30 luglio 2007

Ma un pompino è un bacio appassionato?

In questo paese di coglioni ci mancavano le "effusioni solidali": 30 omosessuali e 250 fotografi davanti al Colosseo per una sceneggiata sulla libertà sessuale. Perché la lobby omosex non esiste (guai a parlarne!) eppure per due giorni la stampa italiana ha descritto un mondo che galleggia solo nella testa di Grillini e dei gay di professione. La crisi del Welfare, gli attentati a Kabul, Berlusconi che non è più mafioso, i bambini di Rignano, gli imam terroristi... tutto è improvvisamente scomparso ed è rimasta solo questa storia fondamentale per i destini del paese: due gay beccati vicino al Colosseo mentre si facevano un pompino sotto il caldo afoso della Roma veltroniana. E giù polemiche, prime pagine, servizi al telegiornale, interviste di omosessuali illustri, dichiarazioni di sociologi, sessuologi, psicologi, intellettuali. La lobby omosex non esiste ma è raro trovare uno spiegamento di mezzi così massiccio per una cazzata del genere.
Si possono denunciare due persone (ancorché dello stesso sesso) solo per un bacio appassionato e romantico con vista sul Colosseo? Ovviamente no. E infatti, se fosse stato un bacio, nessuno li avrebbe denunciati, e che
la versione dei carabinieri sia leggermente diversa, tutto questo è questione di poco conto. E allora avanti con dichiarazioni idiote come quella di un responsabile dell’Arcigay che ha detto che "forse i carabinieri erano inesperti": certo, magari erano ausiliari e per capire la differenza tra un bacio e un pompino bisogna almeno essere veterani dell’Arma. O il presidente del circolo Mario Mieli per la quale il pompino non può esserci stato perché il luogo non si presta: "Questo è un posto easy, ed è difficile pensare a morbosità". E all’intelligentona gay non viene in mente che è proprio perché il posto è easy che i carabinieri li hanno fermati e denunciati per atti osceni. Fosse stato un prato dell’Appia Antica non sarebbe successo niente. E meno male che Vattimo ci ha tranquillizzato sul fatto che "non basta essere gay per essere intelligenti"... appunto.
Con queste brillanti dichiarazioni la comunità gay scende nel ridicolo più ridicolo che c'è. Nella pantomima dei propri desideri repressi. Nel bisogno di osteggiare una diversità che ormai la cultura occidentale esalta in ogni aspetto: nei film, nelle pubblicità, nell'arte, nella musica, nella letteratura, nell'immaginario simbolico, l'orizzonte gay è accettato e spesso sopravvalutato e tutto questo rende pressoché vana questa cantilena sulla discriminazione e sulle persecuzioni. Più che omosessuali in cerca di riscatto sembrano checche isteriche in cerca di attenzione mediatica. La comunità gay avrebbe dato al contrario, grande prova di maturità se avesse evitato i riflettori su un fatto tanto banale da riuscire a renderlo umiliante. Se avesse taciuto, evitato di alzare una gazzarra indecente basata sulle bugie e sullo stravolgimento della realtà. Se si fosse limitata a leggere la versione delle forze dell’ordine, magari riconoscendo semplicemente la leggerezza dei due maschiacci.
