29 settembre 2006

Berlusconi: 70 anni, tanti capelli e una pagina di storia

Il Cavaliere compie 70 anni; né tanti né pochi ma quanti bastano perché il bilancio di una vita si leghi indissolubilmente agli eventi che segnano la storia. Nel suo protagonismo sfacciato, ardito, odioso, arrogante, spaccone c’è un’anima dannunziana che ci ha sempre affascinato anche sotto le bandane ridicole, le gaffe internazionali, i balli travestito da berbero, gli errori, le sciatalgie e l'urlo di Vicenza, c’è qualcosa che sfugge al politicamente corretto che ha ingessato la politica italiana.
Ad Omnibus, stimolante trasmissione mattutina su La7, Michele Salvati, intelligenza politica di sinistra, ha provato a dire che si, può piacere o meno, ma Berlusconi entrerà nei libri di storia.
C’era anche Furio Colombo, grande e lapidario nelle sue certezze, come sempre impeccabile, elegante, perfetto nella pronuncia inglese. Se non fosse per quella vocina cigola sarebbe un liberal perfetto. Ha scatenato il suo odio e senza un’ombra di ridicolo ha detto: “Berlusconi non resterà nei libri di storia (…) resterà invece nei libri di diritto.(…) Berlusconi è il portatore del più grande conflitto d’interesse che ci sia al mondo… conflitto d’interessi vuol dire che lui è in grado qui di intimidirci mentre siamo qui. Quando io dicevo queste cose all’inizio qualche collega mi diceva affettuosamente “ma così non farai mai carriera”. Soltanto che ho cominciato a dirle queste cose in un punto della vita cui il problema del fare e del non fare carriera era un po’ meno drammatico. (…) Berlusconi passerà alla storia come l’uomo che più di tutti, senza la violenza, in democrazia, è stato capace attraverso il controllo dei media ed il conflitto d’interesse, d’intimidire l’intera classe giornalistica italiana e un bel po’ della classe politica”.
Nel delirio di scemenze dette si ritrova ancora quella gabbia ideologica in cui l’intellighenzia borghese e di sinistra racchiude l’odio verso chi, inventando un sano populismo moderno e mediatico, ha sconfitto due volte quel sistema di potere che da 50 anni tiene bloccata l’Italia in una palude.
Furio Colombo sa che in questo paese la democrazia non è mai stata minacciata da Berlusconi.
Furio Colombo sa che Berlusconi ha portato democrazia in questo sistema, perché è tuttora il più grande editore che ha fatto del pluralismo e della libertà di pensiero e d’informazione anche il suo successo imprenditoriale ed economico e che solo una vulgata ignobile può far credere che con lui la libertà di parola sia stata minacciata.
Furio Colombo sa che il conflitto d’interessi di Berlusconi è stato lampante, eclatante, evidente, manifesto, gigantesco, da tutti conosciuto… e proprio per questo non poteva essere utilizzato.
Furio Colombo sa che quando la sinistra ha governato per 5 anni si è guardata bene dal fare una legge che lo risolvesse perché sapeva che il conflitto d’interessi era una straordinaria arma di ricatto contro Berlusconi e nello stesso tempo, un’arma assolutamente spuntata per lui.
Furio Colombo sa che i conflitti d’interesse, da sempre, sono quelli che non si vedono ma ci sono, perché per essere funzionali devono essere usati nella penombra del potere.
Furio Colombo sa che se un segretario del maggiore partito della sinistra (un nome a caso, Fassino), viene casualmente beccato al telefono con un faccendiere a dire “finalmente abbiamo una banca?”... all’interno di una delle operazioni finanziarie più scandalose della storia di questo paese, quello è un conflitto d’interesse vero, reale e più pericoloso per la democrazia perché intreccia in maniera incontrollata spregiudicatezza politica e grande finanza.
Furio Colombo sa che se un Presidente del Consiglio (o chi per lui) manda su carta intestata di Palazzo Chigi un piano di sovietizzazione di un’azienda privata quotata in borsa, del valore di 30 mld che è un asset strategico fondamentale nel sistema economico italiano, 48 ore prima un importante cda in cui gli azionisti (privati!) di quell’azienda devono deciderne il futuro, determina un’ingerenza indebita e pericolosa che segna un conflitto d’interessi scandaloso nei confronti di uno dei più grandi gruppi privati del paese.
Furio Colombo sa che quello che qualche giorno fa il nostro Marco Taradash ha detto… è verissimo: "in Italia Berlusconi ha un conflitto d’interessi ma con i soldi suoi; mentre c’è qualcuno che ce l’ha con i soldi degli altri".
Furio Colombo sa che da 40 anni l’intreccio economico, finanziario e politico tra cooperative rosse e sinistra nella gestione del potere, dei finanziamenti, degli appalti negli enti locali e nelle pubbliche amministrazioni, nella politica di clientele che determina, nell’uccisione delle più elementari regole del mercato è un conflitto d’interessi spaventoso che pesa più di ogni retorica sulle regole della democrazia.
Furio Colombo sa tutto questo ma non vuole regalare neanche una pagina di storia al Berlusconi imprenditore e politico.

