22 dicembre 2010

se la scemenza diventa ideologia

di Giampaolo Rossi
Cosa hanno in comune gli studentelli rivoluzionari che giocano alla guerriglia per strada e un politico di sinistra dal visetto pulito come Dario Franceschini? Cosa hanno in comune gli apprendisti capipopolo che, nell’esclusiva audio pubblicata da Il Tempo, si credono “l’unico motore sociale del Paese” e l’erede di quella sinistra cattolica che ha inventato il fenomeno tutto italiano del cattocomunismo, mettendo insieme Cristo e Marx senza prendere null€a dall’uno, né dall’altro? Una cosa fondamentale: la scemenza trasformata in ideologia. Il problema è che la sinistra che non c’è non è mai quella che vorresti, perché quella che vorresti è esattamente quella che c’è. Altrimenti noi reazionari non potremmo continuare ad avere ragione su tutto. Anche se lo negheranno, e senza bisogno di esame del Dna, i novelli Che Guevara de noantri sono i figli naturali di quelli come Franceschini che continuano a pensare la politica come odio e semplice antitesi.
E allora spieghiamo le motivazioni per le quali Dario Franceschini si merita l’ambita onorificenza di “padre politico della scemenza ideologica”. Qualche giorno fa, come ogni politico progressista di fede obamiana che si rispetti, ha invaso il web con un video su You Tube in cui ha giustificato con un’analisi politica lucida, attuale, quasi moderna, le ragioni di un’alleanza del Pd con il Terzo Polo di Casini Rutelli e Bocchino. E quali sarebbero queste ragioni lucide e moderne? Ovvio, la Resistenza e il movimento partigiano. Franceschini ha detto di aver capito un sacco di cose. Primo, che “è un’idea scema quella che Berlusconi sia invincibile”. Secondo, “che Berlusconi ha dentro di sé pulsioni autoritarie”. Terzo, che con Berlusconi siamo al “livello massimo d’emergenza democratica”. Quarto, che comunque “siamo a un passo dalla fine” del suo sistema di potere. Quinto, che siccome bisogna preoccuparsi perché in questi momenti ci possono essere i colpi di coda, “nei prossimi mesi dovrà essere massima la nostra vigilanza democratica". Sesto, che bisogna ricordarsi che quando “le nostre madri e i nostri padri si trovarono in montagna a fare la Resistenza” non stettero lì a domandarsi se erano comunisti, cattolici, liberali o monarchici (con viva soddisfazione dei comunisti che dopo la guerra, di partigiani cattolici, liberali e monarchici ne poterono far sparire un bel po’ senza che nessuno se ne accorgesse). E allora, basta con le chiacchiere. Diamoci da fare tutti insieme per abbattere la dittatura.
Se Franceschini, oltre a Dossetti e Don Primo Mazzolari, avesse letto Carl Schmitt, capirebbe che una moderna democrazia è tale solo se sa ricondurre il conflitto all’interno di regole precise e condivise, proprio perché i diversi attori appartengono ad una comune dimensione di senso. Qui si fonda il gioco elettorale, la legittimità costituzionale, la sovranità parlamentare, la divisione dei poteri dello Stato. Continuare a raccontare, che un Presidente del Consiglio eletto per tre volte in 15 anni con regolari elezioni, è un corpo estraneo alla democrazia, significa trascinare il conflitto politico al livello estremo nel quale le regole di comune condivisione saltano e le tensioni diventano irriducibili. Questo giustifica la violenza dei giovanotti universitari che nell’audio pubblicato arrivano ad autoassolversi con piroette illogiche tipo: “la vera violenza è quella che sta dalla parte di un governo che consente quello che sta succedendo sul corpo dei migranti, delle donne, i morti sul lavoro, le discariche, i tagli, i licenziamenti”. In realtà, è proprio la politica che espelle l’avversario dalla sua dimensione reale per proiettarla in quella ideologica, ad aprire la porta all’autoritarismo. In parole povere: la vera emergenza democratica è data dalle scemenze che dicono quelli come Franceschini e che gli studenti poi eseguono.
Poi si scopre magari che le motivazioni sono altre e meno nobili. Mario Damilano, attento analista della sinistra radicale, ha scritto che per la dirigenza del Pd “l’antiberlusconismo è di nuovo una virtù per giustificare la fine delle primarie e le alleanze spericolate”. Altro che Resistenza: l’obiettivo è incassare il soccorso centrista, far fuori il popolo delle primarie e scongiurare il rischio che Nichi Vendola le vinca. Scomodare i propri padri partigiani per giustificare questa miseria infastidisce pure noi che alla retorica resistenziale non ci crediamo molto. L’irresponsabilità della classe dirigente del Pd (cui si associano i deliri complottisti della Finocchiaro o le solidarietà per tetti di Bersani) aiuta i giovincelli dalla spranga facile a sentirsi, come dicono loro “un po’ troppo davanti rispetto alla società che fa fatica a seguirci”.
E allora, visto che nel Pd, Matteo Renzi, il giovanotto sindaco di Firenze sepolto sotto la neve, vuole “rottamare” la vecchia classe dirigente, noi gli diamo un consiglio: inizi a rottamare la stupidità, che nel suo partito ce ne è molta. E non ha età.
© Il Tempo, 22 Dicembre 2010

