 (che sta avvenendo per le loro battaglie e con i soldi della vecchia giunta Storace), al tentativo di recupero di Corviale. Ma nella lista degli sventurati il povero Veltroni ha dovuto aggiungere anche altri architetti come Leon Krier, Giorgio Muratore, Federico Zeri, Maurice Culot, Giuseppe Strappa, Massimiliano Fuksas, Cristiano Rosponi. Intellettuali come Vittorio Sgarbi, Mario Luzi, Stefano Zecchi, Alberto Arbasino, Camillo Langone. Gli urbanisti del Prince of Wales Institute che usarono loro per primi la definizione di “pompa di benzina” per descrivere l’aspetto formale del capolavoro.

E oggi, nella lista sempre più lunga di sventurati verso cui il povero Veltroni deve avere tanta tanta pazienza, bisogna aggiungerci anche il New York Times che in questo articolo definisce senza mezzi termini il Museo dell’Ara Pacis: “un flop”… ancora più clamoroso se si considera che il complesso è la prima costruzione di architettura moderna nel centro storico di Roma da mezzo secolo a questa parte. La bocciatura del NYT è netta e senza equivoci: il museo dell’Ara Pacis è l'espressione contemporanea di ciò che può accadere quando un architetto feticizza il proprio stile per autoesaltarsi. Assurdamente in sovrascala, sembra indifferente alla nuda bellezza del tessuto denso e ricco della città che sta intorno. Certo, qualcosa di gradevole c’è: la scala di accesso, le maniglie delle porte, lo sciacquone del bagno…ma il resto è da buttare. Niente male per un'opera costata 16 milioni di euro (oltre il 50% di quanto era stato preventivato) e che ora ne richiederà altri 40 per realizzare il sottopasso al Tevere previsto nel 2008 (non si sa di quale era geologica).
Rimane un senso di amarezza per chi ama Roma, la sua bellezza ed è convinto che sia possibile coniugare tradizione e modernità senza sfregiare la memoria e il fascino con gli ecomostri prodotti dall’arroganza intellettuale della solita cultura salottiera e affaristica che ha devastato questa città. Perché poi i luoghi non li vivono gli intellettuali, né i sindaci scrittori, ma la gente; la stessa che ha lasciato scritto a pennarello sulla recinzione dell’eterno cantiere dell’Ara Pacis: “Benvenuti nel Centro Commerciale!”.

update: sullo stesso tema vedi: "Le città perdute"

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18 maggio 2006

libera roma....


25 anni. Cinque lustri. Un quarto di secolo. 25 interminabili anni di noia, clientele, salotti intellettuali, ipocrisie, degrado, traffico impazzito, buche gigantesche, facce buone...troppo buone per essere sincere, patti trasversali, ricatti; 25 anni di governo di sinistra a Roma. Uno si guarda intorno… e li trova sempre lì: i soliti intellettuali di corte, i soliti degradatori di professione, i soliti giornalisti sul libro paga del Campidoglio, la solita CGIL che detta legge nel mercato del lavoro con logiche quasi mafiose, i soliti burocrati capitolini, i soliti palazzinari e i soliti affaristi.
25 interminabili anni…e questi ultimi cinque poi… i peggiori: perché oltre ai comitati d’affari ci siamo dovuti sorbire pure le morali buoniste… da quando c’è lui… il sindaco tacchino. Non ne posso più della retorica pacifista, delle fiaccolate per gli amici loro, delle facce delle simone e della giuliana in Campidoglio e neanche un ricordo per chi è morto abbracciando un tricolore; di chi dedica una strada a Paolo Di Nella e poi regala soldi a quelli che prendono a sprangate i giovani di destra.
Eppoi i premi Nobel ogni anno a raccontare cazzate, i milioni spesi per le case inutili (la casa dei teatri, del cinema, del jazz, delle arti, della letteratura) dove non va nessuno ma dove si riempiono di soldi i soliti noti.
Qualcuno dica qualcosa. Per esempio: qualcuno dica che è immorale che un giornale come il Corriere della Sera prenda ordini dall'ufficio stampa del Campidoglio. Che il primo che mi parla di libertà di stampa lo ficco, senza maschera antigas, a via del Corso.
Qualcuno dica che l’informazione in questa città è rinchiusa dentro una gabbia di luoghi comuni e di falsità... dove se un comitato di quartiere alla Balduina o a Tor Bella Monaca fa una manifestazione di centinaia di persone contro Veltroni... sui giornali si parla di Tom Cruise che dice "quanto sei bella Roma"