Berlusconi ha 70 anni ed entrerà nei libri di storia inevitabilmente perché ha cambiato il volto di questo paese. Ha traghettato l’Italia fuori dalla melma di tangentopoli e di un’offensiva giudiziaria che ha minato (quella si) le regole della democrazia. Ha inventato il bipolarismo… anzi è stato lui, fino ad oggi, il bipolarismo. E’ stato odiato come solo la stupidità ideologica consente di fare. Ha diviso l’Italia e ha imposto l’obbligo di una scelta di campo. Ha costretto la stessa sinistra paleo-comunista a confrontarsi con se stessa ed il proprio futuro, altrimenti staremmo ancora alle lacrime di Occhetto. Ha rivoluzionato linguaggi, immagini, comunicazione. Ha dato un volto, un’identità politica, un’emozione di piazza ad una parte del paese (forse quella maggiore) che non ha intellettuali, premi nobel, giornalisti, cantanti, comici a rappresentarla. Ha creato le basi per la costruzione di un soggetto politico che può, per la prima volta, tenere insieme conservatori e liberali, riformisti e identitari, laici e cattolici… cosa impensabile 10 anni fa (e che ora forse sta ad altri iniziare a lavorare sul serio per costruire questa questa maledetta e straordinaria Right Nation di cui l’Italia ha bisogno).
Berlusconi è stato il nuovo con tutte le sue contraddizioni; ha vinto due volte e due volte è stato sconfitto dallo stesso avversario che è il vecchio: vecchio in una politica di intrecci di potere, di potentati economici e finanziari, di un capitalismo senza capitali che proprio per questo ha bisogno della politica, di una classe intellettuale indecente ed incapace di leggere il mondo che cambia.
Però, ironia della sorta ne siamo sicuri, comunque vada, Berlusconi avrà una pagina di storia…il suo avversario, al massimo un trafiletto in qualche libro di spiritismo.

25 settembre 2006

Ara Pacis e New York Times ovvero: schiaffoni a Veltroni

E pensare che appena ieri c’era stata l’ennesima inaugurazione dell’Ara Pacis. Ho perso il conto ma direi che, a occhio e croce, stiamo intorno alle 250 da quando Rutelli sindaco affidò l’opera di sostituzione della bella teca di Morpurgo che raccoglieva l’Ara, all’architetto Richard Meier (ovviamente senza concorso). C’è stata l’inaugurazione per il progetto, l’inaugurazione per la prima pietra, l’inaugurazione per la seconda, l’inaugurazione per la prima vetrata, l’inaugurazione dei cessi, l’inaugurazione dell’inaugurazione, l’inaugurazione del primo restauro prima ancora che fosse finita…e ogni volta giù con fanfare, discorsi, clap clap davanti alle telecamere e agli ossequiosi maggiordomi delle redazioni romane del Corriere e di Repubblica che raccontavano quanto è bello quello scatolone bianco piantato tra il Mausoleo di Augusto e le facciate delle chiese del Valadier.
Ieri non so bene cosa abbiano inaugurato; se il museo, l’auditorium di 200 posti, la fontana esterna attorno alla quale “ragazzi e visitatori potranno trascorrere del tempo” (giuro, parole di Veltroni all’Ansa). Hanno preso l’occasione del 2068° compleanno dell’Imperatore Augusto (che bontà sua l’Altare alla Pace l’aveva costruito senza pensare al casino che avrebbe combinato) per fare un convegno sulla differenza tra pax romana e peace americana. Non è dato sapere cosa Veltroni, Richard Meier e Gianni Borgna abbiano detto su tale impervio argomento ma di sicuro rimane agli atti l’esternazione volgarotta e infelice del sindaco scrittore: “e pensare che c’era chi voleva distruggere tutto, ma ad avere a che fare con gli sventurati bisogna avere solo pazienza”. E di pazienza Veltroni ne deve avere avuta tanta in questi anni, perché la lista degli sventurati è assai lunga. Certo, ci sono i soliti politici dell’opposizione come Fabio Rampelli e Marco Marsilio che da tempo sono impegnati a recuperare i danni di 30 anni di scempi urbanistici di sinistra: dal Parco archeologico di Tor Marancia (dove Rutelli, ecologisti e palazzinari insieme volevano buttare 10 mln di metri cubi di cemento per costruirci una città grande come una provincia), alla riqualificazione di Laurentino 38 (che sta avvenendo per le loro battaglie e con i soldi della vecchia giunta Storace), al tentativo di recupero di Corviale. Ma nella lista degli sventurati il povero Veltroni ha dovuto aggiungere anche altri architetti come Leon Krier, Giorgio Muratore, Federico Zeri, Maurice Culot, Giuseppe Strappa, Massimiliano Fuksas, Cristiano Rosponi. Intellettuali come Vittorio Sgarbi, Mario Luzi, Stefano Zecchi, Alberto Arbasino, Camillo Langone. Gli urbanisti del Prince of Wales Institute che usarono loro per primi la definizione di “pompa di benzina” per descrivere l’aspetto formale del capolavoro.

