30 settembre 2010

e per "Frank tre gambe" fu un trionfo

di Giampaolo Rossi

Partiamo da un presupposto: quella delle tre gambe del governo Berlusconi non è una semplice boutade giornalistica o una trovata polemica dei soliti futuristi finiani per dimostrare che in fondo esistono e servono a qualcosa. No. Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione sostanziale delle categorie del politico. Il trigambismo si appresta a diventare teoria e forma della politica italiana. Un po’ come il doroteismo, ma con il vantaggio laico, per i tregambisti, di non doversi dare appuntamento nel monastero di S. Dorotea a Roma. Potete scherzarci sopra quanto volete, ma la questione se un governo a tre gambe sia più solido di uno a due, è ormai rilevante. In Italia, fino ad oggi, la politica non aveva mai affrontato il tema delle tre gambe, eccezion fatta per quelle del famoso tavolino spiritico con cui Romano Prodi seppe dai fantasmi che il nascondiglio di Moro era legato al nome Gradoli. Ma parliamo di altri tempi e di altre gambe. Ora la questione è più che mai seria e merita di essere trattata con attenzione politologica dai migliori commentatori dei più importanti giornali.
Italo Bocchino, che dopo Giancarlo Tulliani, è il leader indiscusso dei futuristi finiani, durante una pausa della sua faticosa road show televisiva di presentazione del nuovo movimento, ha trovato il tempo di dichiarare che
“le tre gambe parlamentari della maggioranza dicono che vogliamo andare avanti”. Anche se San Francesco parlava con gli uccelli e Bocchino parla con le gambe, la sostanza miracolistica non cambia: l’era del berlusconismo è alla fine. Più oltre è andato l’altro finiano doc, Carmelo Briguglio, che ragionando sull’asse che lega Fli all’Mpa siciliano di Lombardo, si è abbandonato ad una prospettiva ancora più avveniristica affermando che si potrebbe chiamare “terza gamba bipede”. Insomma non c’è limite all’osceno.
Queste affermazioni hanno scatenato, come prevedibile, le reazioni dei rappresentanti delle altre due gambe: Pdl e Lega. Ignazio La Russa, ministro della Difesa e triumviro del Pdl, con la schiettezza che lo contraddistingue ha liquidato la questione:
“tre gambe in natura non esistono”. Calderoli, ministro leghista, ha invece empiricamente fatto notare che “con tre gambe o si rallenta o si inciampa”. Ma su questo, Calderoli e La Russa sbagliano clamorosamente. Non solo la terza gamba in natura esiste (o meglio è esistita), ma con tre gambe si possono fare cose incredibili. Entrambi non conoscono la storia del siciliano Francesco Lentini, classe 1890, ribattezzato dalla stampa americana “Frank tre gambe” e che, all’inizio del secolo, spopolò negli States proprio grazie alla sua mostruosa malformazione. Nato a Rosolini vicino Siracusa, era dotato di tre gambe, quattro piedi (di cui uno atrofizzato) e due organi genitali. Probabilmente la deformazione fu dovuta ad un gemello siamese mai sviluppato. Emigrato a 18 anni negli Stati Uniti, divenne una celebrità del famoso circo Barnum & Bailey. Le sue tre gambe, una diversa dall’altra (esattamente come Pdl, Lega e Fli) ma perfettamente funzionanti, non gli impedirono di imparare a nuotare, a cavalcare, né di sposarsi ed avere quattro figli. Il problema per lui sarebbe stato se una delle tre gambe avesse iniziato ad andare per conto suo. Ma non si hanno notizie certe in tal senso. Il controllo sulle sue tre gambe pare sia stato sempre chiaro e deciso. D’altronde la storia racconta che ai genitori di Frank, l’idea di far amputare la gamba in eccesso, quella che partiva dalla colonna vertebrale, era venuta, ma i rischi erano troppo alti.

Insomma, “Frank tre gambe” che il mondo conobbe come la “meraviglia delle meraviglie” può diventare il modello di riferimento del nuovo centrodestra. Se un siciliano emigrante con tre gambe è riuscito a conquistare l’America arrivando a cavalcare persino a fianco di Buffalo Bill, il governo Berlusconi con tre gambe, può tranquillamente riuscire a conquistare l’Italia facendo le riforme di cui il Paese ha bisogno. Terza gamba permettendo.

