29 novembre 2005

sansonetti tra falluja e jeeg robot

Ho portato mio figlio allo Zoomarine che hanno aperto vicino Roma. C’era lo spettacolo dei delfini che ballavano, saltavano, giocavano a palla. I bambini erano in visibilio. Ad un certo punto mio figlio (che non ha ancora 5 anni) mi ha guardato e mi ha detto: “papà, ma sono veri o sono robot?”. Ho deciso che non deve più guardare cartoni animati giapponesi.
Poi leggo un articolo di Sansonetti su Liberazione di qualche giorno fa. Riguarda Falluja e il servizio di RaiNews24; si chiede del perché di tanto silenzio.
Scrive: “Le prove esibite dalla Rai nel documentario (…) non lasciano dubbi: i cadaveri degli iracheni sono bruciati e quasi squagliati da qualche sostanza che non ha bruciato però i loro vestiti. Cioè, appunto, il fosforo bianco, che agisce attraverso una reazione chimica con l'ossigeno e danneggia e disintegra gli organismi viventi ma non le cose inanimate”.

Penso che anche lui dovrebbe smetterla, alla sua età, di guardare cartoni animati giapponesi.

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25 novembre 2005

Oriana, il suo urlo... e il meticcio giacobino

Lei parla con i suoi libri che leggono milioni di persone, con i suoi articoli che scuotono coscienze addormentate… e con i suoi silenzi immensi e aristocratici.
Lui prova a dire qualcosa con libri che non legge nessuno, con articoli già dimenticati,
con il chiacchiericcio cortigiano di piazze virtuali e plebee.
Lei difende la sua identità di donna occidentale, libera, impaurita, orgogliosa; limiti e paure che attraversano una storia …la conquista del corpo e il suo linguaggio, la perdita di quel corpo dentro il male che avanza.
Lui s’inventa identità meticcie perché della sua ha paura… o forse perché essere bastardi oggi fa più chic; anticonformismo di maniera...egoismo e livore…il narcisismo dei mediocri, la superbia dei cattivi.
Lei si scaglia lancia in resta contro il vero potere che alberga in Europa: il conformismo del politically correct, di una cultura impaludata nelle redazioni dei giornali, nelle Università per bene, nei “10-100-1000 Nassirya” che si fa finta di non ascoltare, nei pacifisti che confondono l’eroismo di un soldato con la viltà di un despota.
Lui di questo unico potere, che supera politica ed economia, ne è figlio e servo…lo alimenta con i luoghi comuni, con le viltà intellettuali, con le piccole bassezze imparate in anni anni anni di salotti rivoluzionari.
Ah dimenticavo: Lei è Oriana Fallaci. Lui è Gad Lerner.
Chi ha visto "l’Infedele" l’altra sera non può non avere avuto un moto di disgusto.
Il talebano laico era lì a provare a spiegarci Oriana Fallaci, infilandola in una gogna sprezzante e livorosa, sezionandola come fosse un embrione su cui sperimentare la propria vanità intellettuale. Niente da fare, perché i suoi libri non sono trattati di geopolitica o noiose analisi sociologiche; sono urla disperate contro un’Europa che sta rinnegando se stessa. Sono la maschera di Munch sullo sfondo di un cielo in fiamme. Perché Oriana non è un intellettuale ma è una voce… visionaria come Céline, profetica come Zarathustra, poetica come un Canto pisano.
Ogni volta che sfoglio una pagina di Oriana Fallaci leggo due scritture: una, quella visibile, stampata, urlata, che leggiamo noi che la amiamo e loro che la odiano. E poi l’altra, invisibile che affiora qualche volta; la scrittura che si fa sentimento, malinconia, amore…che riesce a leggere solo chi ha imparato ad intuire la sua libertà e la sa ascoltare: “Perché ho la morte addosso (…) non ho molto tempo da vivere. Però ho ancora tante cose da dire…”
Non importa che venga compresa o accettata perché spesso non si pensa ciò che è vietato pensare; importa che questa libertà arrivi dritta al
cuore senza cercare in una singola frase, in una virgola, verità che non ci sono.
Diceva Voltaire: “datemi una frase e c’impiccherò un uomo” . L’altra sera all’Infedele, il "meticcio giacobino" ha provato ad impiccarci anche una donna… troppo grande e troppo vera per il suo nodo scorsoio.