E oggi, nella lista sempre più lunga di sventurati verso cui il povero Veltroni deve avere tanta tanta pazienza, bisogna aggiungerci anche il New York Times che in questo articolo definisce senza mezzi termini il Museo dell’Ara Pacis: “un flop”… ancora più clamoroso se si considera che il complesso è la prima costruzione di architettura moderna nel centro storico di Roma da mezzo secolo a questa parte. La bocciatura del NYT è netta e senza equivoci: il museo dell’Ara Pacis è l'espressione contemporanea di ciò che può accadere quando un architetto feticizza il proprio stile per autoesaltarsi. Assurdamente in sovrascala, sembra indifferente alla nuda bellezza del tessuto denso e ricco della città che sta intorno. Certo, qualcosa di gradevole c’è: la scala di accesso, le maniglie delle porte, lo sciacquone del bagno…ma il resto è da buttare. Niente male per un'opera costata 16 milioni di euro (oltre il 50% di quanto era stato preventivato) e che ora ne richiederà altri 40 per realizzare il sottopasso al Tevere previsto nel 2008 (non si sa di quale era geologica).
Rimane un senso di amarezza per chi ama Roma, la sua bellezza ed è convinto che sia possibile coniugare tradizione e modernità senza sfregiare la memoria e il fascino con gli ecomostri prodotti dall’arroganza intellettuale della solita cultura salottiera e affaristica che ha devastato questa città. Perché poi i luoghi non li vivono gli intellettuali, né i sindaci scrittori, ma la gente; la stessa che ha lasciato scritto a pennarello sulla recinzione dell’eterno cantiere dell’Ara Pacis: “Benvenuti nel Centro Commerciale!”.

update: sullo stesso tema vedi: "Le città perdute"

