25 settembre 2007

il medioevo di Follett e l'11/9 del prof. Cardini

Il prof Cardini stavolta si è arrabbiato e sul serio. Ha scritto su Avvenire un articolo infuocato contro Ken Follett reo di falsificare la storia del Medioevo e secondo me ha ragione (il prof. Cardini s’intende!). L’ultimo libro di Follett (Mondo senza fine) sarebbe pieno zeppo di castronerie sulle solite colpe della Chiesa, l’oscurantismo, la superstizione…e bla bla bla. E noi che invece che abbiamo studiato a lungo il Medioevo dai libri di Cardini, da quelli di Pirenne, di Le Goff e di Duby sappiamo che quel tempo, vera alba d’Europa, fu ben altro che le cupe e tetre atmosfere de Il nome della Rosa. E ha anche ragione a citarsi addosso, il prof. Cardini, perché come storico del Medioevo lo battono in pochi e i suoi libri sulla guerra e sulla cavalleria, così come quelli su S. Francesco e il Tamerlano li abbiamo divorati con vera passione.
Insomma il prof. Cardini stavolta è encomiabile nel tentativo di confutare i luoghi comuni e i tentativi furbetti di manipolare la verità storica a proprio uso e consumo. E soprattutto basta con quest’attacco alla Chiesa; come dice il prof. Cardini “la Chiesa inventata dal Follett nel suo ultimo romanzo (...) è una cosca di profittatori, di ladri, di sfruttatori e di violentatori”. Più o meno come l’America che il prof. Cardini racconta in quei cessi di libri che scrive con Giulietto Chiesa sull’11 settembre. E quando parla, e giustamente, “di un bouquet di sciocchezze, di banalità, di errori e di bugie” noi siamo con lui anche se non capiamo bene di quale libro parla, se di questo… o di questo.
L'occhio della storia a volte riserva brutte sorprese per questo bisogna maneggiarla con cura. E il prof. Cardini ha ragione a dire che ognuno deve fare il suo mestiere: e allora i romanzieri scrivano i romanzi e non rompano le balle con le ricostruzioni immaginarie del Medioevo. I medievisti scrivano libri sul medioevo e non rompano le balle con le tesi complottiste degne dei “Protocolli dei Savi di Sion”. Insomma Ken Follett la smetta di credersi il prof. Cardini e il prof. Cardini la smetta di credersi Ahmadinejad.