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21 novembre 2005

ma allora zapatero di chi è figlio?...

Credevamo che la risposta fosse nota a tutti... ...e invece...
riceviamo questo COMUNICADO OFICIAL di smentita che siamo costretti a pubblicare.
Si prega di diffonderlo a tutti i cittadini di Tocque-ville.


Nel caso qualcuno avesse informazioni sulle vere generalità del señor Zapatero è pregato di comunicarle direttamente a

19 novembre 2005

AntiZP...corriendo a contracorriente

Red de blogs AntiZP
In questo video prodotto da AntiZP, ci sono le immagini suggestive della manifestazione del 12 novembre scorso a Madrid. E' la Spagna di plaza de Neptuno, quella che alza la voce contro la stupidità zapatera, l'intolleranza laicista, l'arroganza delle anime belle... ovviamente nel silenzio degli intelletuali e dei mass media...a proprosito di democrazia e informazione.
E' dalla blogosfera di AntiZP, il movimento blogger nato in Spagna nel 2004, che partono alcuni dei migliori esempi di contro-informazione, di capacità di mettere in moto energie, di mobilitare quelle coscienze che poi si sono riversate in strada a milioni sfidando il ghigno sprezzante dell'intellighenzia salottiera, per dire che esiste un'altra Spagna, sempre più numerosa che non intende rinunciare alla propria identità. E' una Spagna che si fa sentire anche attraverso i suoi bloggers sempre più creativi. E' una Spagna giovane, allegra, rumorosa, che, come dimostra quest'altro video, ha deciso di risalire il flusso del conformismo dilagante...corriendo a contracorriente.
Buona notte señor Zapatero.