Qualcuno dica che le aziende a capitale pubblico (come Zetema) sono dei veri "comitati d'affari" che consentono di aggirare le regole del mercato e di assumere senza concorso tutti gli amici degli amici degli amici… della CGIL.
Qualcuno dica che il precariato al comune di Roma è 10 di volte superiore alla media nazionale (alla faccia dei sindacati che però, in piazza contro Veltroni non sono mai scesi).
Qualcuno dica che Corviale, Laurentino 38 e gli orrori urbanistici delle periferie romane sono il prodotto di anni di subcultura collettivista, di una malandata idea di città che il Pci ed i suoi salottieri intellettuali hanno giustificato e difeso e che le poche opere di riqualificazione urbanistica per Roma (come appunto a Laurentino 38) le ha fatte il centrodestra quando governava la Regione Lazio.
Qualcuno dica che la sinistra ecologista aveva regalato ai palazzinari romani il parco di Tor Marancia per buttarci sopra 10 milioni di mc di cemento (una città grande come Sondrio)… e che oggi quel parco è tutelato grazie ad una battaglia isolata e straordinaria della destra romana.
Qualcuno dica che nell’ultima variazione di bilancio Veltroni ha stanziato quasi 4 mln di euro per i campi nomadi e neanche la metà per l’emergenza case dei cittadini.
Qualcuno dica che Action (dell’ex assessore e neo sprangatore Nunzio D’Erme) è un'associazione eversiva che ha collegamenti con l'amministrazione comunale, negli uffici, nei municipi con il beneplacito del sindaco tacchino grazie ai milioni che lui regala ai centri sociali okkupati.
Qualcuno dica che mentre il sindaco permette ad Action di occupare i palazzi pubblici, di proprietà di tutti, il Comune usa due aliquote Ici: una per le famiglie (più alta) e una (ovviamente più bassa) per i grandi gruppi immobiliari che hanno centinaia di appartamenti sfitti… perché il cuore sta a sinistra… ma il portafoglio rigorosamente a destra.
Qualcuno dica che, dopo avere coglionato il Cavaliere per la proposta di togliere l’Ici sulla prima casa, Veltroni ha sparato manifesti in tutta Roma in cui ha scritto che ridurrà l’Ici dello 0,02%...cioè una media di 18 euro e 54 centesimi… e nessun giornalista libero di questa città ha detto che prendere per il culo la gente in questa maniera è immorale.
Qualcuno dica che in tutti questi anni non è stato fatto uno, che sia un piano di viabilità decente e che a Roma il traffico è perennemente bloccato… più del cervello di Prodi.
Qualcuno dica che è allucinante che a Roma oltre 20.000 persone si trovano la casa ipotecata e 40.000 il mezzo sequestrato dall’esattoria comunale, per non aver pagato le multe.
Qualcuno dica che se la Piaggio presenta il suo nuovo e rivoluzionario scooter a tre ruote “antibuca” a Roma… qualche motivo ci dev’essere.

Qualcuno dica che l'Ara Pacis fa cagare, che è uno sfregio ad uno dei luoghi più belli di Roma, che quello scatolone bianco è costato quasi 16 milioni di euro con un incremento in corso d’opera del 266% rispetto all’appalto affidato da Rutelli senza concorso; che l’hanno inaugurata 5 volte e che qualcuno ha dovuto scrivere che “l’Ara Pacis è quella che sta dentro” perché ormai nessuno sa più dove sta.
Qualcuno dica che Veltroni ha avuto dal Governo Berlusconi più soldi di quanti Roma ne abbia avuti da tutti i governi di sinistra precedenti e che per fare la Notte Bianca ha speso più di due finanziarie messe insieme… e che i lampioni per fortuna non li ha dovuti spegnere per colpa del centrodestra.

Qualcuno dica che il 75% delle opere pubbliche fatte a Roma sono state realizzate con i fondi del governo di centro-destra e il sindaco ci ha messo solo la faccia per le inaugurazioni.
Qualcuno dica che Veltroni regala ogni anno 2 milioni di euro ai suoi amichetti esperti di aria fritta… sotto forma di consulenze e che ne ha data una pure a Silvia Baraldini, con i suoi 43 anni da scontare per terrorismo, in quanto “esperta di politiche per lo sviluppo locale” (non è bastato alla sinistra barattare la strage del Cermis per estradare questa tizia). Qualcuno aggiunga che se si sommano alle consulenze, i contratti a tempo determinato, i contratti colelttivi a td e i "comandi" si raggiunge la cifretta di 60 milioni di euro. Senza contare i quasi 30.000 (trentamila!!!) dipendenti comunali che non si capisce a ‘sto punto che ci stanno a fare. Qualcuno dica queste ed altre cose che ora ci sfuggono. Diverse volte abbiamo provato a parlare della nostra città. Qui... e anche qui per esempio.
Ora ne parla un nuovo blog che l’Anarca invita a leggere per rinnovare l’incazzatura contro il nulla morale che avanza in questa Roma ipnotizzata dal pifferaio magico.

RomaPunto è il nuovo blog di Tocque-ville che dà voce a quella parte di Roma che non vuole morire buonista, kattokommunista... giusto per ricordarsi che tra meno di un mese si vota... e i miracoli esistono!