Immagine: Maurits Escher, L'occhio, 1946

18 settembre 2007

Grillo e lo scheletro della nuova sinistra

Questa storia di Grillo fascista più che ridicola è demenziale. C'è pure chi ha provato a rispolverare gli articoli del '19 su Il Popolo d’Italia per farne il paragone. Ma il problema non è politico… è estetico. Ma dico io, lo avete guardato bene? Avete studiato Beppe Grillo nella sua forma più informe? Volete mettere quel ditino moralista, quegli occhietti socchiusi, quella vocina striminzita… con i pugni sui fianchi, lo sguardo allucinato e la voce roboante dell’uomo della Provvidenza? State scherzando? Volete paragonare la polo azzurra che malcela il fisico adiposo e stancamente borghese, con la virilità della camicia nera che anticipava di 70 anni lo stile Armani? Siete pazzi!
La politica senza estetica è come una donna senza sensualità. Che sia bella o brutta diventa di poca importanza perché la banalità toglie il gusto del corteggiamento e dell’innamoramento; diventa puro tecnicismo sentimentale e semplice ginnastica erotica. E se togliete alla politica l’estetica, la private di volontà, desideri, voglie proibite. Anche la polemica deve avere un gusto estetico. Perché Polemos ama la bellezza, per questo gli antichi samurai si truccavano prima di ogni battaglia, per sconfiggere la bruttezza di una morte possibile. E allora la polemica senza estetica può essere un simpatico comizietto satirico ma certo non si trasforma in arte guerriera come seppero fare i futuristi.
E allora proviamo a confrontarla questa estetica: da una parte i volti livorosi e arcigni degli sbandieratori del Che, dall'altra le adunate gloriose piene di tricolori e di moschetti. Cavolo che robbbba! Lo stesso senso della presenza tradisce un’estetica diversa: la folla che seguiva il Duce s’inebriava nel sogno della grandezza d’Italia. La folla che segue Grillo al massimo sogna una pensione minima. Particolare di non poco conto, perché ha un valore estetico anche la massa: e dietro la pelata del Duce c’era una generazione ardita e legionaria plasmata nelle trincee della Grande Guerra; invece, se spostate quel cespuglio grigio di forfora e ricci ci trovate una generazione stanca e annoiata di studentelli del Mamiani, di cannaroli dei Centri sociali, di falliti del ’77, di frustrati sindacalizzati. Altra roba, altra bellezza.
Eppoi l’estetica dell’antipolitica, l’arte di una retorica trasformata in misera battuta. Ma per favore, siate seri! Dietro il giovane Mussolini c’era il sindacalismo rivoluzionario… il movimentismo … un cerchio di fuoco tra Sorel e Alceste De Ambris. Qui ci trovate il marciume del sindacalismo passatista… tra Cremaschi e Epifani.
Eppoi l’estetica del pensiero… altro che: prima di Giovanni Gentile (scusate se e’ poco) c’erano D’Annunzio, Pirandello, Marinetti e l’energia futurista. Dietro Grillo ci sono Sabina Guzzanti e Di Pietro.
No, niente eterno ritorno. La riflessione è più bassa e riguarda la crisi isterica di questa sinistra di fronte a un fenomeno prevedibile ed arginabile. E forse l’importanza eccessiva che si sta dando ad un fenomeno da baraccone è il segno del terrore con cui una classe dirigente vede le rughe comparire sul volto che si pensava intoccabile dal tempo. Una sorta di ritratto di Dorian Gray conservato in soffitta che improvvisamente disegna il tempo trascorso nell’incantesimo dell'immutabilità lanciato da incantatori intellettuali e potenti maghi del potere. Altro che l’immortalità del Cavaliere.