18 novembre 2005

democrazia e informazione: prove di dibattito

Attenzione: post mooooooolto lungo

Io e CJ (al secolo Calamity Jane) non ci conosciamo; eppure, seguendo le dinamiche sociali imposte dalle nuove tecnologie, ci scambiamo deliziose lettere d’amore virtuali sui temi della comunicazione e dei mass media… vizi privati e pubbliche virtù. Essendo CJ una chiara intelligenza tra quelle incontrate fino ad oggi in questa città di fannulloni e fankazzisti che si chiama Tocqueville, è sempre stimolante confrontarmi con lei… soprattutto quando non la capisco. Questo post risponde ad un post di CJ che rispondeva ad un mio commento che commentava un altro post di CJ… sui mass media.
Tutto è nato dal fatto che Scalfarotto ha chiuso il suo blog. La reazione di qualsiasi abitante di questo pianeta, che non fosse la mamma o il fidanzato di Scalfarotto, avrebbe portato ad una normale conclusione: “e chissenefrega!”; CJ, invece, ne ha preso spunto per un’analisi generale sul sistema dei media e sul rapporto tra uso, gestione dei mezzi d’informazione e responsabilità; un’analisi acuta come suo solito ma che su alcuni passaggi non ho capito.
Cosa dice CJ? “La linea editoriale è una questione di responsabilità, oltre che di potere”. E fin qui nulla da obiettare. Ma poi continua: “Se non si partecipa di questa responsabilità, non si può pretendere alcuna voce in capitolo nella scelta dell'indirizzo da tenere”…. e qui la mia adesione al calamitypensiero comincia a vacillare. Il mio tracollo viene subito dopo quando CJ afferma che per giudicare “sommariamente”(???) chi gestisce i media: “occorrerebbe un esame di coscienza: in primo luogo, per domandarsi se si sia personalmente intitolati a dare lezioni di democrazia a chi viene tacciato di mancato rispetto delle sue regole; e poi per realizzare quale sia la complessità del sistema che regge lo spettacolo che si ha davanti agli occhi, e interrogarsi seriamente se si sia mai in grado di portarne il peso”. Questo passaggio, per me un po’ ostico, CJ lo ripete nel secondo post: “gli argomenti sono due: uno morale (chi critica una scelta editoriale senza essere disposto a portare il peso di questa scelta, non è degno di prenderne la responsabilità), e uno "tecnico" (la maggior parte delle persone che criticano, oltre a non essere disposti alla responsabilità, non sarebbero atti a prenderla, perché non conoscono il mestiere)”.
Ora, io sono un semplice anarca e mi muovo a fatica dentro concetti astratti; quindi provo a riportare il ragionamento di CJ in un paradosso… fedele all’insegnamento di Zenone, uno che di paradossi se ne intendeva: decido di prendere un aereo da Roma a Tocqueville perché ho un appuntamento con Calamity Jane; quell’imbecille del pilota, siccome ha conosciuto una hostess austriaca, sceglie di virare su Vienna e lanciare volantini dannunziani per corteggiarla ed in più, prima di atterrare, si mette a fare 2 giri della morte, 3 picchiate, 4 giravolte così giusto per divertirsi un po’; ora, una volta sceso e risistemato il mio stomaco, ho diritto o no a prendere a calci nel sedere il pilota, pur non essendo mai disposto a prendermi la responsabilità di pilotare quell’aereo, anche perché non ho un brevetto di volo? Va bene, poi ci sono le regole del mercato (non viaggerò più con quella compagnia), l’etica professionale, la struttura aziendale a cui il pilota dovrà rispondere… ma intanto a me, l’appuntamento perso con CJ chi me lo riprende?
Nella società moderna, l’informazione e la conoscenza sono beni primari ed il diritto ad un libero accesso alla conoscenza, è diritto fondamentale, sancito da carte e cartine. Ora mi domando: come si fa a garantire che questo accesso sia il meno condizionato possibile?
