29 aprile 2008

più di una vittoria

E’ bello tornare nel proprio blog dopo tante settimane di campagna elettorale. Aprire la porta, accendere la luce e trovare tutto come prima. I post di due mesi, la faccia di Paolo sempre lì sognante. Certo, il blog dell’Anarca non è accogliente come il loft di Veltroni, ma in questi tempi di traslochi politici è meglio accontentarsi di un monolocale a Tocqueville che di 1000 metri nel cuore della Roma ex-veltroniana.
L’ultimo post è stato scritto il 26 marzo scorso; un mese fa e un’Italia fa. Prodi c’era e non c’era, Sircana non c’era mai stato o ce l’eravamo solo sognato, Veltroni era nel bel mezzo di una “rimonta spettacolare”, Gianni Letta si rivolgeva a Rutelli con un “ciao Sindaco!”, le piazze del PD si gonfiavano dell’orgoglio della nuova sinistra, i muri erano pieni di manifesti comunisti con slogan simpatici tipo: “fai una cosa di sinistra. Votala”, appunto, e Sabrina Ferilli saliva sul palco con Rutelli e ci spiegava che lei si sentiva come Schopenhauer perché Alemanno parlava come la Ferilli.
Ora è tutto cambiato.
Sircana è in Brasile con Ronaldo… forse.
Veltroni è in Africa… quasi. Rutelli è in Thailandia… a casa di Bettini. Le piazze del Pd si sono svuotate per riempire quelle di Grillo. La sinistra comunista… boh, non pervenuta. E la Ferilli è tornata a sentirsi come la Ferilli.
Intanto a Palazzo Chigi è tornato il genio dannunziano e sul Campidoglio sventola il tricolore e non più quello straccio arcobaleno che per anni ha messo a posto le coscienze buoniste e radical chic della Roma veltroniana. Sansonetti su Liberazione non si da’ pace di avere un sindaco con la croce celtica al collo (e perché nessuno gli ha detto che anche l’Anarca ce l’ha da sempre… senno’ sai che casino). I romani invece la pace l’hanno trovata spernacchiando l’antifascismo ideologico che spiega ancora una volta perché in politica Darwin ha ragione e i comunisti italiani, come i brontosauri, si sono estinti non per colpa di un meteorite ma perché avevano il cervello troppo piccolo.
Un sogno l’avevamo, noi che la politica l’abbiamo fatta, mangiata e respirata per le strade di Roma: vincere in questa città. Ci siamo riusciti e le lacrime di gioia e gli abbracci e i cortei spontanei che ieri hanno attraversato Roma raccontano una storia che solo la destra romana può capire. Una vittoria da dedicare a Paolo Di Nella, a Tony Augello, A Paolo Colli, a Mak, a tutti i fratelli che non ci sono più, perduti tra anni di piombo e destini infelici … e a noi che ci siamo anche grazie a loro.
La vittoria di Roma è la vittoria di Gianni Alemanno ma anche di quegli ex-ragazzi oggi 50enni, come Fabio Rampelli, Andrea Augello, Umberto Croppi, che a cavallo degli anni '80 e '90 inventarono uno dei laboratori culturali e politici più importanti che la destra italiana abbia mai avuto: quello del Fronte della Gioventù romano, di quel miracolo di radicamento e progettualità politica che Goffredo Bettini studiò a fondo prima di inventarsi il veltronismo, cercando di capire l’anomalia di una nuova destra che sapeva armonizzare identità comunitaria, radicamento e modernità politica e sociale.
Ora, dopo Roma, il centro-destra non ha più alibi. O cambia l’Italia o muore. O il Cavaliere avvia la stagione del ricambio generazionale della classe dirigente (non solo politica) mettendo in soffitta il vecchio ciarpame e dando spazio a quella generazione di 40-50enni che è stata il motore trainante di questa straordinaria e storica vittoria, oppure il progetto di una grande forza liberale, conservatrice e identitaria, diventa l'ennesima occasione perduta per un Paese che non ha bisogno di un sogno, ma di una rinascita vera.

Dall’altra parte la sinistra ha avviato la solita "approfondita fase di riflessione". Pare che ancora ci riesca sdraiata sul lettino dello psicanalista. Rutelli ha detto che lo hanno “mandato a sbattere in una città devastata, ridotta allo stremo”. Brutto risveglio! Qualcuno giura di aver sentito Veltroni dire di non essere mai stato Sindaco di Roma… così come non è mai stato comunista. Il "Modello Roma" con cui ci hanno scassato i cosiddetti per 5 anni, non è mai esistito, come il famoso "Rinascimento napoletano" di Bassolino. L’intellettualismo militante e salottiero che in questi anni ci ha raccontato una città che non esisteva dimostra una cosa sola: che, fatte le debite distinzioni, gli intellettuali italiani non capiscono un cazzo. E che nessuno più di loro è lontano dal cuore di questo paese, dai bisogni, dalle esigenze e dalle aspirazioni della gente comune. Il canto del cigno di una classe intellettuale che continua dominare nelle università, nelle redazioni di giornali, nei premi letterari, nelle feste del cinema d’autore, nei luoghi insomma dove dovrebbe costruire immaginario simbolico e identità collettive, ma che rimane la più insignificante del mondo.
La sconfitta di questa sinistra dimostra anche un’altra cosa: che la sua classe dirigente politica è la più sopravvalutata d’Europa.