Ma quello che fa riflettere non sono le dichiarazioni di Grillini o di Cecchi Paone quanto quelle di ministri della Repubblica scesi in campo smentendo in maniera categorica l’operato dei carabinieri, senza avere la minima percezione dell’accaduto: Livia Turco (ministro della Salute) si è augurata "che a questi ragazzi si chieda scusa" e uno si tranquillizza perché pensa che il Ministro si riferisca ai due carabinieri fatti oggetto del linciaggio omosessualista. Invece no. E' ai due gay che bisogna chiedere scusa e continua: "certamente non possono accadere cose di questo tipo in un Paese normale". Ma un paese che ha ministro una come la Turco non è un paese normale.
Rosy Bindi, di professione ministro e "cattolica adulta" non smentisce l’arroganza fanatica della cultura catto-comunista e parla di "due omosessuali denunciati con zelo eccessivo per atti osceni solo per un bacio di notte davanti al Colosseo" e da una Festa de l'Unità all’altra straparla di una "denuncia dei due ragazzi che si sono baciati nei pressi del Colosseo, sicuramente da condannare perché si tratta di diritti inviolabili delle persone". E ti viene da pensare: da quando fare un pompino è diventato un "diritto inalienabile della persona"? Ma chi diavolo candidano al Pd? E a proposito di diritti inalienabili la Bindi farebbe bene a chiedere al suo collega di partito Domenico Fisichella (ex vicepresidente del senato di An) che nel 2004 non esitò a licenziare in tronco un suo collaboratore per il semplice fatto che il poveretto era stato incautamente fotografato una sera al Gay Village di Roma in compagnia della sorella.
In realtà in questo Occidente annoiato e decadente stiamo vivendo una nuova infatuazione ideologica. Potremmo chiamarla "omosessualismo": l’ossessione di una discriminazione inesistente. La nuova ideologia "omosessualista" aggredisce con veemenza, è chiusa come ogni ideologia, è pronta ad accusare chi non accetta i propri dettami e si alimenta di vittimismo. Non si limita a rivendicare diritti laddove vengono calpestati; no, inventa ingiustizie dove non ci sono. E quando qualcuno non è d'accordo sulle pretese di cambiamento di ordine sociale e naturale, per le implicazioni etiche e di ricaduta collettiva, l’accusa più semplice è quella di sessuofobia facendo finta di non capire che la sessuofobia (la capacità cioè di comprendere la spaventosa potenza generatrice e distruttrice nello stesso tempo del sesso e della sessualità e di conseguenza la necessità di porre regole, come ogni civiltà ha sempre fatto) è la salvezza di un Occidente che ha preteso di liberarsi dai tabù sessuali per cadere nelle nevrosi sessuali. Da sessuofobi a sessuomani.
E allora, se per l'omosessualismo un bacio è un bacio è basta, non importa se dato su una guancia o sul pisello, ci si chiede se Livia Turco o Rosy Bindi ne capiscano la differenza e cosa direbbero se ci recassimo sotto casa loro ad espletare il nostro "diritto inalienabile" al pompino. Perché di questo passo l'omosessualismo si dota anche di una propria mitopoietica diventando ancora più ridicolo: "ci si bacia per mandare via la paura, per far vedere che amarsi non è mai un reato". Amarsi no. Fare un pompino in mezzo alla strada davanti alla gente ancora si... per fortuna in questa Italia bacchettona...