CJ dice: "Il mio concetto è che chiunque partecipi della libertà di gestire il mezzo, lo deve fare in maniera non disgiunta dalla responsabilità della gestione". Sono assolutamente d’accordo, ma quando questo non avviene che si fa? E’ evidente che non ci si appella al popolo, ci mancherebbe, ma anche il richiamo al mercato (non comprerò più quel giornale, non guarderò più quella rete!) o l’uso delle finestre limitate (ora telefono al direttore e m’incazzo!) sono francamente illusioni. Sia chiaro, non credo ci siano soluzioni all’orizzonte: evidenzio una criticità del sistema informativo che cmq incide nelle regole della vita e della politica.
Perché se è vero che il sistema delle comunicazioni sulle persone è più sfaccettato e più articolato di quanto ci si possa aspettare è anche vero che la percezione che si ha è che a volte questo sistema incide in maniera meno sfaccettata di quanto ci si possa aspettare.
Nel 1994 un Presidente del Consiglio italiano fu sbattuto sulla prima pagina del più importante quotidiano nazionale, alla vigilia di un importante vertice internazionale che doveva presiedere, al solo scopo di intaccarne il prestigio ed indebolirne il governo che rappresentava. Se non ci fosse stata quella operazione nella quale l’informazione si è trasformata in soggetto politico, sarebbe mai caduto il governo di quel Presidente del Consiglio? O meglio, quell’atto barbarico di uso della libertà di stampa quanto ha influito sul percorso democratico di questo paese? Credo abbastanza. Per questo continuo a dire che ho la sensazione che l’approccio di CJ, impeccabile teoricamente e molto da “addetta ai lavori” lasci scoperto il problema di quanto la libera informazione incida quando per esempio, s'inventa le armi che sciolgono i corpi e lasciano intatti i vestiti. Lo so che se mi legge qualcuno del FNSI mi accusa di voler mettere il bavaglio alla stampa.
Al contrario le nuove tecnologie, modificano il limite della responsabilità, costruendo strumenti che mettono in relazione idee e persone. L’esperienza di questa città dei liberi (che in fondo è uno straordinario canale di contro-informazione) ne è una prova.
Scrive CJ: “sono personalmente convinta che gli uomini siano dotati di senso critico”. Io vado addirittura oltre e penso che ne siano dotate anche le donne. Ma non è questo il punto. Il problema è che il senso critico va educato e guidato con la scelta. In realtà le mie osservazioni non pongono critiche a ciò che dice CJ… al contrario partono proprio da ciò che lei afferma. Pongo però un problema che forse non è molto risolvibile per ora, e che comunque il concetto del “senso critico” individuale non è sufficiente a risolvere. Un problema aperto che ed irrisolto, che è quello dell’informazione come potere e responsabilità; problema che inizia ad incidere su alcuni meccanismi della democrazia attuale, molto più che in passato e pericolosamente.
Ultimo paradosso e poi smetto:
Mettiamo il caso (ma solo il caso) che in un grande paese europeo si stiano per svolgere le elezioni politiche e la coalizione al governo risulti dai sondaggi in vantaggio di 5-6 punti in %. Mettiamo il caso (ma è pura immaginazione) che pochi giorni prima delle elezioni avviene un devastante attentato terroristico di matrice islamica nella capitale che causa 200 morti. Mettiamo il caso (ripeto, non c’è nessun aggancio con la realtà!) che scatti una campagna stampa deliziosamente devastante che punta fin dall’inizio a dimostrare che il governo in carica ha mentito depistando le indagini, cercando di strumentalizzare il tragico evento, mentre contemporaneamente una canea di sciacalli dell’opposizione danzano sui morti ancora caldi sfruttando il condizionamento psicologico collettivo dato dal tragico evento. Mettiamo il caso che si svolgano le elezioni e che il risultato previsto venga ribaltato e la coalizione che doveva vincere… perde.
Ora mettiamo sempre il caso (ma così per un paradosso) che anni dopo si scopra che, contrariamente a ciò che la stampa ha imbastito, le indagini erano state condotte in maniera corretta, che l’esecutivo allora in carica si era comportato in maniera impeccabile, che buona parte dell’informazione era stata pilotata ad arte e che il corso di quella democrazia è stato alterato artificialmente. I danni di una democrazia alterata chi li paga? Il senso critico?...