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22 settembre 2006

i boy scouts di hezbollah

Da noi, quella dei boy scouts al massimo è storia faunistica: di lupetti, di coccinelle... o se proprio vogliamo andare indietro con la memoria... di uccelli migratori, quei favolosi wandervogel, che proprio boy scouts non erano ma che segnarono un pezzo della cultura tedesca con le loro danze bucoliche e i richiami romantici. Certo, poi arrivò George Bernard Shaw, il dissacratore, e con quella frase indecente sferrò un colpo micidiale all'onore e al prestigio del movimento scoutistico mondiale: i boy scouts sono “bambini vestiti da cretini guidati da cretini vestiti da bambini” disse.
Ma siccome nulla è perduto nel fluire della storia, gli Hezbollah, che sono persone serie e non si vestono da cretini, hanno fatto le cose in grande e senza sconti... altro che chitarre attorno al fuoco o vecchiette cui far attraversare la strada. Hanno fatto un movimento di boy scouts che mette paura (nel vero senso della parola).
Di questa questione se ne era parlato già qualche tempo fa, quando Memri rilanciò in occidente un articolo pubblicato su un settimanale egiziano e relativo alla notizia del reclutamento di 2.000 bambini libanesi (tra i 10 e i 15 anni) addestrati dagli hezbollah per azioni militari; in quell’occasione era comparso il nome degli Scouts dell’Imam Mahdi, il movimento giovanile Hezbollah, attivo in Libano dal 1985.
Ora l'Intelligence and Terrorism Information Center (uno dei think tank del CSS) ha pubblicato un report inquietante (che potete leggere qui in lingua inglese) basato prevalentemente su documentazione sequestrata dalle Forze militari israeliane in Libano durante l'ultima offensiva. Andrebbe letto giusto per capire che forse tra noi e loro qualche differenza c’è (senza voler scandalizzare le anime belle del dialogo senza se e senza ma...).
Oltre 40.000 bambini di età compresa tra gli 8 e i 16 anni di ambo i sessi, divisi in 499 gruppi addestrati alle tecniche militari e educati alla dottrina integralista sciita e all'etica del martirio; si stima che 120 attentati compiuti dagli Hezbollah siano stati effettuati da ragazzi provenienti da questo movimento. Dal diciassettesimo anno di età i giovani scouts vengono integrati tra le milizia del partito armato.
Il richiamo al culto dell’imam Mahdi, l’undicesimo discendente di Maometto scomparso nell’874 che, secondo gli sciiti, tornerà sulla terra per liberare il mondo dal male, è colonna portante della dotrina politica e religiosa dell'attuale leadership iraniana. Non a caso, tra il materiale sequestrato, molto si riferisce al culto della personalità del leader iraniano Al Khamenei.
Ma la cosa che sorprende di più (ma che forse non dovrebbe sorprendere) è che il movimento giovanile agisce sotto l'egida del Ministero per l'Educazione libanese ed è affiliato all'Associazione Scouts Libanesi, integrata nella Federazione Libanese Scouts, a sua volta membro del WOSM (World Organization of the Scout Movement). Non a caso il simbolo degli Scouts di Mahdi è quello proprio dello scoutismo internazionale: il giglio (che Sir Baden-Powell scelse come segno di purezza) ma con qualche variante: due scimitarre ai lati, la mano aperta nel segno del giuramento e la scritta in arabo "obbedienza". Insomma, un’organizzazione di boy scouts
direttamente finanziata da Teheran e che serve a formare martiri per la guerra santa, secondo i dettami della dottrina integralista sciita.
Ora, dato per scontato che Hezbollah non è un gruppo terroristico (lo ha detto il Ministro D’Alema); dato per scontato che il suo leader Nasrallah è un pacato e moderato politico eletto democraticamente (e quindi persona a cui si può stringere una mano senza il rischio di trovarsela sporca di sangue come ci ha spiegato l’on. Diliberto), noi fiduciosi della legalità internazionale e del multilateralismo attendiamo speranzosi che il governo italiano (così attivo finalmente sulla scena internazionale, dopo anni di letargo diplomatico) si faccia promotore di un’iniziativa internazionale congiunta di Unicef, Agesci e Telefono Azzurro… sempre che nel frattempo l’imam Mahdi non sia ritornato sulla terra.

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20 settembre 2006

perle da premio nobel...

"Il mondo sarebbe più pacifico se fossimo tutti atei"
(Josè Saramago, scrittore e premio Nobel, Torino 19 settembre 2006)

"Il mondo sarebbe più silenzioso se fossimo tutti morti"
(Martin Venator, anarca non ancora premio Nobel, Roma 20 settembre 2006)

18 settembre 2006

nostra maxima culpa...

Guido Reni, la Strage degli Innocenti, particolare Anche quando sgozzano Theresia, Yusriani e Alvita perché vanno in una scuola cattolica ... è colpa nostra.
Anche quando promettono il paradiso delle vergini ad un bambino imbottendolo di tritolo... è colpa nostra.
Anche quando tagliano la testa a Nick Berg e ai civili innocenti... è colpa nostra.
Anche quando mettono le bombe nei mercati di Baghdad, nelle stazioni di Madrid e di Londra... è colpa nostra.
Anche quando fanno saltare in aria gli autobus a Gerusalemme... è colpa nostra.
Anche quando fanno il tiro al piccione con i bambini di Beslan... è colpa nostra.
Anche quando uccidono 3.000 persone a New York... è colpa nostra.
Anche quando predicano la follia nelle moschee e nelle piazze piene di fanatismo... è colpa nostra.
Anche quando ci odiano per ciò che siamo... è colpa nostra.
Anche quando incendiano le nostre bandiere, distruggono i crocifissi, devastano le chiese... è colpa nostra.

Anche quando seminano la cultura dell’odio nelle nostre città al sicuro di una libertà che noi garantiamo per loro ma non sappiamo più garantire per noi... è colpa nostra.
Anche quando quello che ha aperto il cuore a Theo Van Gogh dice "lo rifarei di nuovo" ...
è colpa nostra.
Anche quando il 40% dei musulmani inglesi vorrebbe la sharia a Londra... è colpa nostra.

