05 maggio 2011

L'America del capitano Achab

L’America sorprende. Liberal o repubblicana che sia, bianca o nera, wasp o multicultural, progressista, conservatrice, governata da un cowboy texano o da un afro di Honolulu, rimane l’unico paese al mondo capace ancora di incarnare uno spirito che supera i confini della propria identità per diventare misura, legge, nomos del mondo dentro la storia. Per capire cosa ha mosso l’America in questi ultimi 10 anni, bisogna rileggere Moby Dick, e riconoscerla nel capitano Achab, il cacciatore della balena bianca narrato da Herman Melville. Come il capitano Achab, mutilato da Moby Dick, l’America ferita e mutilata a Ground Zero ha inseguito per 10 anni la sua Balena Bianca. Ha solcato i mari oscuri e sconosciuti delle montagne afgane, delle città pakistane, dei deserti iracheni, per poi trovarla. Ma a differenza di Achab, che nel romanzo di Melville muore trascinato nei gorghi dalla sua stessa preda, qui l’America ha vinto: ha arpionato la sua balena con un colpo alla nuca, forse con due, non si sa. Si sa solo che “giustizia è fatta”, ha detto il Presidente americano, forse anche per Achab.
Moby Dick, che Melville scrisse nel lontano 1851, è il vero romanzo di fondazione dello spirito americano; quello che svela la natura profonda di questa nazione contraddittoria, titanica e universale, costruita non attorno ad una moneta, ad una burocrazia o ad una idea astratta (come l’Europa), ma dentro la realtà di una frontiera dura e spietata che da duecento anni è centro del mondo. Una nazione immersa nella modernità che essa stessa ha generato, ma che non ha timore di concepire la giustizia legata agli archetipi della vendetta e dell’onore. E’ questo l’inconscio collettivo che il paese non ha mai rimosso, la struttura mitica che l’America non ha mai rifiutato, neppure dentro l’orizzonte del tempo della tecnica. Anzi, vendetta, onore e giustizia ricorrono ancora oggi in molte grandi narrazioni con cui, ancora oggi, cinema e letteratura costruiscono l’immaginario della nazione.
Ma l’eliminazione di Osama bin Laden è molto di più di un atto di giustizia rivestito di vendetta. Non può essere limitata solo ad un’importante operazione antiterroristica, ad un atto di guerra, ad una perfetta azione di intelligence. Travalica persino il complesso mondo dei segni e dei significati simbolici. Essa è la prova che il mondo sarà pure multipolare, come si ripete stancamente, ma il potere rimane unilaterale: ed è ancora quello americano. Il potere è il concetto più evasivo e indefinibile della dimensione politica. E’ difficile misurarlo ed è composto da troppe variabili: è potere economico, militare, ma è anche e soprattutto potere morale, forza, capacità determinata, visione della storia. Le nazioni che hanno lasciato segni sono quelle che hanno pensato se stesse in una dimensione universale e hanno costruito il proprio spazio sotto forma di “imperium”, che è principio di autorità e legittimità insieme. E oggi l’America rimane un impero, perché è l’unica nazione ancora in grado di pensarsi globale. L’unica nazione ad avere una dimensione morale così ampia da pretendere di far coincidere, in politica estera, gli interessi nazionali con quelli del “mondo libero”.
Ora, con l’eliminazione di bin Laden, si moltiplicano i giudizi sul presunto nuovo corso del Presidente americano, sempre più in linea con la belligeranza senza sconti del suo predecessore George Bush. Gli scenari si fanno più complessi e indefiniti: i rapporti con il mondo islamico, la possibilità di una recrudescenza terroristica, la crisi economica globale. L’unica cosa certa è che il declino dell’impero americano sembra ancora lontano a venire. Il mondo multipolare arranca; sembra più un’idea che una realtà. L’Europa scompare nella sua inutilità politica, la Cina si chiude nel proprio affarismo autoritario, Russia e India rimangono poco più che potenze regionali e solo l’America si erge come unica potenza capace di imporre “hard power” (forza militare e supremazia tecnologica) e “soft power” (carismatica capacità di attrarre nei suoi valori). Questa consapevolezza prescinde da chi governa il paese.
La nave che comandava Achab si chiamava Pequod. E’ sul Pequod, “una nave tinta dalle intemperie di tutti e quattro gli oceani” che l’America continua a solcare solitaria i mari di questo scorcio di storia, con molti venti contrari e tempeste all’orizzonte. Questa America sorprende e, come recita un cartello alzato da un giovane a New York, “America winning”. L’America sta vincendo, e il mondo lo sa. Il sacrificio del capitano Achab non è ancora vano.
© Il Tempo, 5 Maggio 2011


12 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Non mi pare paragone beneaugurante

maggio 05, 2011  
Blogger JimMomo said...

Splendido articolo! Complimenti! lo posto su FB

maggio 05, 2011  
Blogger Paolo Della Sala said...

Mi sembra che questo mio post dica la cosa DEFINITIVA su Osama BL:
http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2011/05/se-bin-laden-si-fosse-rifugiato-in-italia-il-sospetto.html

maggio 05, 2011  
Anonymous Demata said...

Complimenti. Ottimo testo ed ottima sintesi dello spirito americano.

maggio 05, 2011  
Blogger Nessie said...

Un pezzo scritto molto bene, ma se sono d'accordo sullo spirito del romanzo di Melville, espressione del titanismo americano, non concordo con l'happy end, tutto sommato più hollywoodiano che melvilliano.

maggio 05, 2011  
Blogger Martin Venator said...

pareri contrastanti, opinioni divergenti, intelligenze a confronto. Avanti così...
P.s.: Nessie, magari avrai ragione tu: non sarà un happy end... la storia ha molte torsioni. Chissà. Oggi però "America winning"... indipendentemente da Obama

maggio 05, 2011  
Anonymous Anonimo said...

Per una volta non sono in linea con il Martin pensiero: la ricerca di Achab era genuina, la balena bianca era talmente vasta e piena di significati da lasciar ancora aperta la speculazione filosofica. Osama bin Laden era già privato di personalità prima dell'11 settembre, un vuoto a perdere già nei libri paga CIA impegnata nei suoi affarucci contro la Russia in Afganistan. Difficile credere a una messinscena così raffazzonata.
Martin, il tuo articolo meriterebbe una situazione più vera!
Morrigan

maggio 06, 2011  
Blogger Martin Venator said...

C'è sempre una prima volta nella vita, caro Morrigan, anche quella del non essere in linea :)

maggio 06, 2011  
Anonymous Anonimo said...

E' l'eliminazione totale di una qualsivoglia capacità logica dalla testa della gente. Era meglio scomodare Walt Disney che Melville. A proposito, sembra che a Topolinia sia stato individuato finalmente il covo di Macchianera. Era dagli anni 40 che si nascondeva.

maggio 07, 2011  
Blogger John said...

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