15 novembre 2005

veltroni, il sindaco tacchino

La notizia non passa inosservata: Veltroni fa il tacchino. Lo so, adesso direte che è la solita battuta demagogica, uno slogan qualunquista da campagna elettorale di quinta categoria… quel tanto che basta a tenermi fuori dai salottini intellettuali che contano. Ci sono abituato: puzzo troppo di destra perché un Gianni Borgna mi faccia accomodare anche solo su uno sgabello.
Ma non lo dico io che Veltroni fa il tacchino; lo scrive Repubblica. Capisco le vostre perplessità, considerando le stronzate che scrivono da quelle parti (vedi Niger-gate). Però, fatemelo dire, voi di Tocque-ville siete un po’ troppo prevenuti verso i repubbli-cani di piazza Indipendenza. Quelli quando parlano “der padrone de Roma” stanno molto, molto, molto attenti a non dire cose sbagliate… ne va della loro testa.
E quindi se Repubblica scrive che Veltroni fa il tacchino vuol dire che è vero. Infatti oggi la notizia è addirittura in prima pagina: Veltroni doppierà il sindaco tacchino nel nuovo cartone animato della Disney. In Chiken Little, Walter il buono farà Tino il Tacchino, il sindaco dei polli. Ora per favore smettetela con i ridolini sarcastici, le gomitate al vicino di blog… vi vedo eh… cosa credete! Battute banali e scontate. Guardate che se oggi si va a votare, il tacchino prende il 135% dei voti di quei polli dei romani. E li prenderebbe pure se il centrodestra candidasse Totti e Ilary insieme.
Il problema non è tanto che Repubblica dice che Veltroni fa il sindaco dei polli… che in epoca di epidemia aviaria potremmo pure preoccuparci se non ci fosse Storace alla Sanità.
Il problema è leggermente più complicato.
Pochi giorni fa il Corriere della Sera metteva in prima pagina la notizia esclusiva, straordinaria, incredibile, da non crederci…che Veltroni avrebbe dedicato una via a Renzo De Felice, il grande storico che la sinistra comunista e resistenziale oltraggiò, offese, emarginò per anni a causa della sua libertà intellettuale. Ora, al di là di questo e al di là del fatto che l’articolo era ottimo (scritto da un giornalista libero come Paolo Fallai), mi domando: è possibile che il maggiore quotidiano nazionale debba mettere in prima pagina la notizia che un sindaco dedica la via ad uno storico? Si è possibile se il sindaco si chiama Veltroni. E l’amarezza di vedere Paolo Mieli prendere ordini dall’ufficio stampa del Campidoglio non risolve il problema.
Albertini dovette mettersi in mutande e firmate Armani, per avere un po' di spazio sui media.
Un povero anarca come me, che vive tra Roma e Tocque-ville e che crede che la libertà d’informazione, di giudizio, di critica sia essenziale per la democrazia, impallidisce di fronte a questo spettacolo imbarazzante di appiattimento, di omologazione, di conformismo su tutto ciò che Veltroni fa, pensa, desidera, sogna e crede.
In questa città si vive come sospesi tra ciò che è la realtà e ciò che cortigiani, intellettuali e saltimbanchi di redazione descrivono e raccontano. Una frattura tra quello che è, e quello che viene percepito. E quel poco di dissenso che prova ad emergere viene immediatamente rimosso dagli organi d’informazione: il traffico impazzito, i servizi sociali che non ci sono, l’orrore della burocrazia capitolina, un mercato del lavoro schiavizzato dalle logiche sindacali e di potere, il degrado delle periferie (da noi le macchine le hanno iniziate a bruciare tre mesi prima che a Parigi, ma è solo colpa di qualche piromane...), gli orrori urbanistici cancellati dalla memoria collettiva e quelli che si stanno per realizzare, l’inquinamento, la sporcizia da Roma papalina descritta da Goethe , il finanziamento osceno ad una cultura salottiera, autoreferenziale, improduttiva per la crescita della città; tutto questo rimane ai margini di una percezione altra, filtrata da giornali e intellettuali. Veltroni è una sorta di Chavez de noantri capace di plasmare questa città a sua immagine; insomma è un leader.
Tant’è che ormai il nostro Walter può permettersi di fare tutto meno che il sindaco: pubblicare libri, realizzare cd musicali, fare il dj alla radio, costituirsi parte civile per continuare a rompere i coglioni al povero Pasolini, organizzare notti bianche che costano più di 50 finanziarie, guarire gli infermi, camminare sul Tevere…
La mia amica Marianna, comunista ed intelligente (due caratteristiche che raramente si trovano insieme...), una che di politica e di comunicazione se ne intende sul serio, mi ha risolto il problema; quando le ho chiesto “ma secondo te Veltroni ce fa’ o c’è?” Mi ha risposto secca “Veltroni ce sa fa’!”