Anche quando offendono e minacciano il Papa per ciò che non ha mai detto nè pensato... è colpa nostra.
Sarò prevenuto, ma mentre m’incolpo di tutto e batto il mio petto laico, incapace di comprendere una tolleranza che assomiglia sempre più a una resa, io sento rulli di tamburi in lontananza... come una tempesta che si avvicina. C’è puzza di una guerra che io non ho mai voluto. Poi però leggo i giornali importanti, ascolto gli intellettuali colti e raffinati, mi affido ai politici democratici e tutti mi dicono: “tranquillo dobbiamo solo dialogare, comprendere, integrare, condividere, immedesimare, rispettare, accettare, farci perdonare…”. Boh! Io continuo a sentire puzza di guerra. Ma non c’è tempo: tutti dentro i propri affari... abbiamo ancora troppe cose da vendere e da comprare, buoni propositi da smerciare a basso costo.
Ma più continuo a battere il mio petto pieno di colpa e più il mio demone incivile mi dice: è una guerra, è una guerra, è una guerra. E allora penso: che si fa in genere in una guerra? O si combatte o si scappa… e noi non stiamo combattendo. Speriamo solo che non ci raggiungano troppo presto.

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15 settembre 2006

il "morire in piedi" di Oriana

"Sono stanca come prima, più di prima. Non si lasci ingannare dalle apparenze. Il fatto è che io morirò come Emily Brontë, l'autrice di Wutherings Heights. Morì in piedi, Emily Brontë. Sbucciando patate. E invece di cadere per terra rimase in piedi. Con lo sbucciapatate in mano e una patata nell'altra".
(Oriana Fallaci, luglio 2004)

Io non so se Oriana sbucciava patate quando la morte è arrivata stanotte. Forse no. Forse l'ha presa nel letto di dolore di una clinica privata. Ma non m'importa perché io so che Oriana, come Emily Brontë, è morta in piedi!

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14 settembre 2006

magia contro jihad, ovvero del "realismo" dei neo-con

Roberta Pugno, Sciamano, 1996, tecnica mista su cartaEra il 1989, il muro era appena crollato o forse scricchiolava solo, e albeggiava una sensazione strana da … fine della storia. Serge Latouche scriveva: “Il tempo del mondo finito è cominciato, ed è cominciato come fine della pluralità dei mondi. Un solo mondo tende a essere un mondo uniforme. Questa indifferenziazione su scala planetaria è proprio la realizzazione del vecchio sogno occidentale (…) non si tratta di un trionfo dell’umanità, ma di un trionfo sull’umanità”.
Insomma, il One World sembrava a tutti il destino inevitabile, la linea retta ed infinita verso cui le progressive sorti si sarebbero incagliate. Per alcuni era un destino auspicabile, trionfo della civiltà liberista; per altri un incubo orwelliano.
Poi sappiamo come è andata a finire. La storia non si è fermata neanche per un attimo, al massimo ha fatto un pit stop ai box… è via, più veloce di prima. Terrorismo, integralismo, rivoluzioni tecnologiche, scontri di civiltà si, no, forse; l’Europa che c’è, che non c’è e che a volte ce fa; l’Occidente in guerra con se stesso; la Cina che esplode, l’India che gli va dietro, nuovi soggetti e realtà che si agitano nella pista, nuove linee di conflitto e nuove trincee da scavare, insomma…non è ancora suonata la campanella dell’ultimo giro.

Il Weekly Standard, bibbia neo-con, pubblica un articolo di Ralph Peters in cui l’autore analizza il ritorno della religione “come il più importante tra i fattori strategici”; ma il “religioso” di cui parla Peters è il religioso tribale, quello dei culti locali, della magia, delle tradizioni religiose di tipo animista che in Africa ed in Asia sembrano essere un freno all’espansione dell’integralismo islamico.
Peters raccoglie una grande suggestione jüngeriana quando afferma che le foreste, proprio perché custodi della magia (e dei miti), sono avversarie di ogni globalizzazione: “nell’Africa occidentale, l’Islam è stato fermato circa 5 secoli fa quando ha lasciato i deserti e i pascoli per entrare nella foresta africana, potente dominio del magico”. D’altronde anche le grandi distese boscose del nord Europa, piene di druidi e sciamani, rallentarono per secoli l’avanzata del cristianesimo; ma la differenza è che il cristianesimo ha saputo e potuto convivere con la cultura del magico perché il Gesù dei miracoli, che trasforma l’acqua in vino o cammina sulle acque somiglia a uno sciamano più di quanto possa mai assomigliargli Maometto.
Così come, al di sotto delle nuova aristocrazia globale della società trionfante dai grattacieli di Manhattan a quelli di Hong Kong, si muovono nuove resistenze dentro le foreste del moderno, gli immensi spazi urbani delle favelas e delle banlieu dove nuove culture saldano i loro confini; allo stesso modo, al di sotto dell’avanzata imperiosa dell’integralismo islamico in Africa e Asia, resistono i boschi delle tradizioni locali che le persecuzioni jihadiste non riescono a penetrare.
Peters si appoggia ad un realismo amorale tipico del pensiero neo-con: se il religioso è un fattore strategico utilizzarlo contro i nostri nemici diventa essenziale. L’uomo occidentale stenta a capire che in queste culture le pratiche magiche colmano l’assenza di istituzioni civili, economiche e sociali; rispondono alle domande quotidiane oltre la dimensione del senso e della trascendenza che possono essere lasciate alle grandi tradizioni monoteiste. Non bastano gli aiuti militari o umanitari perché when Global Man goes home, the shaman returns". In questa battaglia le nostre convinzioni sulle pratiche magiche contano poco; "ciò che importa è ciò che l’altro uomo crede".
Conclude Peters: "il potere delle credenze locali e delle tradizioni continuerà a frustrare i sogni della società globalizzata e omologata ai nostri stili di vita. Se noi riusciamo a riconoscere e a sfruttare la forza delle usanze locali, possiamo trovare il più potente strumento possibile per contenere la controrivoluzione dei nostri nemici islamisti".
Insomma il One World che spaventava Latouche sembra solo un lontano ricordo; ora molte forze sono in movimento anche in luoghi inaspettati e sotto le più diverse forme; l'idea dello sciamano alleato dell'uomo occidentale potrebbe non essere solo una buona trama per un romanzo.