23 luglio 2007

i 160 e la politica di Narciso

L’abbiamo aspettato con ansia e puntuale è arrivato; puntuale come le disgrazie. L’immancabile immanchevole appello degli intellettuali e della gente che conta. Per ora sono solo 160 ma presto se ne aggiungeranno altri. Centosessanta nomi dell’Italia più bella, più ricca, più intelligente, più impegnata, più speranzosa che c’è. Tutti con Veltroni; 160 nomi eccellenti che rappresentano il paese migliore, quello che da sempre sta dalla parte del giusto agire e del retto pensare. L’Unità, il quotidiano del fu Antonio Gramsci da Ales, teorizzatore "dell’organizzazione della cultura" l'ha sparato a caratteri cubitali: "L'Italia che conta firma per Veltroni". Come a dire che c’è un'Italia che conta che sta con Walter e un'Italia che non conta un cazzo che sta dall’altra parte. Paradosso di un giornale che una volta era la voce della classe operaia e ora, che l'ha mandata in paradiso a votare per Berlusconi, preferisce essere la voce dell’Italia radical-chic.
Nell'appello ci sono scienziati, giornalisti, imprenditori, preti sociali, sportivi, quasi tutto il PVI (il Partito delle Vedove Illustri)… e poi comici impegnati come Giobbe Covatta, mogli di miliardari come Milly Moratti, autentici self made men come Matteo Montezemolo. Insomma la crème della società; per dirla sempre con l'Unità: "le energie migliori del paese". E attenzione: mancano ancora le truppe cammellate del cinema e dello spettacolo che Veltroni arruolerà a breve con fuochi d'artificio e passerelle hollywoodiane.
L'intento è nobile e ardito: "Fare un'Italia nuova, riunire gli italiani". E per unire gli italiani che si fa? Semplice li si divide tra quelli che contano e quelli che non contano un cazzo. Il ragionamento è chiaro: c'è un'Italia ricca, bella, intelligente, famosa e colta; e un'Italia che non è ricca (o lo è perché ha evaso le tasse), che non è bella (o lo è perché si è rifatta le tette), che non è intelligente, né famosa, né colta. Un’Italia patinata e sorridente che sta con Walter e un’Italia di merda e un po' volgarotta che ovviamente non sta con Walter. Di questa seconda Italia repellente e da rieducare ne faccio parte io, ne fa parte la leggendaria casalinga di Voghera che compra il depilatore coi teleacquisti, l'imprenditore di Treviso che la Mercedes se l'è fatta sfruttando il precariato, il pescatore di Trapani che vota centro-destra perché sicuramente è colluso con la “Cosca della tonnara”, il commerciante di Latina un po' nostalgico che chissà come si è costruito la casetta a Sabaudia vicino al villone della Ferilli.
Il problema è che questi appelli, che a sinistra si sfornano con periodicità maniacale, individuano l'idea giacobina e molto "pol pot" che il popolo vada orientato, stimolato, sollecitato, solleticato da chi ovviamente si pensa abbia l’egemonia morale e intellettuale per farlo. Ed in questo malcelato disprezzo per tutto ciò che sa lontanamente di popolare, spuntano le asperità di quell'intolleranza antropologica che ha permesso al buon Walter, nel suo discorso di Torino, di far sua una cazzata del vecchio Vittorio Foa (non a caso primo firmatario dell’appello): "destra e sinistra? La prima, è figlia legittima degli interessi egoistici dell'oggi. La seconda, è figlia legittima degli interessi di quelli che non sono ancora nati". Come poi la sinistra abbia difeso gli interessi di quelli non ancora nati ce lo fanno vedere le macerie del comunismo e i fallimenti delle socialdemocrazie occidentali (di cui pagheranno il conto le generazioni future). Al contrario, su quanto "egoismo dell'oggi" ci sia nella destra basterebbe che Walter chiedesse al suo amico Blair che ha avuto la fortuna di governare dopo 10 anni di Thatcher o al compañero Zapatero che gli spiega 8 anni di governo Aznar in Spagna.
Per la sinistra post-moderna la politica dev'essere bella, non importa che funzioni, che abbia idee concrete sui grandi temi del mondo, importa che sia una politica che piace alla gente che piace. Sarà la gente che piace con un semplice gesto regale, sigillo di autorevolezza, a imprimere al popolo bue l'orientamento e l'educazione.
Alla destra fino ad oggi è andata bene, perché ogni volta che "l'Italia che conta" è scesa in campo con il suo armamentario di sorrisi patinati e intelligenze comode, l'altra Italia, quella che non conta un cazzo, ha vinto referendum e elezioni e quando le ha perse è stato come se le avesse vinte, dimostrando l’abisso che separa i firmatari degli appelli dal Paese reale. Forse perché Narciso non è mai stato un ottimo politico; e a forza di credere che la politica deve essere bella, a forza di pensare che si può governare un paese semplicemente innamorandosi della propria immagine riflessa sui media o su una maglietta dello stilista leccaculo di turno, si perdono di vista le cose essenziali e anche l’amore diventa in fondo ideologia.
L'euro che intellettuali e vip hanno speso per la cinematografica lezioncina veltroniana su "Cos'è la Politica" ricorda la canzone del grande Liga: "un fascio di luce va dal proiettore per un sogno da 2000 lire". Un euro e un fascio di luce: troppo poco perché Narciso e la sua corte ci riescano a convincere che questa è politica.
Immagine: Caravaggio, Narciso, 1597-1599

Etichette:

02 luglio 2007

l'imbroglio del "buongoverno veltroniano"