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05 novembre 2005

la patria, la pace... e mio nonno

Giacomo Balla, Canto patriottico, 1915Lo scorso 4 novembre, anniversario della Vittoria, ho detto una parolaccia. Mi è scappata e non volevo…in genere non lo faccio mai… non so cosa mi sia capitato… ma l’ho detta. Pensavo di averla solo sussurrata, anzi solo di averla pensata, ma poi è salita dal cuore ed è passata dalle labbra inconsapevolmente. Me ne pento. Ho detto… “patria”, anzi credo di averla detta in maiuscolo: “Patria”; anzi ne sono proprio convinto perché mi hanno guardato male. Speravo nessuno mi sentisse, in fondo a tutti capita di dire cose senza senso, ed invece un tizio vicino a me implacabile, mi ha beccato. Mi ha sbirciato con lo sguardo obliquo da sotto gli occhialetti appannati e con quell'aria sofferta e sopportata di chi sente la missione di dover ripulire il mondo dagli imbecilli come me, mi ha rifilato un volantino di Peacelink come fosse una ricetta medica: "Tutto quello che non ci hanno detto sul quattro novembre". L'ho letto proprio come si legge la ricetta del dottore: "La festa del 4 novembre fu una ricorrenza istituita dal fascismo per trasformare le vittime di una guerra spietata e non voluta in eroi coraggiosi che si immolavano per la Patria"; ed ancora: "La prima guerra mondiale fu un affare per grandi industriali, politici corrotti, funzionari statali senza scrupoli alti ufficiali con le mani in pasta".
Rileggo queste frasi… fra le tante stupidaggini scritte in questo volantino… e penso a mio nonno Dante, classe 1898, volontario nella guerra 15-18, combattente sul Piave e cavaliere di Vittorio Veneto, la massima onorificenza di guerra. Penso a lui che partì da Jesi, insieme a due dei suoi fratelli e a decine di migliaia di altri italiani (contadini, operai, borghesi, studenti, intellettuali, artisti), per una guerra che non fu un affare ma un atto d'amore profondo. Mio nonno era repubblicano e mazziniano, fu poi antifascista, ma di quelli veri, mica di quelli che lo sono diventati a fascismo finito; uno di quelli che pagò caro la sua opposizione al regime. Lo ricordo grande e grosso (ma forse perché ero piccolo io), con una selva di capelli bianchi pettinati all’indietro. Lo ricordo burbero, dolce… e ricordo la sua delicatezza nel prendere foglie di edera secche (il simbolo del partito repubblicano) ed usarle come segnalibri. Ricordo i suoi racconti di guerra, che erano racconti di amore e pianto per gli amici scomparsi, che accompagnavano i miei pomeriggi dopo la scuola quando non c'era la playstation né cartoon network. Fino a quando una notte di estate se ne è volato via mentre dormiva, sereno e in silenzio perché la morte prende anche i nonni grandi e grossi, pure se io, che avevo 12 anni non volevo crederci e continuavo a dire a mia mamma di andare a svegliarlo. Riprendo, da una vecchia cassetta, una foto di lui in divisa da bersagliere e di suo fratello Guglielmo, con la camicia nera degli arditi; li guardo e penso a cosa direbbero loro dei pacifisti di oggi. Se si riconoscerebbero nel ruolo delle vittime strumentalizzate dal potere. Una Donna in nero ha scritto al Foglio che il 4 novembre è una "festa agghiacciante". Non detesto il desiderio di pace, che sta nel cuore di ognuno di noi; ma il pacifismo ideologico, la sua stupidità implicita, questo amore smisurato per un'umanità astratta che in fondo è solo odio per l'uomo e per la realtà. Si dovrebbero denunciare i pacifisti di "crimini contro l'umanità", perché è la loro indifferenza, il loro egoismo che ha prodotto più vittime di Stalin ed Hitler messi assieme. Perché non può esistere pace senza dignità e dignità senza libertà: e la libertà e una cosa che si conquista spesso con le armi. Mio nonno, che non era un intellettuale, lo sapeva.
E allora, offeso e incazzato dedico questo 4 novembre ormai passato, anniversario della Vittoria e delle Forze Armate italiane, agli uomini e alle donne d’Italia che hanno combattuto per il mio Paese, amando la pace, cercando la pace, desiderando la pace più della signora in nero che riempie piazze e giornali della sua stupidità. Senza distinguo, né considerazioni di sorta.
Lo dedico a mio nonno e ai suoi racconti di guerra e di amore; ai suoi compagni, ai suoi amici caduti… alla generazione di Vittorio Veneto che ci ha regalato un pezzo di libertà, colorando il Piave di rosso o scivolando da una trincea del Carso.
Lo dedico ai soldati d'Italia di tutte le guerre. Ai ragazzi di El Alamein e agli ascari libici morti al loro fianco per un paese che neanche conoscevano e sepolti ignoti tra le dune di Al Qattara. Lo dedico ai protagonisti di eroismi dimenticati; allo sconosciuto ufficiale della Brigata Ariete che tra le dune di sabbia, circondato dai carri inglesi, lanciò l'ultimo messaggio radio: "Ariete avanza!".
Lo dedico all’ultima cavalcata del tenente Guillet cantata dal suo nemico Dan Segre.
Lo dedico ai partigiani di ogni montagna e ai giovani di Salò e alla loro speranza tradita.
Lo dedico ai piccoli e grandi gesti infiniti d'amore di chi ha amato questo paese.
Lo dedico ai caduti di Nassiriya ... e a Fabrizio Quattrocchi che soldato non era.
Lo dedico anche all’odio dei pacifisti per tutto ciò in cui io credo. Alla pace, che cerco più di loro e alla mia Patria, l’Italia…che mio nonno, soldato e uomo di pace (o forse uomo di pace proprio perché soldato), mi ha insegnato ad amare.
E siccome l'Italia non è ciò che loro dipingono, ma è il sangue e l'amore di chi è caduto per essa, faccio un ultimo dono: ai nudisti incappucciati, ai falsi e agli ipocriti, alle loro colombe bianche e agli arcobaleni daltonici, regalo la follia di Marinetti: "l'Italia è una poesia armata!"... nonostante loro.

03 novembre 2005

ssssst... silenzio... oggi parla lo sdegno

Signore, libera la mia vita
dalle labbra di menzogna,
dalla lingua ingannatrice.
Che ti posso dare,
come ripagarti, lingua ingannatrice?
Frecce acute di un prode,
con carboni di ginepro.
Me infelice: abito straniero in Mosoch,
dimoro fra le tende di Cedar!
Troppo io ho dimorato
con chi detesta la pace.
Io sono per la pace, ma quando ne parlo,
essi vogliono la guerra.
Salmo 120