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15 novembre 2005

veltroni, il sindaco tacchino

La notizia non passa inosservata: Veltroni fa il tacchino. Lo so, adesso direte che è la solita battuta demagogica, uno slogan qualunquista da campagna elettorale di quinta categoria… quel tanto che basta a tenermi fuori dai salottini intellettuali che contano. Ci sono abituato: puzzo troppo di destra perché un Gianni Borgna mi faccia accomodare anche solo su uno sgabello.
Ma non lo dico io che Veltroni fa il tacchino; lo scrive Repubblica. Capisco le vostre perplessità, considerando le stronzate che scrivono da quelle parti (vedi Niger-gate). Però, fatemelo dire, voi di Tocque-ville siete un po’ troppo prevenuti verso i repubbli-cani di piazza Indipendenza. Quelli quando parlano “der padrone de Roma” stanno molto, molto, molto attenti a non dire cose sbagliate… ne va della loro testa.
E quindi se Repubblica scrive che Veltroni fa il tacchino vuol dire che è vero. Infatti oggi la notizia è addirittura in prima pagina: Veltroni doppierà il sindaco tacchino nel nuovo cartone animato della Disney. In Chiken Little, Walter il buono farà Tino il Tacchino, il sindaco dei polli. Ora per favore smettetela con i ridolini sarcastici, le gomitate al vicino di blog… vi vedo eh… cosa credete! Battute banali e scontate. Guardate che se oggi si va a votare, il tacchino prende il 135% dei voti di quei polli dei romani. E li prenderebbe pure se il centrodestra candidasse Totti e Ilary insieme.
Il problema non è tanto che Repubblica dice che Veltroni fa il sindaco dei polli… che in epoca di epidemia aviaria potremmo pure preoccuparci se non ci fosse Storace alla Sanità.
Il problema è leggermente più complicato.
Pochi giorni fa il Corriere della Sera metteva in prima pagina la notizia esclusiva, straordinaria, incredibile, da non crederci…che Veltroni avrebbe dedicato una via a Renzo De Felice, il grande storico che la sinistra comunista e resistenziale oltraggiò, offese, emarginò per anni a causa della sua libertà intellettuale. Ora, al di là di questo e al di là del fatto che l’articolo era ottimo (scritto da un giornalista libero come Paolo Fallai), mi domando: è possibile che il maggiore quotidiano nazionale debba mettere in prima pagina la notizia che un sindaco dedica la via ad uno storico? Si è possibile se il sindaco si chiama Veltroni. E l’amarezza di vedere Paolo Mieli prendere ordini dall’ufficio stampa del Campidoglio non risolve il problema.
Albertini dovette mettersi in mutande e firmate Armani, per avere un po' di spazio sui media.
Un povero anarca come me, che vive tra Roma e Tocque-ville e che crede che la libertà d’informazione, di giudizio, di critica sia essenziale per la democrazia, impallidisce di fronte a questo spettacolo imbarazzante di appiattimento, di omologazione, di conformismo su tutto ciò che Veltroni fa, pensa, desidera, sogna e crede.
In questa città si vive come sospesi tra ciò che è la realtà e ciò che cortigiani, intellettuali e saltimbanchi di redazione descrivono e raccontano. Una frattura tra quello che è, e quello che viene percepito. E quel poco di dissenso che prova ad emergere viene immediatamente rimosso dagli organi d’informazione: il traffico impazzito, i servizi sociali che non ci sono, l’orrore della burocrazia capitolina, un mercato del lavoro schiavizzato dalle logiche sindacali e di potere, il degrado delle periferie (da noi le macchine le hanno iniziate a bruciare tre mesi prima che a Parigi, ma è solo colpa di qualche piromane...), gli orrori urbanistici cancellati dalla memoria collettiva e quelli che si stanno per realizzare, l’inquinamento, la sporcizia da Roma papalina descritta da Goethe , il finanziamento osceno ad una cultura salottiera, autoreferenziale, improduttiva per la crescita della città; tutto questo rimane ai margini di una percezione altra, filtrata da giornali e intellettuali. Veltroni è una sorta di Chavez de noantri capace di plasmare questa città a sua immagine; insomma è un leader.
Tant’è che ormai il nostro Walter può permettersi di fare tutto meno che il sindaco: pubblicare libri, realizzare cd musicali, fare il dj alla radio, costituirsi parte civile per continuare a rompere i coglioni al povero Pasolini, organizzare notti bianche che costano più di 50 finanziarie, guarire gli infermi, camminare sul Tevere…
La mia amica Marianna, comunista ed intelligente (due caratteristiche che raramente si trovano insieme...), una che di politica e di comunicazione se ne intende sul serio, mi ha risolto il problema; quando le ho chiesto “ma secondo te Veltroni ce fa’ o c’è?” Mi ha risposto secca “Veltroni ce sa fa’!”

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