25 aprile 2007

elezioni francesi e anomalia italiana

Il primo turno delle elezioni francesi ha svelato qual è la vera anomalia della politica italiana. Voi direte: cosa c’entra l’anomalia italiana con le presidenziali francesi? C’entra, c’entra. Per esempio, per molto tempo l'Anarca ha creduto che trovare in Europa una che dicesse più scemenze della Melandri non sarebbe stata cosa facile. La Francia l’ha trovata: Ségolène Royal batte Giovanna Melandri 3 a 0. Ma l'Anarca pensava anche che trovare in Europa uno più figo e più di destra di Antonio Polito non sarebbe stato possibile. La Francia l’ha trovato: Sarkozy batte Polito 5 a 0 e infatti Polito, uomo intelligente, ha detto che se avesse votato in Francia avrebbe scelto Sarkozy.
Ma è evidente che sto guadagnando tempo. Né la Melandri con le sue periodiche scemenze, né Polito così di destra da starsene a sinistra, rappresentano la vera anomalia italiana a cui la Francia ha dato risposta. E allora? Cosa ci stanno aiutando a capire i cugini francesi?
Prendiamola alla lontana: in questi 10 anni tutti i più importanti osservatori italici e europei ci hanno raccontato che l’unica anomalia della politica italiana si chiamava Silvio Berlusconi. Intellettuali, giornalisti, studiosi, insomma la crème di quella incivile “società civile” che cerca da sempre di dare lezioni di civiltà alla società incivile che alla fine è più civile di loro, ce l’ha menata con questa storia del Cavaliere anomalia del nostro sistema democratico: è stata un’anomalia la sua discesa in campo; è un’anomalia il suo impero economico; sono un’anomalia le inchieste giudiziarie che neanche Al Capone, Gengis Khan e Jack lo Squartatore insieme si sarebbero beccati; è un’anomalia il suo conflitto d’interesse; ma soprattutto, per quelli deboli di cuore e la puzza sotto il naso, sono un’anomalia il suo populismo, la sua bandana, lo sfoggio di ricchezza, il fatto che fa le corna nelle foto con i capi di stato europei, che racconta le barzellette sporche e che preferisce a 70 anni la compagnia di belle e formose figliole a quella dei trans (bontà sua). Tutto vero. Quindi in parte hanno ragione… ma per difetto: Berlusconi è molto di più di un’anomalia: è un gene impazzito, un pezzo di dna esposto ad una tempesta di raggi cosmici... è i Fantastici 4 tutti assieme con qualche declinazione verso l’incredibile Hulk. Perché uno che se ne sta una sera a cena con Murdoch e a un certo punto si alza (… è Murdoch stesso che lo ha raccontato) e dice ai presenti: “scusate ma ho un aereo che mi aspetta, devo andare a fondare un partito per salvare l’Italia dal comunismo” e (come non si capacita ancora Murdoch) la cosa incredibile è che lo fa veramente... beh, definirlo un’anomalia è offensivo.
Anche noi che non baratteremmo il Cavaliere, il suo dannunzianesimo post-moderno neanche per De Gaulle e Asterix, magari per l’impresa di Fiume si, di certo non per la Finocchiaro che è la brutta copia di Nilde Jotti, o per le lacrime di Fassino che sono la brutta copia delle lacrime di Occhetto, così come il Pd è la brutta copia di se stesso, non riusciamo a capire come la “società civile” abbia potuto prendere un abbaglio simile.
In passato abbiamo cercato di spiegare che i paranoici di professione, i registi che filmano caimani improbabili, gli epurati televisivi a suon di milioni di euro, insomma quel sottobosco di assistiti arricchiti e famosi proprio grazie all’antiberlusconismo militante, nella loro mediocrità non riuscivano a cogliere la follia del Cavaliere e quindi la sua genialità. E che se volevamo limitarci alla banalità di un’anomalia, ancor più che Belrusconi dovevamo pensare a quel signore che oggi fa il Presidente del Consiglio e che, sotto giuramento, ha dichiarato ad una Commissione parlamentare di aver parlato con un fantasma con tanto di piattino semovibile. Perché per quanto non riusciamo a intravedere in Europa uno come Berlusconi, ci rimane difficile anche immaginare Tony Blair attorno a un tavolino a tre zampe interrogare gli spiriti, o la Merkel con il pendolino in mano e la barba finta predire il futuro del quindicesimo Reich.
Eppure, nonostante tutto questo, le elezioni francesi ci hanno fatto capire che l’anomalia della politica italiana è un’altra. I francesi, anche se sono gente che sotto braccio porta lo sfilatino invece del giornale e si riempie il fegato di salsine indigeribili, non sono scemi del tutto… anzi. Da Carlo Magno a Napoleone, da Robespierre a Michel Platini hanno sempre avuto il gusto di anticipare i tempi della storia; e così, anche in questo caso, hanno deciso di prendere a calci nel culo il ‘900 e gettarlo definitivamente fuori dalla finestra. E per fare questo, prima ancora di scegliere tra il mitico Sarko e la divertente Ségo, hanno ripulito la piazza liquidando i partitini della sinistra radicale fatta da Comunisti, Trotzkisti, Verdi, No global, insomma quell’insieme di pattume politico e culturale che da noi colora la politica e la rende ancora più ridicola di quanto non sia. I francesi hanno deciso di chiudere finalmente nella soffitta della storia ciò che invece noi teniamo ancora in bella mostra nel salotto di casa. Davanti ai Diliberto, ai Bertinotti, ai Caruso ai Russo Spena, si svela la vera anomalia italiana. L’unica democrazia occidentale che consente a queste cianfrusaglie della politica, a questi rigurgiti mai digeriti della storia del ‘900, di stare al governo e di condizionare la politica sociale, economica, estera del Paese. Forse è questa la prima lezione delle presidenziali francesi.
Vive la France!