immagine: Roberta Pugno, Sciamano, 1996

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10 settembre 2006

The Right Africa... di Jovanotti.

"Forse non si può partire dai diritti umani, forse bisogna partire dalla richezza. Nel momento in cui diventi più ricco forse cominci a leggere un giornale e a chiederti: ottomila esecuzioni l'anno non sono un po' troppe? Suona strano, ma forse in Africa c'è bisogno di più mercato".
(Jovanotti intervistato su Io Donna)

ineccepibile... e a me non suona neanche tanto strano.

08 settembre 2006

Tocque-ville e Atreju... perché si!

Vabbè cediamo all’impulso. Forse l’indifferenza sarebbe stata la cosa migliore, ma voi sapete com’è l’Anarca: è ingenuo come una verginella, ci casca sempre nelle provocazioni. E così decide di parlare di questa storia della partecipazione di Tocque-ville ad Atreju, che a lui sembra una gran figata.
Il blogger Mario Adinolfi ha dedicato alla questione due pezzi un po' polemici pubblicati su Europa (che mi dicono sia un quotidiano) e ripresi sul blog stesso (li potete leggere qui e qui).
Ora, non per altro, ma per un minimo di chiarezza e di serietà, l'Anarca prova a spiegare in 4 punti il "perché si", secondo lui, di questa iniziativa:

1) ATREJU
Atreju è la festa dei giovani di An… e questo sembra averlo capito anche Adinolfi.
Non un raduno di reduci mancati, di boy scouts spiritisti, di margheritine sfogliate. I vecchi "campi hobbit" degli anni ’70 sono chiusi in soffitta da un po’ di tempo e i giovani di destra raccontano e si raccontano, leggono il mondo o almeno ci provano.
Atreju è Michael Ende, affondo rinnovato dentro quella letteratura fantasy che ha formato qualche generazione da quelle parti. Atreju da qualche anno è un luogo di confronto importante, forse la più stimolante manifestazione politica e giovanile in Italia. Una kermesse, per contenuti ed elaborazioni, seconda solo al Meeting di Rimini e alla Festa de L’Unità (giudizio dell’Anarca ovviamente); solo che queste due mettono in campo altre forze, altre realtà organizzative e soprattutto altre economie. Atreju è un piccolo gioiello artigianale, casereccio, meno mediatico, costruito più col cuore che con l'efficenza ma che da tempo ormai ospita dibattiti e contenuti di assoluta qualità. Basterebbe guardare, sul programma, la lista di chi partecipa quest’anno. Alte cariche dello Stato, esponenti di governo e leader politici come: Bertinotti, Fini, Giulio Tremonti, Maurizio Gasparri, Livia Turco, Gianni Alemanno, Giuseppe Fioroni, Alfredo Mantovano, Daniele Capezzone.
Intellettuali e giornalisti come: Giuliano Ferrara, Piero Sansonetti, Pietrangelo Buttafuoco, Gennaro Malgieri, Bianca Berlinguer, Emilio Fede, Giordano Bruno Guerri, Alessandro Campi.
Figure importanti della cultura e della politica internazionale come: Harry Wu (Presidente della Laogai Foundation, uno dei più esposti dissidenti cinesi), Maria Wittner (deputata ungherese e protagonista della rivolta di Budapest del ’56), Camilian Demetrescu (forse il più importante artista romeno contemporaneo ed esponente di quella intellighenzia dell’esilio che con Ionesco e Cioran diede impulso alla cultura europea del secondo ‘900).
Pezzi della società civile: il Presidente dell’Arci Paolo Beni, il Vicepresidente della CdO Giampaolo Gualaccini, il Presidente del Modavi Marco Scurria.
Insomma tranne D’Alema e Nasrallah (che saranno impegnati in un vertice dentro una caverna in Afghanistan) gli altri più o meno ci sono tutti. Niente male per una festa sui cui manifesti, dice Adinolfi, "il numero uno stilizzato è in tutta evidenza un fascio littorio" (bah... giudicate voi!).