La sinistra ha imbalsamato la propria classe dirigente per passare indenne attraverso gli ultimi 30 anni di storia: gli anni che hanno cambiato il mondo. La stessa classe dirigente che ha attraversato Pci, Pds, Ds, Ulivo, Unione, falci, martelli, querce, arcobaleni… sempre gli stessi baffi, gli stessi nei, gli stessi sguardi smorti, le stesse sedute spiritiche; dai soldi sovietici a tangentopoli, dall’Iri alla Telecom, dalle bombe umanitarie in Kossovo al pacifismo militante in Iraq, senza mai un pentimento, un ripensamento, un obbligo di rendere conto degli errori commessi, una riflessione seria e dignitosa che provasse a capire come cambiava il mondo. E oggi questa classe dirigente legge la sua incapacità culturale di dare risposte vere ai problemi posti da questa fase della post-modernità. Risposte vere, non lezioncine retoriche sulla “bella politica”.
Beppe Grillo è solo il melanoma sulla pelle di una sinistra malata che pretende di insegnare la bella politica ma è troppo brutta per essere credibile. Una metastasi in un organismo fiaccato dall’eccesso di cazzate e ideologia. Uno schiaffone in faccia a chi crede che basta imbrogliare i sogni con la solitudine delle vecchiette e i bambini africani. Grillo è lo specchio di un fallimento generazionale, travolto dalla pretesa arrogante di essere “antropologicamente superiori” per poi scoprirsi come gli altri… e forse peggio; è un problema tutto interno alla sinistra, perché questa crisi della politica è essenzialmente la crisi di una cultura politica: quella post-comunista e del cattolicesimo democratico. L’imbroglio intellettuale che ha governato e governa con i suoi spasmi, i centri nevralgici del potere politico, economico e culturale. L’antipolitica di Grillo si limita a giocherellare con il teschio di una classe politica che non sa di essere morta.
La guerra asimmetrica di Grillo rende inefficace la sinistra, non la politica. Travolge il suo elettorato, alimenta le delusioni di quella nuova primavera ulivista che poteva esserci solo nelle fantasie dei più ingenui. Umilia una classe dirigente incapace che ha cercato il potere senza avere alcun progetto ma solo tanto odio verso il suo avversario di cui temeva proprio la vitalità e l’impressionate e indomita freschezza.
Ma è una parentesi breve, una scossa di terremoto che lascerà un po’ di macerie e qualche pavone intellettuale sotto. Non ce ne dispiacerà ma non è questo che segnerà un cambiamento. Lo attendiamo dentro un progetto che sappia parlare il linguaggio delle nuove sfide: identità, legalità, autorità; non la caricatura reazionaria di chi, per esempio, ha imposto l’ipocrisia di un solidarismo ideologico e buonista verso gli immigrati per poi ridursi a arrestare i lavavetri o a cercare di cacciare gli zingari da Roma dopo averla trasformata nel campo nomadi d’Europa. Schizofrenie! Ma la certezza di uno Stato in grado di imporre fermezza e regole certe a chi viene a casa nostra, anche con il coraggio di concedere diritti di voto a chi queste regole le rispetta.
Nell’attesa che qualcosa di nuovo batta, ci sarà solo il tempo di raccogliere i pezzi con la magra consolazione che ogni “grillata” è un mattone in testa al progetto del Partito Democratico e all’arroganza di questa nuova e già vecchia sinistra…
Immagine: Magnus Enckell, il ragazzo e il teschio, 1893