Ora la resa dei conti è vicina. La foto sopra descrive come in negativo, il vero problema del Pd. In teoria la sconfitta di Roma potrebbe rappresentare la fine di quel sistema di potere che è tuttora alla base del modello veltroniano del Pd che a Roma è nato e lì ha preteso di organizzare struttura e strategia. Si aprono scenari nuovi che potrebbero rispostare l’asse del potere della sinistra italiana verso il più tradizionale e fedele sistema clientelare emiliano delle cooperative e della finanza di partito; magari aprendo la strada a personaggi più nordisti come Bersani (che non a caso D’Alema non volle che si candidasse per le primarie contro Veltorni per non bruciarsi). Un terremoto potenzialmente devastante. Però c’è un però. Il solito però che rende la politica così straordinariamente imprevedibile. Dopo la riunione dell’ufficio politico del PD, Veltroni ha detto che nessuno mette in discussione la sua leadership. Questo ci rassicura di continuare a vincere ancora per un bel po’….

26 marzo 2008

se tanti intellettuali sono uno solo

Felica Casorati, Scodelle, 1919

di Giampaolo Rossi

Paolo Mieli fa parte di quella maggioranza di intellettuali italiani che è riuscita spesso a sbagliare, con sistematica precisione, giudizi, analisi e scelte di campo. Negli anni ’70, per esempio, fu in prima fila tra i firmatari degli appelli più deliranti e scemi che hanno marchiato a fuoco l’impegno della classe intellettuale italica nel dopoguerra; come quello in cui, a difesa dei giovani di Lotta Continua sotto inchiesta, s’impegnava “a combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni”; o quell’altro contro il povero commissario Calabresi, anche se, a differenza di quasi tutti quella poltiglia intellettuale che partecipò al linciaggio che portò poi all’assassinio, lui è stato uno dei pochi a chiedere scusa e a pentirsi per un’infamia sulla quale molti altri hanno invece costruito le loro fortune e i loro premi Nobel.
Errori di gioventù sia chiaro, che però con il passare del tempo sono stati accompagnati da altri errori di maturità forse meno tragici ma ugualmente netti. Due anni fa Paolo Mieli, è stato uno dei più illustri sponsor di quello che si è rivelato il peggior governo della storia repubblicana, arrivando a piegare la storica imparzialità del Corriere della Sera con un editoriale ad un mese dalle elezioni del 2006 in cui auspicava “in modo chiaro e senza giri di parole un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra”; niente di grave, sia chiaro, se non per noi la rassicurazione che per fare il direttore del quotidiano di via Solferino non occorre necessariamente capire qualcosa di politica.
Più recentemente, dalla tribuna di Ballarò, Paolo Mieli è arrivato a zittire Pierluigi Davigo rinfacciando al magistrato militante il più eclatante episodio di uso politico della giustizia: “Ci sono stati casi di presidenti del Consiglio che furono sottoposti ad un’iniziativa giudiziaria che concorse alla caduta di un governo, e poi furono assolti dai reati. Questo non merita nessuna riflessione? Possiamo andare avanti così?”. Il riferimento all’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi nel 1994 era puramente voluto e coraggioso se non fosse che l’amnesia di Paolo Milei gli ha fatto dimenticare che a fianco di una magistratura in quel caso eversiva, agì un circuito mediatico altrettanto eversivo che ebbe proprio nel Corriere della Sera lo strumento di condizionamento più forte. Una amnesia che ha impedito a Mieli di ricordare che lo scandalo di quell’avviso di garanzia a tempo, è stato che esso fu inoltrato a mezzo stampa dal Corriere della Sera di cui lui era allora direttore.
Paolo Mieli è il paradigma di un mondo intellettuale e giornalistico italiano cha fa fatica ad uscire dalla propria autoreferenzialità, e dall’autocompiacimento. Quel mondo intellettuale che attraversa con noncuranza la lotta di classe e i salottini confindustriali, il giustizialismo e il garantismo, avendo sempre la premura di evitare che il giudizio della storia si abbatta come mannaia sulle scemenze dette o scritte. In fondo Mieli è come Bocca, come Scalfari, come Colombo, come molti altri dei grandi intellettuali giovani e vecchi che quotidianamente ci regalano il loro pensiero sulle colonne dei grandi quotidiani. Sia chiaro, nulla a che vedere con il sacrosanto diritto di cambiare le proprie idee. Ma il fatto che le idee si cambino solo quando la storia ha provveduto a smontarle, ci impone una riflessione seria sulla capacità della nostra classe intellettuale di anticipare gli eventi e di cogliere i mutamenti in atto. intellettuale italiana assume così i caratteri di una casta parassitaria, incapace di produrre idee innovative, di pensare il mondo che cambia fuori dagli interessi di parte; limitata nelle analisi, priva di capacità di sorprendere, provocare, stimolare dibattiti che vadano oltre gli insipidi e imbevibili caffè brodosi offerti dentro un pensiero omologato, bravo solo ad adagiarsi sulle regole del potere della nuova società dell’informazione.
Quando nei mesi scorsi, i salottini radical-chic sono stati attraversati dal fremito della crisi della politica e dall’arrivo di una nuova stagione di antipolitica che come un vento avrebbe spazzato via l’odiata casta, qualche diffidenza ci ha colto. Non solo per l’idea che i nuovi moralizzatori plauditi da folle annoiate e da noiosi intellettuali fossero persone come Beppe Grillo e Montezemolo; ma perché abbiamo creduto che un’analisi così stranamente puntuale, nata da un’operazione di marketing editoriale quale quella del libro di Rizzo e Stella, e alimentata dalle grandi firme dei grandi giornali dei grandi gruppi industriali, sembrava funzionale a trascinare nel baratro tutto il sistema politico per coprire il fallimento del governo Prodi e l’imbarazzo di quelli che lo avevano voluto e difeso.
E non avevamo tutti i torti. Ora che il governo Prodi è ruzzolato malamente ci accorgiamo di quanto strumentali fossero quelle analisi che non tenevano conto, al contrario, dell’enorme voglia di politica, di partecipazione, di protagonismo, che un’Italia in movimento manifestava nella folla del Family Day, nei referendum sindacali, persino nel ritorno in piazza di anacronistiche femministe. Non era in crisi la politica; era in crisi una delle culture politiche di questo paese: quell’imbroglio intellettuale che per decenni aveva legato insieme il cattolicesimo progressista alla cultura marxista, costruendo il più spietato sistema di potere clientelare di questi ultimi anni: quello cattocomunista.
Ora che la fine del centrosinistra appare non solo come la fine indecorosa di una legislatura ma come esaurirsi di una fase storica, il limite di analisi di buona parte di giornalisti e intellettuali appare con tutta evidenza.
I grandi mezzi di informazione italiani e la casta giornalistica che li alimenta appaiono sempre più il luogo di interesse di nuovi e vecchi poteri, e sempre meno uno spazio di diversità di pensieri altri e di confronto. Così facendo sembrano rendere attuale ciò che Henry James scriveva nel 1903 sul mondo della stampa: “i giornali, vanto della nostra epoca, benché apparentemente molteplici, sono uno solo”. Anche i tanti intellettuali, in fondo, sembrano uno solo.