2) AG
Azione Giovani è l’organizzazione giovanile di An; e anche questo pare Adinolfi l’abbia intuito. I giovani di An, cui Adinolfi indirizza un sarcasmo francamente incomprensibile, sono una realtà politica che oggi esprime il Vice Presidente della Camera dei deputati, Giorgia Meloni , classe 1973, una cosa non da poco. In un Paese in cui il Presidente del Consiglio in carica faceva già il Ministro dell’Industria e le sedute spiritiche negli anni ’70; in cui la più giovane carica dello Stato (Fausto Bertinotti) ha 66 anni, 20 più di quando Clinton mise piede alla Casa Bianca; in cui il più giovane ministro (Giovanna Melandri) ha 43 anni, anche se quando apre bocca gliene danno 80; in cui il Senato si tiene in piedi con le flebo della Montalcini… insomma in un paese di vecchi di carne e di spirito, la rivoluzione generazionale e antropologica fatta da una donna, per di più di 29 anni, che arriva a una carica dello Stato, dovrebbe incuriosire anche quegli arzilli vecchietti di Generazione Uuuu.

3) TOCQUE-VILLE AD ATREJU
Voci incontrollate dicono che Tocque-ville avrà uno stand ad Atreju. L’affermazione è talmente idiota che scommetto neanche Adinolfi la scriverebbe. Però è una notizia che gira. Domanda: cosa diavolo ci dovrebbe fare Tocque-ville con uno stand? Ovviamente nulla… e infatti non ce l’ha.
In realtà Tocque-ville ha realizzato con Atreju una partnership per la diffusione online dei contenuti multimediali della festa. In altre parole ad Atreju, Tocque-ville avrà una postazione redazionale multimediale in cui, un gruppo di blogger selezionati, potranno raccontare la tre giorni della festa attraverso articoli, post, report, backstage, interviste audio… ma anche immagini, video, insomma usando tutto l’armamentario che la comunicazione dei nuovi media consente. In altre parole Tocque-ville, che è un aggregatore di blogger, prova a fare ciò per cui dovrebbe esistere: agevolare la diffusione di un’informazione sul web multimediale, libera, orizzontale ad ogni gerarchia. Il tutto ovviamente nel più totale spirito volontaristico che è alla base della natura stessa della festa e di Tocuqe-ville.
Un esperimento, che se riesce, potrebbe essere ripetuto per altre iniziative e che consentirà a Tocque-ville di avere ulteriore visibilità e svolgere elaborazione di contenuti ed idee.
Attenzione però, i blogger che racconteranno Atreju saranno prevalentemente di area culturale diversa da quella dei giovani di An; rappresenteranno, in un gioco di confronto, le diverse anime che abitano a Tocque-ville: papisti, talebani laici, liberali, conservatori, riformatori, radicali liberi, capezzini in crisi d’orientamento, templari decaduti, anarcocapitalisti, tradizionalisti cupi, neofuturisti…insomma tutte le diverse e schizofreniche tribù che hanno casa nella "città dei liberi".
In questo gioco di confronto che proverà a mettere insieme tante diversità con ironia e curiosità, passa anche il famoso progetto “fusionista” che sarà pure un po’ “con-fusionista” come dice Adinolfi, ma sempre meglio che fare politica facendo i consulenti sulle scommesse calcistiche.

4) BLOGGARE E’ DI SINISTRA
Lo ripetono come una litania: bloggarèdisinistra, bloggarèdisinistra, bloggarèdisinistra.
Ora, bloggare sarà pure di sinistra, ma allora perché Tocque-ville si sta avvicinando a quota 1000 (e non è neanche l’unico aggregatore di centrodestra) e a Kilombo devono mettere gli annunci su Porta Portese per sperare di trovare un blogger mancino che se li fili? E se bloggare non fosse di destra, né di sinistra ma solo di chi ha qualcosa da dire?