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09 settembre 2007

omaggio in versi a Cyrano, naso d’occidente.

Attenzione: post eccessivamente lungo e in rima, di difficile lettura e culturalmente scorretto

Ho amato Cyrano,
di Bergerac il signore, come si ama un sogno, un timido candore, il desiderio di ciò che non si è o l’illusione di un coraggio che altro non è se non frenetica ricerca di un senso, di un motivo, di un rimorso cattivo che ascenda fino al cielo come fosse una bolla, o un goccia alchemica versata in un'ampolla, formula antica per far saltare in aria il fluire noioso della vita.
Ho amato questa storia di un poeta, di un soldato, di un volto sfigurato nell’ansia di un peccato mai commesso, di una bruttezza bella, di una condanna capace di volar sopra una spanna alla mediocrità del vivere borghese, ai pregiudizi che affollano la piazza rumorosa di questa città vile e assai cortese. La storia di un naso lungo, tanto lungo da toccar le stelle, insomma, la storia di un Ribelle che ha cercato il bosco e alfin la pace dentro un mondo losco che l’onore tace.
Ho amato Cyrano, guascone temerario, spadaccino arrogante… ma gigante nel naso, nei versi, nel coraggio tenuto sulla punta di una lama sguainata per dar morte spietata a chi si odia e infinita dolcezza a chi si ama. Il rude combattente che il volto di Rossana aveva impresso nel cuore e nella mente come dolce ossessione, ma che oltre ogni nequizia ha saputo far dell'amicizia una reliquia. Ho immaginato la beltà aggraziata di colei che Cyrano chiamava: "insidia vivente, rosa moscata tra le cui foglie amore s’asconde in imboscata".
Questa estate ho ritrovato Cyrano nei lunghi meriggi luminosi, quando il sole riempie di luce l’universo e dentro un cielo terso dissolve ombre e noia. E lui è tornato a me come un amico atteso e mai perduto, forse trascurato, un ricordo antico riemerso da un lontano passato; un'ombra di frescura sotto le cui pagine adagiarsi per difendere i sogni arsi dalla stupida calura. Si è seduto senza rimpianti, si è tolto i guanti, ha posato il suo cappello di vigogna e "occhio d’aquila e gamba di cicogna" ha detto a me ciò che svelò a Le Bret: "… cantar, sognar sereno e gaio, libero indipendente aver l’occhio sicuro e la voce possente, mettersi quando piaccia il feltro di traverso, per un sì, per un no, battersi o fare un verso!".
Ma mentre rimbalzava la sua voce, io facevo finta di ascoltare e guardavo gli occhi suoi pieni di una malinconia che la spavalderia non può falsare. E vi ho letto ben altro che tutto questo. Vi ho letto quanto sono grandi gli amori mai svelati che il mondo non conosce, ignora, distratto nel fluire delle cose; gli amori coltivati nel silenzio di uno sguardo, di un incontro clandestino, di un non detto; gli amori silenziosi, poderosi, generosi, distesi sopra un prato inebriato dai profumi che gli déi hanno creato… per incantare gli uomini: la viola di Venere, il tiglio di Marte, il mirto, la mandragora, il ginepro, l’artemisia, il mandorlo, l’alloro… soavi fragranze per coloro che nel cuore annullano distanze; ecco, pensavo, profumano così come un miliardo di essenze, gli amori non detti, che fissano lo scorrere del tempo e rendono immortali le esistenze.
Una storia d’amore mai svelata, vissuta da un fantasma in carne e ossa; una passione mai oltraggiata, un brivido, una scossa. Un cumulo di sogni accatastati come legna, riserva per l'inverno rigido del cuore quando la gioventù è appassita e nella terra delle Esperidi solo il ricordo regna. L'amor per sempre. Lui è lì, nell’ombra di un verso, in una lacrima su un foglio, nella malinconia di un canto perché "talvolta il poeta cede al suo stesso incanto". Lui è lì, dentro un'oscurità sotto un balcone, a raccontar di baci, di apostrofi rosa, di una bocca pudica e timorosa. Il suo è un amore che non si può nutrire…un fiore che sboccia solo per morire.
E se chiudevo gli occhi vedevo altro e altro ancora. Vedevo lui pugnare, amar, duellare, indurmi in tentazione a seguirlo sulla cruna, dicendomi: "io son uno che piomba qual bomba dalla luna". Rispetto delle regole: nessuna! Sentieri ripidi, scogliere contro il vento contro cui infrangere il buonsenso. Un mondo imbellettato capace di scappare ai suoi affronti, ma senza l’intelletto di accettare il motto suo: "Dispiacere mi piace, dell’odio mi diletto!".