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16 aprile 2007

se l'Occidente perde la guerra dei media

Sono d’accordo: non è uno scontro di civiltà. Lo scontro è tra una civiltà (la nostra) e l’ideologia jihadista. Quindi tra una civiltà e una non-civiltà. Tra ciò che, con molte contraddizioni e qualche stortura, produce libertà, benessere, cultura, diritti umani e ciò che prova a distruggerlo. Scrive uno dei pochi intellettuali liberi che ancora abitano nella nostra quasi Eurabia, André Glucksmann: “la civiltà si unisce innanzitutto contro. Contro ciò che la distrugge”.
Lo scontro in atto è politico, militare ma soprattutto psicologico. Si gioca in Iraq, in Afghanistan, in Medio Oriente, nel Maghreb, ma anche qui a casa nostra. Qui da noi affonda le sue ragioni in un terreno paludoso fatto di stanchezza psicologica, crisi demografica, immigrazione incontrollata, multicluturalismo fallito, perdita di identità storica e culturale, aggressività di una religione da sempre incline alla sopraffazione, ma sopratutto nei sensi di colpa di un Occidente in preda agli isterismi di una cultura qualunquista e di sinistra orfana del proprio fallimento storico ma legata ancora all’odio verso quello stesso Occidente che le consente di esistere. Una schizofrenia più che una contraddizione.
E questo scontro, che molti si ostinano a non vedere, si adegua alla moderna società dell’informazione e ha nel mondo dei media e nel loro potere di condizionare l’opinione pubblica, l’arma strategica più importante. Michael Novak, in un curioso saggio di qualche mese fa pubblicato su Weekly Standard, immagina di essere un islamista nell’atto di scrivere un manuale di proselitismo sulla base degli insegnamenti ricavati dalle guerre in Iraq e Afghanistan. Riconosce che oggi "lo scopo della guerra è innanzitutto politico, non militare; psicologico, non fisico. Lo scopo principale della guerra è dominare ciò che il nemico immagina o pensa della guerra”, così da condizionare le scelte dei leader occidentali e costringerli alla resa. Basta imporre ai media americani, “i migliori alleati degli islamisti”, l’immagine deformata di ciò che succede; con pochi seguaci e qualche atto eclatante far apparire la sfida di un Iraq democratico come una sfida irrimediabilmente perduta, diffondendo sfiducia e l’immagine di un caos ingovernabile. Sarà l’opinione pubblica americana a condizionare poi le scelte dei propri leader. Come successe in Vietnam.
Novak però si limita all’impatto dei media sul pubblico occidentale. Tralascia il ruolo dei media sull’opinione pubblica islamica. In questa dinamica mediatica volta ad indebolire l’Occidente di fronte al mondo islamico, rientra la strategia dei rapimenti dei cittadini occidentali. Viviamo in un sistema in cui la velocità di trasferimento di un messaggio è incontrollabile: se io starnutisco in inglese sul Tamigi il mio starnuto viene tradotto in tempo reale in Pashtun sulle montagne di Kardahar; è una regola elementare della globalizzazione dell’informazione che i nostri avversari hanno capito molto bene. Noi ancora no.
Lo stanno capendo in Francia e in Germania che in silenzio, con grande dignità e compostezza, affrontano il dramma dei rapimenti dei propri concittadini. Lo sa il governo Blair che ha gestito la cattura dei suoi soldati e i rischi di una crisi militare gravissima con gli strumenti che una democrazia moderna dovrebbe mettere in campo: intelligence, mediazione, pressione, compromesso e moderata informazione. Non lo capiamo noi che ad ogni rapimento, spesso causato da irresponsabilità dei rapiti, mettiamo in campo il carosello di umanitari e pacifisti a cui abbiamo inoltre dato (nel caso Mastrogiacomo), chiavi in mano pure la gestione della crisi. Perché da noi ogni rapimento diventa una tragica sceneggiata napoletana. Sindaci che accendono fiaccole, sit-in di fankazzisti arcobaleno, intellettuali, comici, nani e ballerine che firmano appelli di solidarietà; e poi conferenze stampa, saltimbanchi della politica che sparlano, burattini di redazione che gestiscono la politica estera. Insomma, un crescendo di idiozia e superficialità che non ha eguali nel mondo occidentale. Non ci vuole molto a capire che ogni faccione esposto e srotolato dal Campidoglio per soddisfare la ridicola e rituale catarsi collettiva di un buonismo suicida è una vittoria talebana forse anche maggiore di un riscatto pagato. Perché l’enfasi di quell’immagine trasmessa in tutto il mondo, indebolisce l’Occidente e rinforza il talebano barbuto di fronte alla sua gente garantendogli proselitismo e appoggio. Ogni fiaccolata con l’immancabile sindaco contrito nel suo narcisismo, rende la lama di un coltello un’arma diecimila volte più potente e temibile di qualsiasi soldato occidentale e di qualsiasi aspirazione alla libertà. Ogni volta che un politico occidentale o un intellettuale, con una dichiarazione irresponsabile, delegittimano i barlumi di esperienza democratica in questi paesi e coloro che li stanno portando avanti, compiono un danno politico maggiore di una sconfitta militare. Forse è questo il motivo per cui nessun sindaco di Parigi o Berlino gioca con le immagini dei rapiti dalla torre Eiffel o dalla porta di Brandeburgo. Forse è questo il motivo per cui nessuna democrazia seria fa diventare Gino Strada ministro degli Esteri e uno come Vauro cantore di corte.
La guerra dei media è, proprio in questo momento, fondamentale per sancire l’equilibrio tra noi e loro e garantire speranza a quella parte del mondo islamico che vuole uscire dalla barbarie. Questa guerra l’Occidente forse la sta perdendo. Di sicuro l’Italia dei grandi giornali, dei giornalisti arcobaleno e degli intellettuali scemi, l’ha già persa.