Insomma, Tocque-ville prova a uscire dalle mura della città; sperimenta nuove situazioni, si confronta e si mette in gioco. Con grande difficoltà, come sempre avviene, con enormi contraddizioni, le stesse che accompagnano progetti ambiziosi, con crisi di crescita…ma con la consapevolezza di essere una realtà unica nel panorama italiano e forse tra le poche in Europa. Il fatto che i blogger di sinistra, per farsi leggere, debbano parlare di Tocque-ville con ossessione nevrotica e maniacale è il segno della sua superiorità.

Ci vediamo ad Atreju!

05 settembre 2006

vittime di chi? ...il nodo di Gordio

"I palestinesi erano stati più volti annientati non dal coraggio e dalla tracotanza degli israeliani, né dalle macchinazioni del giudaismo internazionale ma dall'inconcepibile stupidità dei loro capi, i quali, secondo la sempre valida definizione di Abba Eban, non avevano mai perso occasione di perdere un'occasione. Se solo avessero avuto l'intelligenza di accettare le deliberazioni della commissione Peel del 1937, adesso possiederebbero l'80% della terra allora chiamata Palestina. Se avessero accettato il piano Onu del 1947, starebbero per celebrare il cinquantesimo anniversario del loro Stato, composto da metà della Palestina, così com'era a quel tempo, e dalla città Vecchia di Geruslaemme. Se non si fossero consacrati alla distruzione dell'entità sionista, al terrorrismo improvvisato e alla volontà di buttare a mare gli ebrei, avrebbero prosperato in una terra che apparteneva alla progenie di Sara come a quella di Agar"
(Mordecai Richler, Quest'anno a Gerusalemme)

Questo cercava di spiegare Mordecai ad un giovane pacifista canadese in un caffè di Ben Yeudah nella "sudicia Tel Aviv, stappata alle paludi nella pianura filistea". Era il 1992 e ancora non c'erano stati gli accordi di Oslo (quando Israele offrì ad Arafat, Gaza, la Cisgiordania e il settore orientale di Geruslaemme per farci al capitale del nuovo stato palestinese)
e neanche il ritiro dal Libano, né quello da Gaza del 2004.
Mi sono venute in mente queste parole leggendo la lettera con cui Deborah Faith ha risposto a Ennio Remondino ed al suo pietoso articolo su Il Manifesto. L'idea che i palestinesi siano "vittime delle vittime" è un ottima figura letteraria, un concetto, un gioco intelletuale, niente di più; ma la storia è una cosa troppo complessa per lasciarla ai poeti... e agli intellettuali. Il problema palestinese tocca gli errori di Israele, certo ci mancherebbe, così come le ipocrisie della cosidetta "comunità internazionale" e il menefreghismo dei fratelli arabi. Ma qui stiamo ancora alla superficie della storia;
in gioco sembra esserci altro, qualcosa che travalica gli eventi, tocca la dimensione del mito e attraversa i secoli dentro i quali si disegnano altre storie, da Erodoto in poi, da quando la libertà greca si confrontò con i barbaroi orientali. In gioco c'è il secolare rapporto tra l'Occidente e l'Oriente, la contrapposizione perenne tra libertà e arbitrio. Questo è il "nodo di Gordio" che Ernst Jünger provò a sciogliere negli anni '50, in uno straordinario saggio di grande intuizione; quasi come se Europa e Asia, Oriente e Occidente, Levante e Ponente fossero "due residenze, due strati dell'essere umano che ciascuno reca in sé. (...) Nonostante tutti i mutamenti intervenuti nei rapporti di forza, vi è un dato infallibile per percepire le differenze tra Oriente e Occidente. Esso è collegato alla valutazione che si dà della libertà". Questo scriveva Jünger nel 1953.

Israele è un pezzo di quell'Occidente e di quella libertà conficcati nel cuore del dispotismo orientale. Forse da qui bisognerebbe partire per capire di chi è veramente vittima, da 70 anni, la dignità palestinese. Perché i nuovi scenari davanti a noi raccontano che nella continua oscillazione del pendolo, l'Oriente sta di nuovo dispiegando la sua forza: e forse le "vittime", sono anche carnefici e non solo di se stesse. Solo che stavolta l'Occidente sembra non capirlo.

update del 6 settembre: all'Anarca era sfuggito questo straordinario artcolo, pubblicato ieri da Il Foglio, di Ayan Hirsi Ali sul vittimismo islamico e su Israele, ma sopratutto sulla follia di un'Europa che ha paura di difendere la propria libertà... come ha avuto paura di difendere Ayan