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16 dicembre 2010

questa nuova destra già vecchia

di Giampaolo Rossi
L’addio di Silvano Moffa a Futuro e Libertà, è un segnale molto più dirompente di quanto Fini e Bocchino riescano a immaginare; non solo perché Moffa rappresentava uno dei pochi politici finiani di esperienza e capacità politica, ma perché inverte l’immagine di Fli come partito capace di attrarre e non generare scontenti.
Silvano Moffa il moderato, Silvano Moffa la colomba, il mediatore. Alla fine, Silvano Moffa il coraggioso. Con la sua decisione di disertare il voto alla Camera, non ha solo contribuito a salvare il governo Berlusconi da una pessima operazione di potere, ma ha anche mostrato in tutta chiarezza la fragilità psicologica e politica di una classe dirigente finiana che subito dopo ha scatenato la caccia al dissidente come nelle migliori tradizioni bolsceviche. Eppure, Moffa è stato l’unico ad avere avuto il coraggio di chiedere le dimissioni di Italo Bocchino da capogruppo di quella armata Brancaleone disperata, che è ormai Futuro e Libertà. Perché chi, per ora, esce a pezzi dalla sconfitta alla Camera è proprio lui: Italo Bocchino, il convinto statista di cui Fini è diventato il replicante, affidandogli la folle strategia di rottura con il Pdl.
Si apre ora una crisi all’interno di Fli difficilmente sanabile in tempi brevi. Perché la ridotta da opposizione in cui Bocchino ha chiuso il partito finiano rischia di trasformare gli assedianti in assediati. Se il governo dura, per loro è già l’inizio della fine. Ora Fli sarà costretta a radicalizzare la sua ostilità verso il Pdl, appiattendosi su posizioni sempre meno coerenti con la tanto sbandierata appartenenza al centrodestra; posizioni che sconterà pesantemente in caso di elezioni anticipate. Ed inoltre, ridimensionata l’ipotesi del terzo polo, dove comunque Fli, dopo questa sconfitta, sarebbe la parte più debole, e con Berlusconi che ha escluso qualsiasi ipotesi di nuova alleanza con Fli, a Fini non rimane altro che un bell’abbraccio mortale con Bersani e Di Pietro. A questo ha portato la strategia di Bocchino. E’ quindi naturale che le intelligenze più attente di Futuro e Libertà, abbiano nei giorni scorsi cercato di scongiurare questa deriva, provando ad aprire un fronte interno per ridimensionare la dipendenza di Fini dal suo pasdaran.
Per questo Silvano Moffa e Italo Bocchino si sono trovati su fronti opposti. E l’incapacità storica di Fini di essere un vero leader e di mediare tra posizioni diverse (cosa che non è mai stato in grado di fare nemmeno dentro Alleanza Nazionale, limitandosi a sopportare le divisioni correntizie del partito), ha di fatto messo all’angolo ogni possibilità di trovare una sintesi.
D’altronde Silvano Moffa e Italo Bocchino, nonostante la comune provenienza missina, non hanno avuto mai nulla in comune. Silvano Moffa, politico colto e ottimo amministratore, proviene da quella destra rautiana che ha saputo ragionare sempre con caparbia intelligenza sulle trasformazioni globali generate dalla crisi dell’Occidente e dalla caduta del Muro di Berlino. E negli anni in cui Fini, intervistato dal giornalista Bocchino, rivendicava l’identità culturale e razziale italiana e la continuità dell’esperienza fascista, Silvano Moffa faceva il Presidente della Provincia di Roma, inaugurando la stagione di governo di una destra che per la prima volta si affacciava alle responsabilità della cosa pubblica con efficacia, onestà e competenza.
La differenza tra i due è proseguita dentro Fli, dove Moffa ha rappresentato una politica ancora in grado di essere spazio di razionalità e mediazione di interessi, cercando di mantenere Futuro e Libertà nel suo alveo naturale di centrodestra. Bocchino ha invece incarnato una politica da guappo, arrogante e spregiudicata, tutta incentrata sull’antiberlusconismo più consumato.
Ora sembrano già lontani i giorni trionfali di Mirabello e di quel nulla cosmico travestito da convention che è stata la due giorni di Bastia Umbra, in cui Futuro e Libertà lanciava il suo patinato Manifesto per l’Italia, tra la voce strozzata dalla commozione di Barbareschi e l’ora e mezza di parole di Gianfranco Fini. Bei giorni quelli, in cui quel foglio semiclandestino cui ormai è ridotto il Secolo d’Italia, campeggiava in tutte le rassegne stampa neanche fosse l’Unità il giorno dopo la Liberazione. Fini e il suo stratega, sono stati già sconfitti alla prima prova di forza. La vecchia nuova destra sembra già arrivata al capolinea.
© Il Tempo, 16 Dicembre 2010
Immagine: Ivan Albright, Into the world there came a soul named Ida, 1930

