22 giugno 2010

La difesa della privacy

di Giampaolo Rossi
Chi l’ha soprannominata “legge bavaglio” fa solo finta di non sapere che la legge sulle intercettazioni, attualmente in discussione alla Camera, è innanzitutto una legge in difesa della privacy. Una battaglia liberale, fondamentale del nostro tempo. Perché il diritto di ogni cittadino a vedere tutelata la propria vita privata dai media e dai sistemi di controllo e di tracciamento individuale che ormai invadono la nostra esistenza, va ben oltre il tema delle intercettazioni, le polemiche politiche di questi giorni e le strumentalizzazioni di piazza. C’è in ballo qualcosa di più grande. Ci sono da fissare i confini dentro i quali dobbiamo concepire la nostra civiltà giuridica e i nuovi spazi di libertà individuale e collettiva. Per farlo, bisognava partire dal tema delle intercettazioni e dall’uso irresponsabile che in questi anni ne è stato fatto. Questa legge, incompleta, imperfetta, indecisa su alcuni aspetti fondamentali (come per esempio la regolamentazione della rete) cerca comunque di porre un argine alla pazzia mediatico-giudiziaria che ha segnato la storia del paese negli ultimi tempi. E’ fondamentale che il Governo non ceda nemmeno alle insensate pressioni che provengono dall’estero, chiaramente interessate a mantenere l’Italia una “democrazia sotto contollo”.
Il diritto al privato non riguarda una casta di potere che gioca in difesa dei propri privilegi, ma riguarda tutti. L’Italia è la democrazia più intercettata del mondo. Ma il problema non è solo il numero di intercettati del nostro paese, (dieci volte superiore alla Francia e cento agli Stati Uniti), ma la loro esposizione mediatica. Da nessuna parte esiste un mercato delle intercettazioni come quello che esiste in Italia e che lega procure e redazioni di giornali. In nessun paese civile è stato fatto negli anni un uso così violento delle intercettazioni sulla vita delle persone senza che alcun responsabile pagasse. Paradossi per un paese che, oltre alle garanzie costituzionali in difesa della segretezza delle comunicazioni, conosce nel suo ordinamento anche un Codice della Privacy, proprio sulla base del quale i magistrati italiani hanno recentemente condannato alla reclusione alcuni dirigenti di Google. Alfredo Robledo, uno dei giudici di Milano che ha disposto la condanna, ha dichiarato che “in Italia e in Europa la libertà di espressione trova un suo confine nel rispetto dei diritti delle persone, tra i quali spicca quello alla privacy”. Logica affermazione che spiega perché i corvi di piazza che gracchiano sul bavaglio all’informazione dovrebbero zittirsi di fronte all’unica verità imbavagliata: che cioè in Italia un astratto diritto di cronaca conta di più del concreto diritto dei cittadini a vedere rispettata la propria vita e la propria dignità. Chissà perché le regole che valgono per i cittadini italiani e per i dirigenti di Google, non valgono per i giornalisti. E’ ipocrisia appellarsi al dovere di informare, quando sappiamo tutti che pubblicare intercettazioni è innanzitutto un modo, per gli editori, di vendere più copie.
La storia del nostro paese degli ultimi 20 anni è una storia di intercettazioni pubbliche. Non c’è evento politico, sociale, di costume, finanziario, che non sia stato raccontato attraverso di esse. Sono diventate un genere narrativo capace di mettere insieme dialogo e prosa. E ormai, si stanno trasformando anche in un genere televisivo in cui gli attori recitano testi di conversazioni rubate come fossero sceneggiature. Ma questo trasforma il rapporto tra ciò che può essere pubblico e ciò che deve rimanere privato. Un tempo la libertà di una società si misurava dalla quantità di informazioni che circolavano in essa. Più informazioni circolavano, più quella società era libera. Oggi, nell’epoca della grande rete globale interattiva, di internet, dei media pervasivi, la libertà sociale si misura nella capacità di lasciare spazi incontaminati, conservare e difendere quel privato che il sociologo tedesco Sofsky definisce “il primo passo per la salvezza della libertà”.
Quando la sensazione di essere intercettai è ormai sensibilità comune dei cittadini, nelle battute tra amici, nelle telefonate di lavoro, e si trasforma nella passiva accettazione di una condizione psicologica in cui il parlare al telefono è percepito come naturale privazione della propria libertà personale; quando i media democratici diventano lo strumento di negazione dell’integrità individuale, allora vuol dire che si sta scivolando verso una limitazione della libertà. Questa è la vera crisi della democrazia.
© Il Tempo, 22 Giugno 2010