© Il Tempo, 30 Settembre 2010

27 settembre 2010

il segretario di veltroni

Veltroni ha detto: "La leadership di Bersani non è in discussione. Lui è il mio segretario". Se Veltroni non fosse Veltroni e la sinistra non fosse questa sinistra, ci troveremmo di fronte ad una frase geniale, ironica e così futurista da rassicurarci sul futuro di quella parte. Ma siccome Veltroni è il solito Veltroni e la sinistra èla solita sinistra, si meritano di avere come leader uno che davvero non potrebbe fare neanche il segretario di Veltroni. Magari di Rosy Bindi...

23 settembre 2010

via della scrofa

Via della Scrofa, sede storica della destra italiana. Era scampata a tutto: all'arco costituzionale, all'antifascismo militante, agli anni di piombo, ai morti, alle scissioni, al mondo giovanile cacciato, al muro di Berlino crollato, alle sconfitte, alle risse interne, agli ideali vissuti, a quelli bruciati, ai colonnelli, ai caporali, ai marmittoni, a Fiuggi... persino a Tangentopoli. C'è voluto Giancarlo Tulliani per ritrovarci la Guardia di Finanza dentro a indagare su conti esteri e intrallazzi vari. Un applauso sentito a Gianfranco Fini e ai suoi futurologi, clap clap clap!

21 settembre 2010

il cinema italiano senza epica

di Giampaolo Rossi
Dopo un’estate di letture garibaldine, sapere che al Festival di Venezia si presentava un film italiano proprio sul Risorgimento sembrava quasi un segno del destino. Ma c’ha pensato Mario Martone, il regista del film, a ricordarci che il destino non esiste. “Noi credevamo”, il suo film sull’Italia risorgimentale, è un polpettone noioso a metà strada tra un libro di storia mal scritto e un documentario di antropologia culturale sul meridione ottocentesco. Niente di più. Anzi, se è possibile, qualcosa di meno: il solito viaggio introspettivo e catacombale nelle disillusioni di una rivoluzione tradita e dell’ennesima generazione di sfigati sconfitti. Con in più l’aggravante della durata di tre ore. Non un’immagine, né una scena che rimangano nella memoria come suggello del più importante periodo della nostra storia nazionale.
Ma perché il cinema italiano dei nostri giorni, non riesce a raccontare la storia d’Italia con la limpidezza e la forza che le immagini consentono? Perché i registi italiani contemporanei non riescono ad uscire dalla malattia dell’attualismo, quella degenerazione ideologica che impone loro di raccontare gli avvenimenti passati piegandoli alle loro convinzioni sul presente? Il cinema americano e quello inglese sanno narrare la storia dei propri paesi con la forza immaginifica del sogno perché hanno compreso quanto il sogno messo nella storia è il cibo che nutre l’immaginario collettivo. E’ così che hanno costruito miti e dato forma all’identità nazionale, anche laddove la storia da sola non ci sarebbe riuscita. Viene in mente quel pezzo di poesia stravagante e commovente che segna il tempo della battaglia di Fort Alamo nel film di John Hancock del 2004 “Alamo, gli ultimi eroi”; quando in un tramonto di paura e tensione che anticipa l’attacco finale delle truppe di Sant’Anna, Davy Crockett prende il suo violino e sconfigge da solo la fanfara dell’esercito messicano accampato. Basta una scena così a raccontare lo spirito di un popolo e magari a trasformare un episodio marginale della storia, come fu l’assedio di Alamo, in un’epopea.
Da sempre, l’epica è il genere narrativo che costruisce e fissa l’immaginario simbolico di un popolo; ed è con essa che la memoria collettiva riconosce i suoi eroi e la propria identità.
Un popolo che non ha bisogno di eroi non è beato, come sperava Bertolt Brecht; semplicemente non è un popolo. Ecco perché le grandi culture nazionali, anche nei giudizi più critici, hanno usato il cinema per narrare guerre ed eroismi che ad esse appartenevano creando un genere specifico: il war movie. Al contrario, il nostro cinema non sa più raccontare la guerra e per questo non riesce a raccontare la storia, riducendola a monologhi psicanalitici e trame contorte che non emozionano né fanno capire gli avvenimenti. Vizio antico della nostra classe intellettuale, che non ha mai applicato il valore immaginifico del cinema ed il suo ruolo di grande narrazione collettiva, ai momenti cruciali della nostra storia e della nostra memoria. Ma anzi ha cercato di distoglierne la forza evocativa. Solo in Italia può succedere che una battaglia come El Alamein, dove i nostri soldati trasformarono la sconfitta in un eroismo tragico ammirato e cantato dai loro nemici, diventi, nella mente di un regista italiano come Monteleone, un lettino di psicoanalisi pacifiste. Basterebbe confrontarlo con la sconfitta americana in Somalia, raccontata da Ridley Scott in “Black Hawk Down”.
Cinema e televisione sono stati i maggiori vettori di formazione delle identità sociali del Novecento. Continuano ad esserlo tuttora, anche nel tempo del web, della rete interattiva e del grande presente sospeso in quella virtualità reale che si chiama internet. Ancora di più, i nuovi linguaggi crossmediali costruiscono le sintesi poetiche e narrative che, mettendo insieme cinema, tv, internet, modificano i rapporti tra sapere e identità. Tutto questo, il cinema italiano e i suoi registi sembrano non capirlo. E questo è tanto più evidente quando il nostro cinema si misura con la storia nazionale. Il nostro percorso unitario, iniziato col Risorgimento e completato sul Piave, è stato anche una storia di guerre, eroismi, azioni, atti impavidi, follie, suggestioni: non solo intrighi e conflitti di classe. Marinetti (uno che di cinema e di forza evocativa delle immagini ne capiva), definì l’Italia una “poesia armata”. Ma di questa poesia nel nostro cinema non c’è traccia.
Luca Barbareschi, grande attore e deputato finiano, che in “Noi credevamo” recita la parte di Antonio Gallenga, l’ex mazziniano regicida poi divenuto monarchico, con ingenua generosità ha paragonato il film di Martone al discorso di Fini a Mirabello. Per un attimo ci ammaliamo anche noi di attualismo e diciamo che Barbareschi ha ragione. Il film di Martone, come quasi tutto il cinema epico italiano, è come il discorso di Fini a Mirabello: un nulla per di più raccontato molto male
© Il Tempo, 21 Settembre 2010