© Il Borghese, Marzo 2008
Immagine: Felice Casorati, Scodelle, 1919

18 marzo 2008

Veltroni, la morte come show

Thomas Eakins, The Agnew Clinic, 1889

di Giampaolo Rossi
Il veltronismo è tante cose insieme che nel loro insieme sono nulla. E’ una bella politica che però non è politica perché nel suo mescolare utopia e sogno, in fondo la nega. E’ cultura salottiera, che però non è cultura perché non prova a leggere il mondo che cambia, ma si riduce a intellettualismo nevrotico e narcisista. Ma il veltronismo è soprattutto ricerca emozionale per trasformare la politica e la cultura in semplici suggestioni; e in questa ricerca Veltroni utilizza spesso la morte come un elemento di costante presenza, quasi per compensare qualcosa di sé.
Marianna Madia, la giovane “economista” capolista del Pd a Roma, in una recente intervista al Corriere della Sera, ha rivelato che Walter Veltroni fu conquistato da lei al funerale del padre, folgorato dal “piccolo discorso” che lei fece e di cui neanche si ricorda. Che un funerale diventi il luogo di selezione della nuova classe politica del Pd può essere oggetto di facile ironia, ma il problema è più complesso. L’episodio non casuale, conferma un’ossessiva quanto inquietante dipendenza veltroniana dalla morte che mette insieme uno spirito adottivo (che va dai figli degli amici scomparsi
di cui si circonda, ai bambini africani), ad un uso strumentale e politico della morte.
Nel febbraio scorso durante il discorso di commiato da Sindaco al Palalottomatica di Roma, Veltroni ha citato un elenco interminabile di morti. Una sorta di seduta spiritica collettiva dove ha evocato molte giovani vittime di tragici fatti di cronaca: Gabriele Sandri il tifoso della Lazio ucciso in un autogrill di Arezzo, Marta Russo la studentessa uccisa all’università di Roma nel 1997, Benedetta Ciaccia la ragazza romana morta nell’attentato di Londra del 2005, Renato Biagetti il 26enne aggredito e assassinato a Fiumicino; Veltroni ha menzionato anche quelli di cui non ricordava il nome, come “il ragazzo di 17 anni ucciso per errore durante una rapina”. Ora, al di là del cattivo gusto di citare solo i casi di vittime non attribuibili in alcuna maniera alle responsabilità di chi amministra la città, rimane l’effetto scenico costruito attorno a tutto questo: ad ogni nome citato applausi e foto ai parenti in sala, povere presenze dignitose e in buona fede nel dare una forma visibile ad un dolore fuori contesto in quel carosello di intellettuali e politici. Fino all’apoteosi finale: l’abbraccio cosmico tra la mamma di Valerio Verbano (il giovane di sinistra assassinato negli anni ’70 dai Nar) e Giampaolo Mattei (fratello di Virgilio e Stefano, uccisi nel rogo di Primavalle), sotto i flash dei fotografi e lo sguardo languido e pietoso di Veltroni, pontefice massimo di un rituale dove la morte diventava show e la tragedia degli anni di piombo uno spot da campagna elettorale. Il richiamo della morte sembra essere per Veltroni una nuvola avvolgente con cui suscitare emozione in ogni uscita pubblica.