04 dicembre 2010

Nulla di nuovo. Wikileaks c'era già nel '700

di Giampaolo Rossi
Esisteva una Wikileaks anche nella Parigi della metà del XVIII secolo. Non un luogo virtuale su una rete interattiva globale, ma uno spazio fisico, definito e localizzato. Questa Wikileaks del 1700 era nient’altro che un grande castagno, chiamato “Albero di Cracovia”, situato all’interno dei giardini del Palazzo Reale di Luigi XV; sotto le sue fronde, quotidianamente, si raccoglieva un’umanità varia fatta di servitori di palazzo, dignitari e agenti stranieri inviati da diplomatici, per ascoltare i nouvellistes de bouche, i gazzettini umani che raccontavano informazioni ricevute da fonti più o meno anonime all’interno dei corridoi o nelle stanze di Versailles. Informazioni e indiscrezioni che divenivano pettegolezzo ma anche materia di valutazione politica e condizionamento delle scelte del potere. Da sotto l’albero le notizie si propagavano poi per tutta Parigi e oltre la Francia, sotto forma di dispacci e rapporti diplomatici, ma anche sotto forma di divulgazione popolare attorno alla quale intrecciare una produzione impressionante fatta di notizie manoscritte che circolavano nei salotti, notizie a stampa pubblicate nei rari giornali che sfuggivano al controllo censorio, canzoni, filastrocche, storielle che spesso ridicolizzavano la monarchia. Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Lo storico americano Robert Darnton ha ricostruito la complessità di questi canali informali attraverso i quali, nel XVIII secolo, la comunicazione viaggiava. In realtà, da sempre resoconti indiretti, voci, rapporti basati sui “sentito dire” e pettegolezzi sono stati un elemento fondante della diplomazia e delle relazioni internazionali. Da questo punto di vista, Wikileaks non regala nulla di nuovo. La sua forza travolgente ed il rischio che rappresenta per il sistema diplomatico internazionale e per la tenuta di molti governi è data da altro. Sfruttando la strutture di internet, Wikileaks si configura come una rete sociale capace di generare flussi comunicativi costanti e organizzare l’informazione per nodi interconnessi. Le strutture reticolari organizzano la società da sempre e non sono una prerogativa della moderna società digitale del XXI secolo; esse esistono da molto prima di internet, di Facebook e di Twitter. La novità è che internet consente una velocità di diffusione delle notizie mai raggiunta e un accesso pressoché totale da parte di tutti, ai dati informativi. E’ questo duplice elemento che rischia di mettere in crisi le organizzazioni di tipo verticale e gerarchico sui cui si fondano le stesse democrazie moderne e gli stati nazionali.
Heather Brooks, sul Guardian, uno dei giornali progressisti che ha sposato la causa di Wikileaks, inneggiando in maniera un po’ delirante al suo ruolo guerrigliero di trasparenza e democrazia ha esaltato la possibilità finalmente data alla gente di sfidare il potere, attraverso il passaggio dalla “surveillance”, (il controllo dall’alto), alla “sousveillance” (il controllo dal basso). Il gioco di parole in francese denota la verve intellettualistica di questo approccio. In una democrazia, chi governa è delegato dai cittadini a farlo e il controllo avviene attraverso gli strumenti costituzionali previsti. La segretezza, soprattutto nelle relazioni internazionali, è la base della difesa di quegli interessi nazionali che un governo democratico è chiamato a tutelare. Lo ha capito pure Obama che ha messo in soffitta la retorica della democrazia elettronica e partecipativa della rete.
Il paradosso è che i furbi cantori dell’utopia libertaria di Wikileaks reclamano trasparenza per tutti tranne che per se stessi. Secondo loro un governo nazionale può mettere a rischio la propria sicurezza vedendosi pubblicate informazioni riservate mentre Wikileaks può mantenere nascosti i propri finanziatori sempre più occulti e i propri componenti in nome di quella stessa sicurezza che nega agli Stati.
Ogni comunicazione non è mai neutrale. Essa ha in sé anche un aspetto di prevaricazione che genera conflittualità. Questo spiega perché la moderna società dell’informazione, dove i flussi comunicativi sono pressoché infiniti, non è molto più pacifica delle società passate. Anzi. La comunicazione introduce un elemento di soggettività competitiva pericolosa. Proprio Darnton ci ricorda che “le notizie non sono cose accadute, ma sono solo i racconti su cose accadute”. La differenza non è di poco conto.
© Il Tempo, 4 Dicembre 2010