18 settembre 2010

due pianeti troppo distanti

di Giampaolo Rossi

Una costante di quasi tutte le previsioni è quella di non cogliere nel segno. In questo gioco al bersaglio mancato, spesso sono stati gli intellettuali ad avere la mira più sbagliata. Nel nostro computo decimale del tempo, dieci anni in genere sono un periodo sufficiente per verificare previsioni e analisi. E così dieci anni fa, in Europa, le riflessioni sui temi dell’immigrazione islamica e dell’integrazione svolazzavano ancora sopra scenari idilliaci con inevitabili arcobaleni che si stagliavano su orizzonti pacifici e cieli limpidi. Era il tempo in cui un grande islamista francese come Gilles Kepel veniva osannato in Italia perché rassicurava le anime candide del progressismo multiculturale dicendo che “il ciclo storico dell’islamismo radicale è finito”. Eppure, allora, a qualcuno il sospetto che le cose non sarebbero andate proprio lisce era venuto. In Inghilterra, ad esempio, il rapporto del Census Bureau, che prevedeva entro il 2100 la popolazione bianca britannica divenire minoritaria rispetto a quella di colore, portò il quotidiano The Observer, non certo con simpatie di destra, ad aprire un ampio dibattito culturale attorno ai problemi posti dai flussi migratori non europei sempre più consistenti e alla compatibilità di culture altre con la tradizione culturale e giuridica inglese. Più sommessamente in Italia, il problema del rapporto tra l’immigrazione islamica e la nostra identità nazionale fu posto per primo non da un politico, né da un intellettuale, ma da un “pastore di anime”, una delle più grandi intelligenze che la Chiesa di Roma abbia avuto in dono in questi anni: il cardinale Giacomo Biffi, che in un nota pastorale ricordava che le politiche immigratorie e di integrazione dovevano preoccuparsi seriamente “di salvaguardare l’identità della nazione italiana” e, riferendosi all’Islam, che “non tutte le culture sono conciliabili con la nostra”.
In questi 10 anni abbiamo visto com’è andata: ci sono stati l’11 settembre, la guerra in Afghanistan e in Iraq, le stragi islamiche in Europa, Al Quaeda, il cortocircuito iraniano, la radicalizzazione della lotta terroristica in medio Oriente, l’accentuarsi della persecuzione dei cristiani nei paesi musulmani, le violenze islamiste contro cittadini europei a casa nostra, ma soprattutto l’emergere sempre più evidente di contraddizioni vive nel corpo dell’Europa, dove la convivenza con molti immigrati di religione islamica è iniziata a scricchiolare proprio attorno ai rapporti tra le nostre tradizioni culturali e giuridiche e le loro.
Per questo oggi la decisione del governo francese di aggiungersi al Belgio nel vietare per legge l’utilizzo in luoghi pubblici del burqa e del niqab (il velo che lascia scoperti solo gli occhi) diventa uno spartiacque su questa questione; perché la Francia è la patria europea dei diritti civili e perché il suo peso specifico in Europa è ovviamente diverso. La scelta del governo Sarkozy ha un valore più simbolico che sostanziale, visto che, di fatto, riguarda una fetta assolutamente minoritaria delle immigrate islamiche in Francia (circa 2000, secondo stime del Governo). Ma proprio per la sua carica simbolica, assume un peso dirompente. Innanzitutto per la Francia, perché la stragrande maggioranza di musulmane costrette a portare il burqa risiede nelle grandi città e si concentra nelle zone a rischio delle grandi periferie turbolente abitate in prevalenza da immigrati islamici, dove criminalità, conflittualità sociale e spinte integraliste hanno creato in passato una miscela esplosiva di rivolta. Inoltre perché questa decisione, apre la strada a quella di altre nazioni europee che stanno elaborando normative e leggi analoghe, e tra queste l’Italia.
La scelta francese offre una chiave di lettura nuova per definire la politica da adottare nei confronti di un islam radicale sempre più presente in Europa e pericolosamente sottovalutato dall’opinione pubblica. Il divieto del burqa non è solo una questione di “ordine pubblico” per compiacere l’apolide burocrazia di Bruxelles e la sua ossessiva logica del controllo. La scelta francese abbraccia il problema centrale del nostro tempo: l’affermazione dell’identità nazionale in una moderna democrazia liberale. L’Islam rimane una cultura in conflitto con la modernità. Soprattutto con la nostra modernità, da cui derivano le nostre leggi, la nostra concezione del diritto e della persona. Questa natura irriducibile, che si manifesta, per esempio, nella difficoltà di scindere il dato religioso da quello civico, altera il rapporto di reciprocità tra noi e loro. La possibilità di far crescere anche una cittadinanza europea di religione islamica davvero integrata, passa per la capacità dei governi europei di imporre con forza una sovranità che non è solo legislativa ma culturale, in linea con la nostra tradizione e la nostra identità. Quello che ha fatto Sarkozy.