Nel Marzo del 2007 a Torino, il sedicenne Matteo Maritano (mamma filippina e papà italiano) si è ucciso gettandosi nel vuoto. Il suicidio di un ragazzo meriterebbe la dignità del silenzio e invece iniziarono subito le polemiche su una sua presunta omosessualità perseguitata a scuola, finché un’inchiesta della Procura di Torino escluse il bullismo come causa del suicidio. Nel frattempo Walter Veltroni pubblicava un breve racconto per il Corriere della Sera, dal titolo “Aspetta te stesso”. La storia era esattamente quella del povero Matteo fin nei minimi particolari, solo modificata di alcuni elementi marginali (il protagonista ora si chiamava Giulio ed era di origine peruviana e non filippina). L’idea di usare la tragedia di un ragazzo che si uccide per mettere alla prova la propria vanità letteraria renderebbe imbarazzante qualsiasi commento. Il dramma esistenziale vero, giocato nel dolore di un corpo straziato, diventa narcisismo letterario per un gadget da Corriere della Sera che ha consentito a Veltroni di riempire le pagine di articoli melensi sulle sue capacità di scrittore. Un’operazione indecente, ma Veltroni è anche questo.
Nel Maggio dello stesso anno, a Roma si sono svolti i funerali di Vanessa Russo, la giovane uccisa in metropolitana da una ragazza rumena. Veltroni non c’era, era in Africa per l’annuale viaggio di solidarietà con gli studenti delle scuole romane con il seguito di fotografi e troupe tv perché la solidarietà è una bella cosa soprattutto sorridendo davanti a una telecamera. Poco dopo il funerale di Vanessa l’Ansa batteva la seguente agenzia: "Il sindaco di Roma Walter Veltroni e gli studenti romani hanno osservato un minuto di silenzio in Malawi per Vanessa, lungo la strada che porta all'aeroporto di Lilongwe; i cento studenti, scesi dai pullman, si sono raccolti in cerchio e in silenzio al lato della strada, con loro il delegato per la cooperazione Giobbe Covatta”. L’immagine di Veltroni in raccoglimento a fianco di Giobbe Covatta e degli studenti in mezzo a una strada in Malawi, affranto ma desto a dettare all’Ansa il comunicato del suo dolore africano, era una scena surreale che dimostrava l’essenza del gesto. Qualcosa di più di una semplice strumentalizzazione politica del dolore: una sorta di macabro rituale necrofilo con cui forzare le sensazioni e mettere a posto la coscienza.
Nel suo discorso al Lingotto di Torino, dove lanciava la propria candidatura a segretario del Pd, Walter ha letto l’ultima struggente lettera di una ragazza di 15 anni morta di leucemia, come paradigma dei “nuovi italiani”, sapendo perfettamente che un adolescente di fronte alla morte non è una categoria sociologica ma racchiude un mistero più grande sul nostro senso del vivere che non dovrebbe essere buttato dentro la miseria di un discorso politico.
Insomma Veltroni infila la morte a forza nel gioco delle emozioni che la sua politica dovrebbe suscitare. E la sua abilità sta anche nello sfruttare le debolezze di coloro che il dolore della morte l’hanno sperimentato su se stessi: i genitori della ragazza che gli concedono la lettera, così come i parenti di vittime più o meno illustri di cui Veltroni ama circondarsi per caricare il valore simbolico della loro presenza su di sé. E’ come se il loro dolore rievocato nelle cerimonie, nelle parole, nelle letture, compensasse un suo personale rapporto irrisolto con la morte. Ma oltre a questo Veltroni svuota la morte di ogni mistero, la spoglia di ogni essenza tragica. La trasforma in vezzo letterario, in citazione narcisistica, in operazione di marketing politico, in uno show di lacrime, abbracci, baci sotto flash e telecamere. Pochi politici saprebbero essere così spregiudicati e convincenti nel giocare con le debolezze e le inquietudini di padri, madri, figli cui il destino ha portato via una persona cara. Pochi politici saprebbero fare un uso più cinico e strumentale della morte. Questa necrofilia ad uso politico è il prodotto più macabro e indecente del veltronismo.
© Il Domenicale, Sabato 15 Marzo 2008
Immagine: Thomas Eakins, The Agnew Clinic, 1889