21 giugno 2010

i due repubblichini










Dario Fo e Giorgio Albertazzi, uniti dal teatro e dalla Repubblica Sociale. Accade di incontrarli in qualche maniera lo stesso giorno. Il primo attraverso il video-appello pubblicato da Repubblica contro la legge Alfano. Il secondo, dal vivo, in un incontro dedicato a D'Annunzio a Roma.
Il premio Nobel per la letteratura (che con la sua nomina ha fatto capire al mondo che è stronzata è quel premio) spiega che con la legge sulle intercettazioni "sarà il Governo a decidere quali notizie i giornali potranno pubblicare e quali è proibito". Che dire: il problema è che Dario Fo colleziona appelli da 40 anni, instancabilmente; da quel lontano 1971 quando appose la sua firma all'appello dell'Espresso contro il povero commissario Calabresi. Altri al posto suo avrebbero desistito. Ma lui no. Questa arcaica figura di intellettuale militante, coscienza civile di se stesso, espressione decrepita di un mondo ormai scomparso, sta sempre lì, sfinge messa a guardia di una vecchia e morente nomenclatura.
Poi passa qualche ora e penso che non tutto è perduto. E che la vecchiaia può essere anche bella. Quando ascolto Giorgio Albertazzi, improvvisare la "Pioggia del Pineto" di D'Annunzio portandomi per mano a Fiume, in volo su Vienna a bordo di un nobile arditismo e nella "favola bella che ieri m'illuse". E penso alla freschezza della cultura italiana così giovane nella sua vecchiezza e mi rassereno sul fatto che si può anche invecchiare nella serenità di uno spirito alto e non affogare nel rimbambinismo militante....

11 giugno 2010

Il vizietto della Reuters e il ruolo dei media "democratici"