Il Tempo, 18 Settembre 2010

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14 settembre 2010

La Francia, i Rom e la pazienza della Reding

Stavolta la signora Reding si è arrabbiata sul serio. Con la Francia. Per le espulsioni dei Rom. Razzisti di francesi! Proprio loro… quelli che ce la menano da oltre due secoli con LibertéEgalitéFraternité. E così la vice-presidente della Commissione europea alla Giustizia e ai Diritti fondamentali (sic), ha esclamato: “è una vergogna". Poi ha tuonato “la mia pazienza sta finendo”. Poi è esplosa “quando è troppo è troppo… la discriminazione sulla base dell’origine etnica o della razza non ha posto in Europa, è incompatibile con i valori sui quali è fondata la Ue”. Oh!… era ora che qualcuno si ribellasse a quel nazista del marito di Carla Bruni.
La Reding che è signora raffinatamente multiculturale, democratica, universalista sul serio e piena di diritti fondamentali ha anche detto: "contro il razzismo mettetemi un campo nomadi sotto casa”. No, questo la signora Reding non l’ha detto…

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07 settembre 2010

fine Secolo... d'Italia...

“Da oggi, dalla testata de Il Secolo d’Italia sparisce la dicitura “quotidiano del Pdl”. Lo ha dichiarato il suo direttore, Flavia Perina. "Se le idee di Fini non sono più nel perimetro del Pdl è difficile che ci possano stare le nostre (…) un Secolo senza etichette per ora va benissimo”. Giusto. Condivido. Sacrosanto. Sono convinto che anche gli altri 35 lettori del giornale della Perina, saranno d’accordo. D’altro canto un foglio semiclandestino non ha bisogno di etichette...neanche di lettori; e nemmeno di idee. Magari avrebbe bisogno di un direttore, come ne ha avuti in passato. Ma gente come Alberto Giovannini, Pino Romualdi, Giano Accame, Gennaro Malgieri, Marcello Staglieno, non si trovano così facilmente. Magari se Fini la smettesse di reclutare i suoi alla Standa. Eppoi dice di Berlusconi...