Ma non da solo, Cyrano non lo era. Chiudevo gli occhi e vedevo a fianco a lui 1000 uomini, vestiti di altre fogge, di altri sogni, inseguir bisogni di vivere la vita non riflessa nel cupo ripeter della stessa. La sua malinconia e il suo eroismo, quella poesia usata come un velo, quell'arco di tensione tra terra e cielo; quell’essere in continuo movimento come fa la marea sopra la sabbia, tra l'impeto d'Amore e la sua Rabbia. No, Cyrano era anche altrove, in altri luoghi, in altri tempi, con altri volti: nel suo duello da solo contro cento, ho visto Don Chisciotte e i suoi mulini a vento. Nell’ostinato sprezzo d'ogni paura ho scorto quel soldato di ventura, Alonso de Contreras, cui un vento d'inchiostro, le memorie nobili e terribili in fin del '500, portò al tempo nostro. E ancora lì, in quel cappello carico di piume, ho rivisto la poesia di chi partì per Fiume a regalar l’impresa a una nazione giovane ed ardita, sposando un cuore impavido a donna bramosia, armati sol di patria e poesia. Cyrano è anche Poldo, è anche Mak, è ciò che è stato. Cyrano è :"io ho quel che ho donato".
Cyrano è anche altrove: è in quel viandante sulla nebbia che Friedrich il prussiano ci dipinse come icona di una solitudine grandiosa, di una guerra eterna e silenziosa, di un continuo incedere nel mondo; l’attesa nel dominio sopra un mare che si osserva dall’alto con distacco e si fende sicuri nell’attacco.
Ecco, questo è Cyrano: un'illusione data di libertà ed onore, un affresco di colore dipinto in cinque atti: poesia, guerra, amore, amicizia e fedeltà. Rostand lo ha raccontato che il secolo dei Lumi si spegneva, mentre dall’orizzonte il secolo ventesimo giungeva.
Cyrano è questo e molto altro ancora E' ciò l’Occidente ha ormai rimosso in questa assurda corsa al paradosso, dove la fine è un debito saldato e la storia un percorso continuato senza soste, pause, riflessioni, ricordi e tradizioni. Tutto è uguale a tutto. Un mondo allucinato di materia, godimento, utilità che rende nullità ogni diverso modo di cercare quella che un'artista o un uomo d’arme chiamerebbero "Verità". Perché la verità più non esiste, liquidata, licenziata, assassinata dal nuovo dio del dubbio che ha spinto la ragione nell'oblio, lasciando come verbo solo l'Io.
Un mondo che non trova la sostanza e affoga nell'idea di un'abbondanza, dentro cui il senso della lotta ormai giace, a vantaggio del falso mito della pace. In cui tutto diventa relativo: il bene, il male, il giusto, il brutto, il bello… un mondo che ha sfondato quel cancello che racchiudeva il limite e il suo senso.
Cyrano è lo spirito di un mondo che Techne ha spodestato ma che dentro i singhiozzi della storia, nei secoli è riemerso con la gloria di un'Europa spesso violentata ma mai doma. Il tragico e l'ironico di un volto che ha colto nell'amore per la vita l'accettar se stesso ma non il compromesso. E con coraggio ha scudisciato il fesso che alberga nei discorsi salottieri e assai conditi degli intellettuali ormai appassiti.
I giovani d'Europa riscoprano Cyrano, la sua grandezza, la sfrontatezza che nasce dall'orgoglio di esser diversi per natura, per naso, per destino, forza e cultura. Buttando a mare la misera viltà che impedisce di chiamarsi "Civiltà". Succhiando come un frutto ormai maturo, dal passato nobile e glorioso, la dolce polpa del futuro. Senza pudori, paure, colpe dovute a ripagar gli inganni di chi è stato sconfitto dalla storia e pensa di imbrogliare la memoria.
Cyrano è dentro noi più di quanto noi crediamo. Perché nel suo epitaffio in cui sta scritto: "colui che in vita sua fu tutto e niente", noi ci scorgiamo il destino d’Occidente. Il rischio di un’assenza, di una fine, oppure la forza, la presenza e la scelta di difendere un confine. Non solo un muro, ma un futuro. Ben altra cosa signori infiocchettati!
E nell'inceder dell'ombra della sera, in quel tramonto cupo che accompagna la fine della sua storia terrena, Cyrano ci ammonisce del tempo che verrà e della sua pena. Puntuale, scomodo ed insano, ci traccia un sentiero senza scelta; alzando la spada con la mano e lasciando il suo lettore stupefatto, esclama: "Io mi batto, io mi batto, io mi batto!".

