La difesa della privacy

Chi l’ha soprannominata “legge bavaglio” fa solo finta di non sapere che la legge sulle intercettazioni, attualmente in discussione alla Camera, è innanzitutto una legge in difesa della privacy. Una battaglia liberale, fondamentale del nostro tempo. Perché il diritto di ogni cittadino a vedere tutelata la propria vita privata dai media e dai sistemi di controllo e di tracciamento individuale che ormai invadono la nostra esistenza, va ben oltre il tema delle intercettazioni, le polemiche politiche di questi giorni e le strumentalizzazioni di piazza. C’è in ballo qualcosa di più grande. Ci sono da fissare i confini dentro i quali dobbiamo concepire la nostra civiltà giuridica e i nuovi spazi di libertà individuale e collettiva. Per farlo, bisognava partire dal tema delle intercettazioni e dall’uso irresponsabile che in questi anni ne è stato fatto. Questa legge, incompleta, imperfetta, indecisa su alcuni aspetti fondamentali (come per esempio la regolamentazione della rete) cerca comunque di porre un argine alla pazzia mediatico-giudiziaria che ha segnato la storia del paese negli ultimi tempi. E’ fondamentale che il Governo non ceda nemmeno alle insensate pressioni che provengono dall’estero, chiaramente interessate a mantenere l’Italia una “democrazia sotto contollo”.
Il diritto al privato non riguarda una casta di potere che gioca in difesa dei propri privilegi, ma riguarda tutti. L’Italia è la democrazia più intercettata del mondo. Ma il problema non è solo il numero di intercettati del nostro paese, (dieci volte superiore alla Francia e cento agli Stati Uniti), ma la loro esposizione mediatica. Da nessuna parte esiste un mercato delle intercettazioni come quello che esiste in Italia e che lega procure e redazioni di giornali. In nessun paese civile è stato fatto negli anni un uso così violento delle intercettazioni sulla vita delle persone senza che alcun responsabile pagasse. Paradossi per un paese che, oltre alle garanzie costituzionali in difesa della segretezza delle comunicazioni, conosce nel suo ordinamento anche un Codice della Privacy, proprio sulla base del quale i magistrati italiani hanno recentemente condannato alla reclusione alcuni dirigenti di Google. Alfredo Robledo, uno dei giudici di Milano che ha disposto la condanna, ha dichiarato che “in Italia e in Europa la libertà di espressione trova un suo confine nel rispetto dei diritti delle persone, tra i quali spicca quello alla privacy”. Logica affermazione che spiega perché i corvi di piazza che gracchiano sul bavaglio all’informazione dovrebbero zittirsi di fronte all’unica verità imbavagliata: che cioè in Italia un astratto diritto di cronaca conta di più del concreto diritto dei cittadini a vedere rispettata la propria vita e la propria dignità. Chissà perché le regole che valgono per i cittadini italiani e per i dirigenti di Google, non valgono per i giornalisti. E’ ipocrisia appellarsi al dovere di informare, quando sappiamo tutti che pubblicare intercettazioni è innanzitutto un modo, per gli editori, di vendere più copie.
La storia del nostro paese degli ultimi 20 anni è una storia di intercettazioni pubbliche. Non c’è evento politico, sociale, di costume, finanziario, che non sia stato raccontato attraverso di esse. Sono diventate un genere narrativo capace di mettere insieme dialogo e prosa. E ormai, si stanno trasformando anche in un genere televisivo in cui gli attori recitano testi di conversazioni rubate come fossero sceneggiature. Ma questo trasforma il rapporto tra ciò che può essere pubblico e ciò che deve rimanere privato. Un tempo la libertà di una società si misurava dalla quantità di informazioni che circolavano in essa. Più informazioni circolavano, più quella società era libera. Oggi, nell’epoca della grande rete globale interattiva, di internet, dei media pervasivi, la libertà sociale si misura nella capacità di lasciare spazi incontaminati, conservare e difendere quel privato che il sociologo tedesco Sofsky definisce “il primo passo per la salvezza della libertà”.
Quando la sensazione di essere intercettai è ormai sensibilità comune dei cittadini, nelle battute tra amici, nelle telefonate di lavoro, e si trasforma nella passiva accettazione di una condizione psicologica in cui il parlare al telefono è percepito come naturale privazione della propria libertà personale; quando i media democratici diventano lo strumento di negazione dell’integrità individuale, allora vuol dire che si sta scivolando verso una limitazione della libertà. Questa è la vera crisi della democrazia.
Il diritto al privato non riguarda una casta di potere che gioca in difesa dei propri privilegi, ma riguarda tutti. L’Italia è la democrazia più intercettata del mondo. Ma il problema non è solo il numero di intercettati del nostro paese, (dieci volte superiore alla Francia e cento agli Stati Uniti), ma la loro esposizione mediatica. Da nessuna parte esiste un mercato delle intercettazioni come quello che esiste in Italia e che lega procure e redazioni di giornali. In nessun paese civile è stato fatto negli anni un uso così violento delle intercettazioni sulla vita delle persone senza che alcun responsabile pagasse. Paradossi per un paese che, oltre alle garanzie costituzionali in difesa della segretezza delle comunicazioni, conosce nel suo ordinamento anche un Codice della Privacy, proprio sulla base del quale i magistrati italiani hanno recentemente condannato alla reclusione alcuni dirigenti di Google. Alfredo Robledo, uno dei giudici di Milano che ha disposto la condanna, ha dichiarato che “in Italia e in Europa la libertà di espressione trova un suo confine nel rispetto dei diritti delle persone, tra i quali spicca quello alla privacy”. Logica affermazione che spiega perché i corvi di piazza che gracchiano sul bavaglio all’informazione dovrebbero zittirsi di fronte all’unica verità imbavagliata: che cioè in Italia un astratto diritto di cronaca conta di più del concreto diritto dei cittadini a vedere rispettata la propria vita e la propria dignità. Chissà perché le regole che valgono per i cittadini italiani e per i dirigenti di Google, non valgono per i giornalisti. E’ ipocrisia appellarsi al dovere di informare, quando sappiamo tutti che pubblicare intercettazioni è innanzitutto un modo, per gli editori, di vendere più copie.
La storia del nostro paese degli ultimi 20 anni è una storia di intercettazioni pubbliche. Non c’è evento politico, sociale, di costume, finanziario, che non sia stato raccontato attraverso di esse. Sono diventate un genere narrativo capace di mettere insieme dialogo e prosa. E ormai, si stanno trasformando anche in un genere televisivo in cui gli attori recitano testi di conversazioni rubate come fossero sceneggiature. Ma questo trasforma il rapporto tra ciò che può essere pubblico e ciò che deve rimanere privato. Un tempo la libertà di una società si misurava dalla quantità di informazioni che circolavano in essa. Più informazioni circolavano, più quella società era libera. Oggi, nell’epoca della grande rete globale interattiva, di internet, dei media pervasivi, la libertà sociale si misura nella capacità di lasciare spazi incontaminati, conservare e difendere quel privato che il sociologo tedesco Sofsky definisce “il primo passo per la salvezza della libertà”.
Quando la sensazione di essere intercettai è ormai sensibilità comune dei cittadini, nelle battute tra amici, nelle telefonate di lavoro, e si trasforma nella passiva accettazione di una condizione psicologica in cui il parlare al telefono è percepito come naturale privazione della propria libertà personale; quando i media democratici diventano lo strumento di negazione dell’integrità individuale, allora vuol dire che si sta scivolando verso una limitazione della libertà. Questa è la vera crisi della democrazia.
© Il Tempo, 22 Giugno 2010