17 febbraio 2008

debellare Utopia dalla nuova politica

di Giampaolo Rossi
Utopia torna di moda. Nell'ultimo saggio di Fredric Jameson (Il desiderio chiamato utopia, Feltrinelli), si riafferma la sua attualità politica come forma necessaria a "qualsiasi cambiamento fondamentale della nostra società". L'idea che la cultura di sinistra debba recuperare visioni utopiche per scardinare l'irreversibilità del processo di globalizzazione innescato dal tardo-capitalismo, non ci rassicura per niente. In questo dimostra la sua inadeguatezza di fronte alle trasformazioni del nostro tempo. L'Occidente singhiozza nelle convulsioni della modernità ma il recupero di Utopia nel lessico politico e culturale rende le convulsioni degli spasmi terminali.
Nelle sue lezioni di politica anche
Walter Veltroni ha rilanciato il linguaggio dell'utopia come linguaggio della politica: "abbiamo bisogno di stare con i piedi ben piantati per terra e insieme di tornare a sognare anche quel che sembra impossibile, irraggiungibile. Quel che sembra utopia. (…) A che serva l’Utopia? A camminare". Concetto ripreso nel discorso per l'Italia di Spello, dove ha parlato dell'Europa come di una "utopia divenuta realtà".
Inciampo concettuale, sgambetto del pensiero che ha fatto ruzzolare la storia negli orrori del '900,
Utopia continua a punzecchiare la fantasia degli intellettuali e dei politici europei. Cattiva interpretazione della dialettica tra identità e differenza: come se il conflitto, necessario al divenire storico, si determinasse solo nella distanza da ciò che l'altro rappresenta, dal suo modello sociale, politico e culturale. Eppure quell’idea di conflitto che René Girard vede generarsi dentro ciò che lui chiama "rivalità mimetica" (è il desiderio di ciò che desidera anche il nostro rivale a generare conflitto e violenza), ci avvicina al nostro avversario, ci rende simile a lui e lascia la politica nella sfera del possibile e di ciò che ci accomuna. Utopia, al contrario, ci distanzia dall’altro, ci infila dentro un simbolico non appartenere a questo mondo. Irrealtà allo stato puro, Utopia libera l’irrazionalità e nega la politica, la proietta fuori dalla storia, fuori dai confini della consuetudine, delle istituzioni.
D’altronde
Utopia non nasce dentro una dimensione reale. Prima di venire ingoiata nella politica, Utopia abitava l’universo onirico della letteratura come consapevolezza di un non vero; di qualcosa di impossibile e quindi di profondamente falso. E infatti, per Tommaso Moro, Utopia (dal greco ou tópos, “non-luogo”) era l'isola incontrata da uno strano navigatore, tale Raphael Itloideo (dal greco ithlos daìein “dispensatore di menzogne”). Quando la dimensione letteraria si fa evocazione politica naufraga inevitabilmente, perché il "luogo che non c'è" può essere abitato solo "dall'uomo che non c'è". Utopia diventa quindi un progetto drammaticamente anti-umano. Non a caso il '900 è stato il tempo delle utopie realizzate nelle ideologie che hanno reso macabra la storia dell’Occidente. Chi oggi fa lezioni di politica, spiegando la necessità del dialogo e del recupero di una dimensione razionale non dovrebbe richiamarsi a Utopia.
A cavallo tra la ricerca di nuovi linguaggi nella frantumazione delle identità sociali dettata anche dall'universo della rete, e il superamento di vecchi concetti, la politica deve provare ad incontrare i nuovi significati che la modernità elabora. Ci sono parole, dette con leggerezza e abitudine che ereditiamo da epoche ormai passate e che trasmettono significati morti. Tra queste la parola Utopia. Occorre debellare Utopia e pensare una cultura e una politica che partano dall'uomo concreto e dalle aspirazioni del suo vivere. E' questa la sfida di una vera nuova politica.
© Il Borghese, Gennaio 2008
Immagine: Rodcenko e Stepanova, Giovani aviatori, 1933, bozzetto per la rivista "l'Urss in costruzione"

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13 febbraio 2008

le blacklist del prof. Sofri

William Harnett, The faithful colt, 1890Repubblica dedica un articolo alla questione della infamante lista nera dei professori ebrei scoperta su internet. Il titolo, a caratteri cubitali, è: BLACKLIST. Il sottotitolo esplicito e chiarificatore dice: Cos'è l'infamia della proscrizione.
L’articolista mostra una grande competenza in materia, profonda conoscenza e capacità di analisi. Scorre con dovizia di particolari gli aspetti più terribili dell'uso del linciaggio e del terribile utilizzo delle liste di proscrizione, partendo dall'orrore delle leggi razziali italiane e dalla cultura antisemita che l'ha prodotte. Ricorda che l'uso della lista ha "a che fare con la morte: la morte fisica o comunque civile", perché una caratteristica delle liste di proscrizione è che esse prevedono"il diritto per chiunque di assassinare chi ne è colpito". Di qualunque tipo esse siano "pubbliche o private, più o meno per le spicce, passando o no per simulacri di Tribunali Rivoluzionari e Speciali e Terroristi", ricorda che "sicari si muovono con una lista di nomi nel taschino".
Compie un excursus storico straordinario, partendo addirittura da Silla, passando per la "Blacklist per eccellenza", quella della caccia alle streghe maccartista nell’America degli anni ‘40 e ‘50, arrivando alla Polonia dei giorni nostri, "sciovinista e antisemita dei fratelli Kaczynski". Si sofferma sulla storia (raccontata in una poesia di Aragon e messa in musica da Léo Ferré ) dell'Affiche Rouge, il manifesto affisso dai nazisti, nella Parigi occupata, con il volto dei membri del gruppo Manuchian, fucilati poi nel 1944. In un breve passaggio lapidario, ricorda che liste di proscrizione ci sono state anche nei "nostri cattivi anni Settanta", sorvolando (sicuramente per motivi di spazio) sul fatto che dentro quelle liste che si redigevano nelle università, nelle redazioni dei giornali di Lotta o meno, nei manifesti che intellettuali impegnati sottoscrivevano per compensare la loro vanità idiota e irresponsabile con il senso dell’impegno civile, ci finirono ammazzati magistrati, giornalisti, sindacalisti, avversari politici e a volte persino commissari di polizia… Storie di vittime innocenti che nessun poeta ha messo in versi, nessun musicista ha mai cantato, forse perché in Italia, poeti e musicisti, preferivano stare dalla parte dei carnefici.
Strana dimenticanza ma tutto sommato marginale rispetto al valore di questo articolo affidato ad uno dei massimi esperti italiani di "storia delle liste di proscrizione": il prof. Adriano Sofri.
Immagine: William Harnett, The faithful colt, 1890