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12 aprile 2007

e ora il povero Adjmal è diventato… uno di loro

Per un mese è solo "Adjmal l’interprete", il "traduttore" o più semplicemente "l’afghano"; al massimo il compagno di prigionia di Mastrogiacomo. Negli articoli di Repubblica sul rapimento del reporter italiano non si trovano cenni al giornalista afghano, al collega. C’è un’inevitabile gerarchia nei sentimenti e nel coinvolgimento emotivo di una storia drammatica gestita in pessimo modo con un misto di incompetenza, ideologia e irresponsabilità. C’è il giornalista italiano, naturale protagonista della tragedia; eppoi il suo interprete e l’autista come figure minori sulla scena. E’ inevitabile che sia così. L’autista poi è solo una comparsa sparita in fretta e in furia poco dopo che il sipario si è aperto. Di lui rimane, tragedia nella tragedia, il dolore della moglie e la perdita di un bambino ed un video choc che fa il giro del mondo e che forse sta facendo capire anche ai talebani di casa nostra chi sono veramente i talebani di casa loro.
Adjmal no. Lui rimane fino all'ultimo ed oltre: condivide con Mastrogiacomo la paura, la prigionia, i giochi diplomatici e politici, le tensioni; ma è strano che in quei giorni di attesa frenetica, Repubblica non parla mai di due giornalisti rapiti ma sempre e solo del giornalista e del suo interprete. Finalmente, dopo la liberazione di Matrogiacomo, Adjmal si prende la scena... figura minore anche nella retorica del buonismo con la sua gigantografia esposta in Campidoglio solo dopo che Mastrogiacomo è tornato sano e salvo. Ma ancora non è giornalista. Solo quando i talebani fanno rotolare la sua testa sulla sabbia regalandogli non solo la morte ma l’atrocità di quella morte, quelli di Repubblica lo chiamano “il giornalista Adjmal” e “piangono un compagno di lavoro, un collega trucidato”.
Sarà che la morte trasfigura, innalza, paventa similitudini di destino; sarà quel senso di pietas che tocca tutti noi figli di un Occidente terrorizzato e incapace di capire che con questa follia non si scende a patti. Sarà che ricordando Adjmal come un giornalista ora solo ora, qualcuno riconosce che esiste un altro Islam, in Afghanistan e in Iraq e si convince che quelli come Adjmal non li dobbiamo abbandonare.
Sarà tutto questo che ha spinto i giornalisti di Repubblica ha ricordare Adjmal come loro collega, solo dopo la sua morte? Probabilmente si. Ma magari anche un po’ di vergogna e di indicibile senso di colpa...
immagine: Grant Wood, Return from Boemia, 1935, partic.

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10 aprile 2007

terroristi ma nel senso tecnico

"I taliban si sono dunque confermati, all'inizio e alla fine di questo dramma, non solo dei tagliagole ma dei terroristi nel senso tecnico del termine, come avevamo scritto il giorno in cui presero prigioniero Mastrogiacomo.
Ma terroristi fanatici, che credono nella morte come testimone della loro causa, che non hanno una politica diversa dalla jihad, che non sanno mostrare all'occidente - attraverso i reporter che li raggiungono - nient'altro che il filo della loro spada".
Ezio Mauro in un mediocre quanto imbarazzante editoriale su La Repubblica.
Che dire: benvenuti sulla terra compagni! Magari poi ci spiegate come pensate che dei "tagliagole, terroristi fanatici nel senso tecnico del termine" possano sedere al tavolo di una Conferenza internazionale di pace...

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