di Giampaolo Rossi
La storia è questa: il quotidiano turco Hurryet pubblica una foto del recente blitz israeliano sulla nave diretta a Gaza nel quale sono morti 9 attivisti islamici; in questa foto alcuni “pacifisti” sono armati di coltello e circondano un militare israeliano ferito. La foto viene rilanciata nei circuiti internazionali dall’agenzia Reuters, ma con un piccolo accorgimento: viene tagliato il bordo destro così da far sparire la mano pacifista con coltello annesso. In questo modo la versione ufficiale israeliana, secondo cui i soldati avrebbero aperto il fuoco solo dopo l’aggressione armata degli occupanti, viene smentita e viene avvalorata l’idea che sulla nave diretta a Gaza vi fossero solo pacifisti inermi, colorati arcobaleni e hippie stile “love not war”. La Reuters ha respinto ogni addebito, affermando che si è trattato solo di un errore tecnico. Noi non abbiamo motivo di dubitarne, se non fosse che in rete, alcuni blogger americani, hanno rintracciato una seconda foto della Reuters che ha subìto lo stesso errore tecnico. Il problema è che non è la prima volta che la più importante agenzia giornalistica del mondo incappa nell’errore tecnico della manipolazione. E guarda caso, sempre ai danni di Israele.
Nel luglio 2006, all’epoca della guerra in Libano, fecero scandalo le foto taroccate della Reuters, scattate dal fotografo libanese Adnan Haji. All’indomani dell’abbattimento di un edificio in un quartiere di Beirut, sede di una postazione Hezbollah, la Reuters pubblicò la foto che ritraeva l’intero quartiere di Beirut in fiamme, smentendo la versione israeliana dell’intervento chirurgico su un unico edificio covo di terroristi. Tra un edificio abbattuto e un intero quartiere bombardato la differenza indubbiamente è tanta. Fu
Little Green Football, curioso nome di un blogger conservatore americano (lo stesso che ha pubblicato le due foto della nave turca), a svelare l’arcano. La foto che il reporter libanese aveva realizzato era stata taroccata con un programma grafico, ampliando la colorazione del fumo per far credere che il bombardamento fosse stato indiscriminato su obiettivi civili. Risultato, la Reuters fu costretta a licenziare il fotografo e solo in seguito si scoprì che moltissime altre foto del reporter, che l’agenzia aveva venduto ai giornali occidentali, erano state falsificate o modificate per costruire un’immagine criminale di Israele.
Nelle stesse settimane il New York Times pubblicò un’immagine che fece il giro del mondo. Dopo il bombardamento di Tiro ad opera dell’aviazione israeliana, le autorità di Tel Aviv avevano specificato che non vi erano stato morti ma solo la distruzione di obiettivi logistici. Eppure
il prestigioso quotidiano diffuse l’immagine di un cadavere estratto dalle macerie in braccio ad un soccorritore, come fosse la Pietà di Michelangelo. Peccato che quella foto fosse parte di una sequenza di 5 foto visibili solo nella versione online del giornale, in cui il presunto morto compariva vivo e vegeto zampettando tra una maceria e l’altra. Era l’aiutante del fotografo americano in una scena costruita a tavolino. Dopo 10 giorni dalla pubblicazione delle foto, smascherato il trucco (grazie a dei blogger americani e italiani che rimbalzarono l’imbroglio sulla rete) il New York Times fu costretto a pubbliche scuse.
Gli episodi raccontati, solo una parte di quelli che si potrebbero raccontare, obbligano ad alcune riflessioni. La prima è di tipo politico e riguarda Israele, l’unica democrazia mediorientale costretta a difendersi non solo dal terrorismo e dall’integralismo che vogliono annientarla, ma anche da quei media occidentali che spesso sono i principali alleati dei suoi nemici. Paradosso di una informazione democratica che sceglie di combattere una democrazia con le armi della disinformazione.
La seconda considerazione riguarda il ruolo dei media nella narrazione dei conflitti e dei fenomeni globali, nella definizione dei limiti della verità e di ciò che chiamiamo diritto di cronaca. Nella moderna società dell’informazione, le immagini hanno il sopravvento rispetto alla comunicazione scritta e quindi la manipolazione di una foto o di un video falsifica la realtà e il senso di essa molto più efficacemente di qualsiasi articolo scritto e opinabile nei suoi contenuti. Un articolo è la visione di chi scrive. Una foto pretende di essere la realtà. La parola esprime un pensiero per forza parziale. L’immagine racchiude la totalità di un fatto. Ad una foto noi tendiamo a riconoscere una oggettività che non siamo abituati a dare ad un testo scritto. Per questo falsificare una foto è molto più grave che scrivere una falsità. Ogni volta che emerge uno scandalo relativo alla manipolazione dell’informazione da parte di chi ne dovrebbe essere il garante, e cioè i media stessi, viene messa in discussione il valore di una democrazia. La responsabilità sociale dei media è oggi il problema della libertà. Nell’epoca della grande rete interattiva globale che garantisce il libero accesso alla conoscenza, il tema del nostro tempo non è un'impossibile limitazione di ciò che circola (paura novecentesca utile a stupide battaglie strumentali) ma il fondamento di verità di ciò che viene reso fruibile. Oggi il vero problema non è la libertà di informazione, ma la verità dell’informazione.