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11 febbraio 2008

il 10 febbraio di Walter.

10 Febbraio 2008, Spello, Umbria, Italia, Europa, Mondo. Dal particolare all’universale. Un occhio al borgo italico medioevale e l’altro a Obama e al grande sogno americano. Commistione di sensazioni, viaggio nel tempo, divagazione tra spazio e emozione. Il "discorso per l’Italia" di Water Veltroni ha toccato anche le nostre corde, quelle più logorate dalle urla della politica che divide e non unisce; e le ha fatte vibrare dicendo poco o nulla ma dicendolo talmente bene da farlo sembrare tanto o tutto.
Una domenica bella, solare con lo sfondo scenografico di un paesino arroccato su una verde collina, teso verso il cielo come il futuro. Eppoi quel vento che soffiava e scapigliava e scompigliava e dava un'idea di aria nuova, fresca, pulita. Una domenica importante, "una domenica italiana” da ricordare. Una domenica serenamente e pacatamente patriottica, ma anche mistica. Vittorio Taviani lo ha paragonato a San Francesco, santo e guerriero, fede e determinazione; e di fronte ad un paragone del genere le provocazioni di Oliviero Toscani non ci toccano: “… mi metto il colletto su o giù? Mi metto a parlare sull’erba o vado nell’eremo? Neanche fosse Gesù Cristo”. Gesù Cristo ancora no. Ma non è detta l’ultima parola: perché "uno che vuole passare per nuovo ma dice le stesse cose con la stessa faccia da 30 anni", non va disprezzato con il solito qualunquismo, perché vuol dire che porta con sé un messaggio universale.
La location di Spello era azzeccatissima, se solo avessero indovinato le inquadrature. Forse qualche cipresso di troppo ma anche questo è un segno della storia perché se "dobbiamo capire bene dove il mare della storia ci sta portando", il passaggio dalla quercia al cipresso ce lo indica molto bene: la sinistra trapassa e la svolta arborea è ancora più netta di quella politica.
Un discorso intenso, un po' retorico ma necessario, per metterci "in sintonia con le correnti profonde della storia". Un discorso che parla alla gente ma senza la gente, perché sono più importanti le telecamere. Veltroni si rivolge al "destino dell’Italia, alla sua struggente e meravigliosa bellezza". Un discorso vivo, che parte "dalla bellezza dell’Italia, dalle coste del Mediterraneo, attraverso le colline e la grande pianura, fino alle Alpi"; un discorso che cita Moro, Spinelli ma fa pensare a De Amicis; un discorso che tocca "l’orgoglio di essere italiani”, che ricorda che "la qualità è l’Italia. E l’Italia è qualità”. Un discorso innovativo che cita 56 volte la parola "Italia", 26 volte "italiani" e manco una volta "compagni". Un discorso con cui “guardiamo negli occhi l’Italia e le diciamo: comincia un tempo nuovo”. Un discorso che sembrerebbe scritto a destra ma anche a sinistra perché noi dobbiamo essere "uniti sotto il tricolore, sotto la bandiera italiana. Uniti nella Resistenza”. Un discorso sulla "memoria che si fa speranza”. Appunto.
10 febbraio, era anche la giornata del ricordo. Veltroni non se ne è ricordato. Ci saremmo aspettati almeno un passaggio, una breve citazione, anche solo una piccola emozione buttata tra una riga e l’altra di un discorso fumoso; magari là dove ha parlato del “silenzio dei deportati” e “dei tanti giusti che seppero aprire la porta a chi cercava aiuto”. Ricordando quella parte d’Italia che la porta non l’aprì ai nostri fratelli perseguitati e cacciati dalle terre di Istria e di Dalmazia, relegandoli anche fuori dalla propria coscienza. Ed anche la città che lui governa e che ospita una delle più grandi comunità di esuli giuliano-dalamti, ha negato anche un piccolo gesto istituzionale di riconciliazione.
Il 10 febbraio di Veltroni è stata un’occasione perduta, una distrazione colpevole. Ed ora, ripensandoci, a vederlo lì, tra un tricolore ammainato e un cipresso, il leader di questa nuova sinistra che non ha "paura del nuovo perché il futuro è l’unico tempo in cui possiamo andare”, non da’ neanche una grande idea di novità, di coraggio, di speranza. Ma molta, troppa mestizia...