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01 novembre 2005

iraq, capriole e fattore K

Si può sopportare di tutto, o quasi; si può sopportare che Giovanni Sartori ci parli di ogm, che Celentano balli con Benigni, che Santoro rivoglia il suo microfono, che Enzo Biagi continui a scrivere scemenze…ma che adesso, quel nobile giornale che è l’Unità, accusi il mio Presidente del Consiglio di fare le capriole… questo no, non lo posso proprio sopportare.
Nel marzo del 2003, Paolo Mieli, che ancora non era tornato a dirigere il Corrierone ma si limitava a smistarne la posta, rispondeva ad un lettore che evidenziava la contraddizione di una sinistra che quando sta al governo fa le guerre umanitarie senza l’Onu e quando sta all’opposizione si scopre pacifista, con queste parole: “Attenzione dunque agli argomenti che si usano per muovere obiezione alla guerra in Iraq. E attenzione soprattutto alle capriole. O quantomeno all’eccesso di capriole” . Tana per i caprioloni! La bacchettata a D’Alema e compagni e alla loro ipocrisia era data.
Ora, dopo che Fausto Carioti con la sua solita puntualità svizzera, ha ampiamente sputtanato i grilli parlanti del giornalismo nostrano, a noi non resta che aggiungere alcune semplici considerazioni: Berlusconi ed il governo italiano sono sempre stati contrari alla guerra in Iraq, tant’è che (particolare di non poco conto) noi la guerra non l’abbiamo fatta. Non è un mistero che la diplomazia italiana abbia tentato fino all’ultimo lo spiraglio della risoluzione Onu per legittimare l’intervento appoggiando gli sforzi britannici in tal senso; e che nei mesi precedenti allo scoppio delle ostilità si sia impegnata in un ruolo di mediazione all’interno dell’Unione Europea per cercare di riportare il conflitto perlomeno all'interno di un'operazione Nato. Ma fin dal novembre 2002, Berlusconi dichiarò la propria contrarietà all’invio dei soldati italiani in Iraq e nei giorni convulsi precedenti alla scadenza dell'ultimatum, i giornali italiani erano pieni di titoli sul rifiuto italiano di mandare truppe in Iraq.
Tant'è che il 19 marzo del 2003 il Parlamento italiano votò, NON per la partecipazione o meno dell’Italia alla guerra in Iraq (questione che non era mai stata presa in considerazione dal governo), ma per la concessione all’uso della basi americane in Italia e per il diritto di sorvolo degli aerei della coalizione. Autorizzazione del resto già concessa in Europa anche da quei paesi come Francia, Belgio e Germania che si erano opposti con più veemenza alle scelte dell'amministrazione Bush.

Ora va ricordato che in quella seduta il centorsinistra italiano votò compatto contro. In altre parole, non solo la componente paleocomunista, ma anche la parte riformista e moderata della sinistra, accettò di confondere la legittima opposizione politica alla guerra con una posizione assolutamente antioccidentale in termini strategici che rimetteva in discussione la stessa collocazione atlantica dell'Italia. Furono non pochi gli osservatori che intravidero in questa operazione un pericoloso ritorno di quel fattore K che per decenni aveva condizionato la vita politica italiana, quando le posizioni antioccidentali del PCI impedivano di fatto un'alternanza democratica nel nostro paese. In fondo quest'ambiguità oggi continua: parlare come al Zarqawi e definire i nostri soldati "truppe di occupazione" (dimenticando che sono lì su mandato Onu e su esplicita richiesta di un governo democratico riconosciuto dalla comunità internazionale), chiamare resistenti quelli che mettono bombe nei mercati di Baghdad, decidere di non sfilare per affermare il diritto di Israele ad esistere, sembrano tutti elementi che fanno riflettere sulla possibilità che questo fattore K sia tornato davvero nella sinistra italiana.
Giusto per la cronaca, per i corti di memoria e per i caprioloni estremi e moderati, vale la pena ricordare che dal 1945 ad oggi il nostro Paese ha partecipato attivamente ad un solo conflitto militare… quello contro la Serbia, condotto al di fuori dell’egida Onu. La guerra in Kosovo si realizzò sotto il governo D’Alema ma fu progettata durante il governo Prodi che firmò l'Act Order di impegno iscrivendo il nostro paese tra quelli belligeranti.
Per usare una terminologia cara ai pacifisti come Prodi e D’Alema (quelli del "no alla guerra senza se e senza ma"), potremmo dire che solo una volta l’articolo 11 della Costituzione è stato violato: quando al governo c’erano proprio Prodi e D’Alema…. e questo a proposito di capriole…

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