03 giugno 2010

Dite qualcosa di destra

di Giampaolo Rossi
Il Tempo, al pari di molti altri quotidiani, da diversi mesi sta conducendo una battaglia dura contro gli sprechi della politica. Ma come spesso accade quando la critica diventa troppo fine a se stessa, scivola in atteggiamenti demagogici e perde di vista il vero problema: e cioè il fatto che la crisi che stiamo attraversando, non solo in Italia, è strettamente legata alla perdita di funzione e di ruolo della politica come spazio sovrano, pubblico, in grado di determinare le scelte necessarie e condivise per il governo della polis.
Nel suo recente intervento all’Ocse, Silvio Berlusconi ha pronunciato una frase inquietante, rimasta soffocata dalle solite polemiche strumentali. Il premier italiano ha detto che “il potere, se esiste, non esiste addosso a coloro che reggono le sorti dei governi e dei paesi”. Più chiaro di così si muore. Quello di Berlusconi è un atto d’accusa verso il processo di neutralizzazione della politica, del suo ruolo e della sua funzione sovrana ad opera di potentati economici e finanziari, di cui la recente crisi globale è la prova più evidente. Neutralizzazione che mette in crisi le democrazie occidentali, sempre più ostaggio di apparati tecnocratici e burocrazie che impongono le scelte di politica economica scaricando poi sui governi le conseguenze sociali di tali scelte.
Se i governi europei diventano ostaggio delle agenzie internazionali di rating, forse qualche problema dovremmo porcelo. Quello che è successo in Grecia, e che potrebbe succedere in Spagna o in Italia, rappresenta il fatto che i governi stanno ormai diventando semplici “revisori dei conti” predisposti da altri.
Questo processo ha un suo riflesso evidente anche nel nostro Paese dove la retorica sulla “casta dei politici” è alimentata soprattutto da quegli organi d’informazione diretta espressione di grandi poteri economici e finanziari che hanno tutto l’interesse a che la politica sia debole e sotto attacco dell’opinione pubblica. Per esempio, ci siamo resi conto che nell’ultima manovra economica presentata da Tremonti, non c’è alcun provvedimento sostanziale verso le banche che rappresentano il sistema finanziario globale colpevole della crisi che paghiamo tutti? Perché? Sappiamo perfettamente che le caste dal potere impermeabile sono ben altre e intoccabili. I governi e i parlamenti si possono mandare a casa, i banchieri che hanno generato un sistema finanziario finalizzato ad aiutare solo il grande capitale e a soffocare le piccole e medie imprese (vero cuore del nostro sistema produttivo) e contribuito a generare un’economia finanziaria speculativa, no.
E se ci soffermiamo così minuziosamente a fare i conti in tasca ai nostri politici, quando inizieremo a fare i conti su quanto ci è costato quel capitalismo italiano familistico che troppo spesso ha vissuto e prosperato scaricando sul Paese il prezzo delle proprie inefficienze ed incapacità? Ed è giusto denunciare i privilegi dei politici (quando ci sono veramente), ma credo sia altrettanto giusto mettere a conoscenza dell’opinione pubblica, con lo stesso vigore e con la stessa insistenza, i privilegi di una casta di boiardi di Stato e non, tecnocrati, burocrati, primi responsabili delle politiche economiche dissennate che hanno determinato il nostro debito pubblico e che agiscono spesso all’ombra della politica, sottotraccia, come una rete invisibile.
Il problema è che oggi la politica nazionale (quella che si fa in Parlamento) è troppo debole, non troppo forte. Troppo piccola per le grandi sfide globali e troppo lontana dai problemi che nascono sul territorio.
Allora proviamo a lanciare noi una scommessa nuova. Qualcuno vuole la politica dei governi ridotta ad amministrazione controllata del debito. E uno degli strumenti per farlo è alimentare il disprezzo per la politica e per i suoi protagonisti. Invertiamo i criteri, iniziamo a denunciare le vere caste che abitano e prosperano in questo paese. E chiediamo alla politica più consapevolezza di sé e lo scatto di orgoglio che fino ad oggi non ha avuto. Iniziamo una grande battaglia per cambiare questa assurda legge elettorale, che non consente di selezionare classe dirigente adeguata e impoverisce la politica del suo ruolo fondante: il riconoscimento di rappresentanza diretta dato dai cittadini. Proviamo finalmente a dire e a fare qualcosa di destra.
© Il Tempo, 31 Maggio 2010
Immagine: Paul Cézanne, Il padre dell'artista, 1886