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01 febbraio 2008

Veltroni, un De Martino al contrario

Fairfield Porter, The mirror, 1966
di Giampaolo Rossi
Per la satira di Crozza è l'uomo del "ma anche": una caricatura implacabile che smaschera e ridicolizza quella indecisione ecumenica e l'atteggiamento mentale indotto, "pacatamente e serenamente", a considerare la politica come proiezione di sé, tra indole narcisista e mai sopiti sogni di egemonia. Eppure, paradosso di una politica che non è bella ma spesso beffarda, Walter Veltroni rischia di fallire non per i suoi "ma anche", ma per un "mai più" detto di troppo. Una similitudine inquietante con Francesco De Martino, il leader socialista che guidò alla disfatta il PSI nelle elezioni del 1976. Allora l'Italia usciva dal referendum sul divorzio e dalla vittoria comunista alle regionali del ’75 e sembrava irrimediabilmente attratta a sinistra; la sua formula degli "equilibri più avanzati" lo spinse a innescare la crisi del governo Moro e a spostare verso il Pci un Partito socialista che riteneva esaurita l'esperienza riformista. Coniando lo slogan "mai più senza i comunisti", De Martino affrontò la campagna elettorale andando incontro ad una sconfitta storica: il Psi scese per la prima volta sotto il 10% e per De Martino fu l'inizio della fine. Nel congresso socialista del luglio successivo fu costretto alle dimissioni, cedendo la segreteria ad un giovane Bettino Craxi che aprì la strada alla stagione del vero riformismo socialista.
Dal "mai più senza i comunisti" di De Martino, al "mai più con i comunisti" di Veltroni. La scelta del segretario del Pd di far correre il suo partito da solo "quale che sia la legge elettorale", escludendo a priori l'ipotesi di accordo con la sinistra radicale, sembra proiettare (seppure con intenti opposti) lo spettro dello stesso fallimento. Ed è forse sulla base di questo precedente, che anche dentro il Pd, iniziano a montare le accuse a Veltroni di aver di fatto causato la crisi di governo, con l’intenzione di andare alle elezioni anticipate. Gli "equilibri più avanzati" di Veltroni non sarebbero più quelli di spostare l'asse politico a sinistra, ma al contrario di spostarlo a destra.
Il partito "a vocazione maggioritaria" che Veltroni vorrebbe fondare con il suo "mai più" sancisce non solo la fine del centro-sinistra ma il suo storico fallimento; e l'imbroglio politico e culturale che c'era dietro di esso potrebbe travolgere non solo Prodi, ma anche coloro che in questi anni ne hanno rappresentato la classe dirigente. Forse quello di Veltroni è un atto di coraggio (e sarebbe il primo), forse è un autentico suicidio politico. Ma se si ripensa alla storia di De Martino, il segretario del Pd, per alcuni l’uomo nuovo della sinistra italiana, potrebbe svelarsi molto più vecchio di quello che sembra.
Immagine: Fairfield Porter, The mirror, 1966

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30 gennaio 2008

mangiapreti ma anche baciapile

Francis Bacon, Studio del ritratto di Papa Innocenzo X di Velasquez, 1953
Se i vescovi italiani parlano di aborto, di legge 194, di diritto alla vita, trattasi di ingerenza vaticana in affari di Stato e per il papa laico di Repubblica siamo di fronte a una "offensiva clericale".
Se il vescovo di Roma dice al Sindaco di Roma che Roma fa schifo, il vescovo laico di Repubblica parla di "palese inconsistenza politica e culturale di papa Ratzinger".
Se al contrario, i vescovi italiani consigliano di non indire elezioni e di trovare un accordo, diventano “pezzi da novanta” che appoggiano il capo del Pd, il loro parere viene messo insieme a quello dei due maggiori leader italiani e il papa laico di Repubblica fischietta alzando gli occhi al cielo.
Insomma, per i campioni del laicismo italico, i vescovi devono intervenire nella politica italiana, ma anche non intervenire.
Il veltronismo dilaga…
Immagine: Francis Bacon, Studio del ritratto di Papa Innocenzo X di Velazquez, 1953

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28 gennaio 2008

arieccoli... son tornati i pacifinti!