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03 settembre 2007

Venditti: il compagno di scuola, compagno per niente...

Scena 1: l’Anarca è nella terra dei Bretti, la verde Calabria indoeuropea per la meritata vacanza piccolo-borghese. La mattina del 20 agosto, tradendo le promesse fatte alla partenza, cede alla tentazione di leggere un giornale e compra il Corriere della Sera ritrovandosi sdraiato in spiaggia a gustarsi la superlativa intervista ad Antonello Venditti sulle primarie del PD. Ognuno dovrebbe fare il suo mestiere e quando un cantante decide di parlare di politica la possibilità che dica stronzate è inversamente proporzionale alla dignità che acquisterebbe con il silenzio. Se poi a parlare è un quasi 60enne bollito che ormai non azzecca una canzone neanche per sbaglio, un senso di pietà ipocrita pervade l’animo dell’insensibile Anarca e lo induce a ritenere la vecchiaia non più una virtù ma una colpa inevitabile. Ma perché, se uno vuole dire cazzate, non apre un blog come ho fatto io, invece di rilasciare interviste?
Sia chiara una cosa, l’Anarca ha amato molto Venditti e forse lo ama ancora: "Roma Capoccia" meriterebbe un posto d’onore tra le canzoni d’autore del secolo. "Modena" è un gioiello inestimabile per l’ammissione sincera ("con le nostre famose facce idiote, eccoci qui") e per l’indimenticabile sax di Gato Barbieri. Eppoi tutte quelle donne, "Lilly", "Sara", "Giulia" che raccontavano amori e drammi, speranze e storie vive. Insomma, dispiace che uno come Venditti venga ricordato solo come "er Mameli della Roma", per quanto, quando la Sud intona imponente "Roma Roma Roma" pure ai tifosi del Liverpool scorre un brivido lungo la schiena.
E allora, passi la chicca su "Roma non è mai stata così bella" come con Veltroni e sulla raggiunta "qualità della vita", negli stessi giorni in cui
Giuseppe Tornatore è stato pestato da tre balordi mentre passeggiava sull'Aventino; u
na piccola défaillance che si perdona ai poeti di corte perchè nessuno sa quanto è faticoso omaggiare il proprio sovrano.
Ma la rivelazione per l'Anarca è stata la vera storia della nascita del Pd. Dice Venditti: "del Pd con Veltroni ne parliamo fin dal 1976". Cazzo! Trentuno anni che ne parlano e ancora lo devono fare. Quando si dice il decisionismo! Siamo a metà degli anni '70 "eravamo a prendere il caffè da Vezio, il bar dietro a Botteghe Oscure. E io chiesi a Walter se non fosse il momento per i riformisti come lui (…) di andare oltre il Pci a costo di uscire dal partito, per costruire un partito nuovo aperto agli altri riformisti laici e cattolici". Niente male per uno che proprio nel 1976 scriveva "Nostra Signora di Lourdes" coglionando il compromesso storico e i primi tentativi di sintesi politica tra cultura comunista e cattolica di sinistra. Memoria corta del cantante bollito che continua: "Veltroni era un po' il nostro piccolo Budda. Quello che in futuro poteva trasformare il Pci a nostra somiglianza: meno settario, lontano da Mosca, attento ai diritti civili". Certo, lontano da Mosca ma ovviamente con i soldi di Mosca che finanziava non solo il partito dove il piccolo Budda lavorava, ma anche le feste dell’Unità dove Venditti andava a cantare. Dopo il 1976 ci fu Solidarnosc in Polonia, piazza Tien Ammen, il Muro di Berlino che crollò portando alla luce l’orrore del comunismo dell’est. Da un poeta cantautore "attento ai diritti civili e lontano da Mosca" uno si sarebbe aspettato negli anni una canzoncina, una strofa, almeno un ritornello su tutto questo. Niente. L’attenzione ai "diritti civili" si limitava alla chiacchierate al bar di Vezio. In compenso una bella canzone contro Berlusconi non poteva mancare nel repertorio del cantautore bollito. Eppoi ovviamente l'outing del bollito corretto: Veltroni "del comunista non aveva proprio nulla. Parlavamo di cinema, di musica e giocavamo a pallone". Non so se mi spiego: giocavano pure a pallone. Come si fa a dire che erano comunisti? E lo stesso Venditti, ovviamente mai stato: "io mi sono sempre sentito sia laico che cattolico". L'Anarca ha chiuso e si è tuffato nelle fresche acque greche di Sibari pensando incuriosito: ma se nessuno nel Pci era comunista, negli anni '70 i comunisti dove stavano? Nella DC?
Scena 2: è il primo settembre e l’Anarca è in fila sulla Salerno-Reggio Calabria. Alla quarta ora di lamiere e di sole implacabile decide di uscire nella Valle di Diano per evitare il termitaio degli autogrill. Approda nel ridente paesino di Sala Consilina in provincia di Salerno e lo scopre tappezzato di manifesti che annunciano il grande concerto di Antonello Venditti e della sua "great band". Un favoloso concerto in occasione della festa patronale della Madonna del Castello a Sala Consilina. Il romantico afflato raccontato al Corriere della Sera ha trovato ora il suo epilogo. Il sogno rivoluzionario è diventato sagra paesana. Dal '76 ad oggi, dal famoso caffè al bar Vezio, l’incontro tra i comunisti mai stati comunisti e i cattolici progressisti mai stati cattolici è finalmente avvenuto nel progetto del grande Partito Democratico. Il piccolo Budda si è reincarnato per la quarta volta, ha raccattato lungo la strada il peggio del cattolicesimo moralista e democratico (da Don Milani a Rosy Bindi) ed è partito alla conquista del mondo senza dimenticare i poteri forti. Il poeta di corte ormai bollito, è passato dalle Feste dell’Unità con Berlinguer alle feste patronali di Sala Consilina: il lungo viaggio verso il PD si è concluso, siamo pronti alla nuova era dei "diritti civili lontani da Mosca". Viene in mente una bellissima canzone di un famoso cantante che piaceva anche a noi e faceva così:
Compagno di scuola, compagno di niente,
ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente…

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