Sidney Goodman, Figures in a landscape, 1973, part.Da quando a Torino è avvenuta la nuova Trasfigurazione del Monte Tabor e il Salvatore è sceso in mezzo a noi a illuminarci, in questo paese parlare di Veltroni e del veltronismo è sempre più difficile. C’è solo un modo per raccontarlo: demitizzare la favola del "buongoverno veltroniano" di Roma che zittisce ogni tentativo di dimostrare la vacuità dei suoi discorsi programmatici fondati sul copia e incolla di vecchi spezzoni sinistri e poche idee innovative di destra.
Lo diciamo da tempo: il "modello Roma" è innanzitutto uno straordinario sistema di potere trasversale e clientelare che tocca interessi forti nella città e non solo ma soprattutto condiziona e imbavaglia i mezzi d’informazione e la capacità critica di chi dovrebbe denunciare i mali che con Veltroni questa città ha visto aggravare. Chi si troverà a governare Roma dopo Veltroni, sia di destra che di sinistra, troverà una città con molti problemi in più e drammi sociali accentuati.
E’ quello di cui qualcuno finalmente si sta accorgendo... ma non in Italia. Dopo il New York Times del Settembre scorso (ne abbiamo parlato qui), qualche giorno fa è stato l’inglese The Independent (come il NYT non sospettabile di simpatie destrorse) a pubblicare un articolo (eccolo!) in cui evidenzia lo stato di impressionante degrado urbano della città governata dal "new emperor" d’Italia; e si domanda come sia possibile che, a fronte di un'eredità così fallimentare del governo della capitale, Veltroni venga dipinto dalla stampa italiana come il "possibile salvatore della nazione". Già come è possibile? Forse perché in Italia questi fallimenti non vengono raccontati. L’analisi continua impietosa sul "Mr. Nice" d’Italia, sullo "squalor and degradation" del suo regno, sul suo buonismo, sul suo uso strumentale dell’immagine: "se c'è un orfano africano in città, Walter Veltroni gli tenderà la mano. Se c'è un caso commovente cui interessarsi o una strada da intitolare, Veltroni troverà il tempo per farlo. Se Woody Allen, Robert de Niro o George Clooney vengono a Roma, un raggiante Veltroni si farà fotografare a loro fianco". E conclude in maniera implacabile: "il successo di Veltroni, in breve, è in quella specialità tutta italiana conosciuta come “bella figura”. Ha fatto grande il look di Roma in televisione – basta che non si facciano domande incisive sulle cose fondamentali. E ci si preoccupi di schivare le buche".
Peter Popham, l’autore dell’articolo, ha raccontato quello che è vietato raccontare. Perchè in questa città si continua a vivere dentro una nuvola soffice, morbida, sospesi tra la terra e il cielo, dentro una sorta di annullamento della realtà che i media favoriscono e alimentano. Il discorso di Veltroni a Torino è l’accreditamento scontato di un'idea della politica che non esiste, che lui non ha mai realizzato ma che proprio per questo si può sognare.
Il paradosso è che il "modello Roma", biglietto da visita mostrato con compiacenza ogni volta che si parla di Veltroni, è raccontato non dalle cose fatte (in 6 anni molto poche) ma dai silenzi attorno ai veri mali di una città che nonostante Valentino, gli amici intellettuali, i giornalisti silenti, ha problemi strutturali che non sono mai stati affrontati, forme di degrado intollerabile e servizi peggiorati. Una città carica di disgregazione sociale, di conflitti, di illegalità tanto da spingere persino gli stessi elettori di sinistra a denunciarlo con imbarazzo.
E allora succede che in questa sospensione della realtà, l’ennesimo scandalo che coinvolge l’AMA (la più importante municipalizzata di Roma, centro del potere economico e politico veltroniano) venga scoperto da un’inchiesta stile "Report", non da qualche giornalista d’attacco, ma da due giovani consiglieri municipali della Destra romana (Francesco Filini e Fabrizio Santori) che armati di videocamere e faccia tosta si sono intrufolati nei depositi, hanno ripreso, documentato, intervistato... e scoperto quello che non doveva essere scoperto.
La video-inchiesta dal titolo Kill'AMA è oggi scaricabile su You Tube (qui e qui) e sarebbe opportuno che si facesse circolare per rendere bene l’idea di cosa è la Roma veltroniana: non una moderna capitale europea ma la caricatura della Roma felliniana (come lo stesso Popham ha evidenziato). E questo scandalo, ancora più indecente perché legato all'aumento delle tariffe sulla raccolta rifiuti imposte da Veltroni (+ 16% per le famiglie e + 30% per le imprese)
per appianare deficit e sprechi vergognosi, in un paese normale spingerebbe perlomeno un sindaco o un assessore competente a dare risposte... ma invece, nella Roma del buongoverno veltroniano e nell’Italia del nuovo Salvatore, si perde dentro i fumi dell’indifferenza giornalistica e dell’opinione pubblica.
Epitaffio di questa ennesimo scandalo sottaciuto del "buongoverno veltroniano", rimane un povero dipendente dell’AMA che di fronte alle incessanti domande dei giovani e improvvisati reporter, non avendo più risposte credibili si è arreso e ha confessato: "Ma quand’è che i romani se romperanno le scatole de 'ste cose e verrano qui a dacce 'na massa de legnate?". Forse quando qualcuno, queste cose, inizierà a raccontargliele... e a raccontarle a tutti gli italiani.

Immagine: Sidney Goodman, Figures in a landscape, 1973, part.

Etichette: ,