pacifintiNe sentivamo la mancanza di quelle colorate bandierine arcobaleno. Grandi ideali, parole d'ordine, mobilitazioni di massa, senso comune di un desiderio di pace e libertà che unisce il mondo come l'arcobaleno unisce la terra al cielo. Dio che bello! E che bella stagione quella in cui i balconi delle nostre città erano piene di colori e le parrocchie cattocomuniste sventolavano l’arcobaleno ai piedi di Gesù Cristo (che in fondo è stato o no il primo comunista della storia?). Dio quanto era bello guidare le masse verso l'orizzonte colorato della storia. E se per caso si diventava ministri o presidenti della Camera bastava ridurre l'arcobaleno a una spilletta sul bavero della giacca, come un vezzo un po' snob, come una provocazione da dementi fatta il giorno della sfilata del 2 Giugno, giusto per far capire che non ci si dimenticava del tutto degli allocchi che ci avevano votati e portati al governo; ma vuoi mettere come continuava a battere il cuore per la Pace, anche se costretti sotto il vestito da cerimonia?
Se c’è un'area politica che ha dato il peggio di sé durante questo vergognoso governo, è proprio la sinistra radicale. E l'ha dato perché la capacità di trasformismo, di imbroglio dialettico, di presa per il culo del proprio elettorato è stata la caricatura di quella doppiezza morale che aveva, nella vecchia tradizione comunista, ben più nobili motivazioni. Uno spettacolo talmente indecoroso da far apparire il buon Mastella un esempio di coerenza ideale quasi risorgimentale; e hanno avuto persino il coraggio di massacrare il povero Turigliatto, l'unico che ha provato a mantenere un po' di dignità. Dalla Menapace a Franca Rame e alle sue estenuanti dimissioni, da Pecoraro Scanio a Russo Spena, una gara patetica per giustificare l’ingiustificabile: quello di essere pacifisti all'opposizione e interventisti al governo. Ministri, sottosegretari e deputati che negli anni passati avevano alimentato la peggiore piazza pacifista del mondo, si sono allineati senza battere ciglio alla politica estera di un paese che ha mantenuto le stesse missioni militari del governo di centrodestra (tranne quelle che il governo di centrodestra aveva già deciso di concludere…) contro le quali loro scendevano in piazza e senza più dilaniare le anime belle nei dibattiti intellettuali per capire se i maledetti jihadisti che uccidono i civili in Iraq, in Afghanistan o in Israele dovessero chiamarsi terroristi o resistenti.
Per questo, l'ultimo loro atto è ancora più vomitevole. Nell'ultimo Consiglio dei Ministri, prima del "rompete le righe" di Prodi, i paleantropi della sinistra arcobaleno
hanno votato contro la proroga di quelle missioni militari per le quali si sono sempre espressi a favore quando c'era da difendere le proprie poltrone. Ricordarsi di essere "pacifisti senza se e senza ma" solo quando non si è più al governo ha qualcosa di scandalosamente raccapricciante. Una sorta di vendetta postuma contro il proprio Paese e gli impegni internazionali presi, che conferma cosa diavolo sia questa sinistra senza cervello e senza dignità…

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22 gennaio 2008

7000 mail

Fernando Botero, La lettera, 1976
La notizia è di quelle che potrebbero cambiare il corso della storia, se solo la storia avesse un corso. Il fatto che la fonte sia Palazzo Chigi non inficia sulla veridicità del dato ma anzi rafforza la certezza che ci troviamo di fronte a un caso sensazionale. Probabilmente gli storici futuri lo studieranno come paradigma del ritorno della politica in una fase di collasso istituzionale e di profonda crisi sociale indotta dal fenomeno della globalizzazione. Appunto; non a caso questa notizia, fondamentale per i destini della Patria e del Governo, è riportata fedelmente da Il Corriere della Sera che, fino a prova contraria, è pur sempre il più importante quotidiano nazionale. Palazzo Chigi sarebbe stato stato "sommerso" da migliaia di mail e centinaia di fax di sostegno a Prodi. Quasi tutte con la stessa frase: «Prodi vai avanti» e «siamo con te»; e questa moltitudine, segno di una maggioranza silenziosa che sta con il premier, mica manda le mail su una casella sola; troppo facile. Le manda su “diversi computer degli uffici del governo”. Qualcuno potrebbe pensare ad un mitomane fancazzista, o a una velina un po' forzata, ma in questo paese dove l’informazione è libera e intelligente, sappiamo di trovarci di fronte a una notizia da prima pagina.
A Palazzo Chigi, in queste ore frenetiche e drammatiche, tra una consultazione e l'altra, mentre sono impegnati ad accumulare scorte di flebo e dentiere per i senatori a vita in vista della lunga notte di fiducia al Senato, hanno persino trovato il tempo di contare tutte queste mail. Un risultato strabiliante: quasi 7000, dicesi settemila. Un dato inaspettato ed incredibile per il premier Prodi e per tutta la compagine di Governo. Il segno che la democrazia è viva, che la gente partecipa, che la politica ha ancora carte da giocare e Prodi pure, che questo governo ce la può fare a continuare la sua opera riformatrice del Paese. Settemila lettere che dicono a Prodi di non mollare, alla faccia di chi ha remato contro, di chi ha tramato per loschi interessi; alla faccia dei traditori, di chi non ha rispettato il patto di legislatura; alla faccia di Mastella e del suo Udeur. Una risposta di popolo contro i tentativi di riportare indietro le lancette della storia. Una cifra inaspettata, che ci riempie di gioia e di speranza. 7000 persone quasi il doppio degli abitanti di Ceppaloni, non so se mi spiego…

Update del 23 Gennaio, ore 20.05: Palazzo Chigi ha aggiornato il conteggio e anche il Corriere della Sera. Le mail sono diventate 25000 (venticinquemila!). Quasi quanti gli abitanti di Scandiano, il paese natale di Romano Prodi. Questo e' amore di popolo...

Immagine: Fernando Botero, La lettera, 1976