26 marzo 2008

se tanti intellettuali sono uno solo

Felica Casorati, Scodelle, 1919

di Giampaolo Rossi

Paolo Mieli fa parte di quella maggioranza di intellettuali italiani che è riuscita spesso a sbagliare, con sistematica precisione, giudizi, analisi e scelte di campo. Negli anni ’70, per esempio, fu in prima fila tra i firmatari degli appelli più deliranti e scemi che hanno marchiato a fuoco l’impegno della classe intellettuale italica nel dopoguerra; come quello in cui, a difesa dei giovani di Lotta Continua sotto inchiesta, s’impegnava “a combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni”; o quell’altro contro il povero commissario Calabresi, anche se, a differenza di quasi tutti quella poltiglia intellettuale che partecipò al linciaggio che portò poi all’assassinio, lui è stato uno dei pochi a chiedere scusa e a pentirsi per un’infamia sulla quale molti altri hanno invece costruito le loro fortune e i loro premi Nobel.
Errori di gioventù sia chiaro, che però con il passare del tempo sono stati accompagnati da altri errori di maturità forse meno tragici ma ugualmente netti. Due anni fa Paolo Mieli, è stato uno dei più illustri sponsor di quello che si è rivelato il peggior governo della storia repubblicana, arrivando a piegare la storica imparzialità del Corriere della Sera con un editoriale ad un mese dalle elezioni del 2006 in cui auspicava “in modo chiaro e senza giri di parole un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra”; niente di grave, sia chiaro, se non per noi la rassicurazione che per fare il direttore del quotidiano di via Solferino non occorre necessariamente capire qualcosa di politica.
Più recentemente, dalla tribuna di Ballarò, Paolo Mieli è arrivato a zittire Pierluigi Davigo rinfacciando al magistrato militante il più eclatante episodio di uso politico della giustizia: “Ci sono stati casi di presidenti del Consiglio che furono sottoposti ad un’iniziativa giudiziaria che concorse alla caduta di un governo, e poi furono assolti dai reati. Questo non merita nessuna riflessione? Possiamo andare avanti così?”. Il riferimento all’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi nel 1994 era puramente voluto e coraggioso se non fosse che l’amnesia di Paolo Milei gli ha fatto dimenticare che a fianco di una magistratura in quel caso eversiva, agì un circuito mediatico altrettanto eversivo che ebbe proprio nel Corriere della Sera lo strumento di condizionamento più forte. Una amnesia che ha impedito a Mieli di ricordare che lo scandalo di quell’avviso di garanzia a tempo, è stato che esso fu inoltrato a mezzo stampa dal Corriere della Sera di cui lui era allora direttore.
Paolo Mieli è il paradigma di un mondo intellettuale e giornalistico italiano cha fa fatica ad uscire dalla propria autoreferenzialità, e dall’autocompiacimento. Quel mondo intellettuale che attraversa con noncuranza la lotta di classe e i salottini confindustriali, il giustizialismo e il garantismo, avendo sempre la premura di evitare che il giudizio della storia si abbatta come mannaia sulle scemenze dette o scritte. In fondo Mieli è come Bocca, come Scalfari, come Colombo, come molti altri dei grandi intellettuali giovani e vecchi che quotidianamente ci regalano il loro pensiero sulle colonne dei grandi quotidiani. Sia chiaro, nulla a che vedere con il sacrosanto diritto di cambiare le proprie idee. Ma il fatto che le idee si cambino solo quando la storia ha provveduto a smontarle, ci impone una riflessione seria sulla capacità della nostra classe intellettuale di anticipare gli eventi e di cogliere i mutamenti in atto. intellettuale italiana assume così i caratteri di una casta parassitaria, incapace di produrre idee innovative, di pensare il mondo che cambia fuori dagli interessi di parte; limitata nelle analisi, priva di capacità di sorprendere, provocare, stimolare dibattiti che vadano oltre gli insipidi e imbevibili caffè brodosi offerti dentro un pensiero omologato, bravo solo ad adagiarsi sulle regole del potere della nuova società dell’informazione.
Quando nei mesi scorsi, i salottini radical-chic sono stati attraversati dal fremito della crisi della politica e dall’arrivo di una nuova stagione di antipolitica che come un vento avrebbe spazzato via l’odiata casta, qualche diffidenza ci ha colto. Non solo per l’idea che i nuovi moralizzatori plauditi da folle annoiate e da noiosi intellettuali fossero persone come Beppe Grillo e Montezemolo; ma perché abbiamo creduto che un’analisi così stranamente puntuale, nata da un’operazione di marketing editoriale quale quella del libro di Rizzo e Stella, e alimentata dalle grandi firme dei grandi giornali dei grandi gruppi industriali, sembrava funzionale a trascinare nel baratro tutto il sistema politico per coprire il fallimento del governo Prodi e l’imbarazzo di quelli che lo avevano voluto e difeso.
E non avevamo tutti i torti. Ora che il governo Prodi è ruzzolato malamente ci accorgiamo di quanto strumentali fossero quelle analisi che non tenevano conto, al contrario, dell’enorme voglia di politica, di partecipazione, di protagonismo, che un’Italia in movimento manifestava nella folla del Family Day, nei referendum sindacali, persino nel ritorno in piazza di anacronistiche femministe. Non era in crisi la politica; era in crisi una delle culture politiche di questo paese: quell’imbroglio intellettuale che per decenni aveva legato insieme il cattolicesimo progressista alla cultura marxista, costruendo il più spietato sistema di potere clientelare di questi ultimi anni: quello cattocomunista.
Ora che la fine del centrosinistra appare non solo come la fine indecorosa di una legislatura ma come esaurirsi di una fase storica, il limite di analisi di buona parte di giornalisti e intellettuali appare con tutta evidenza.
I grandi mezzi di informazione italiani e la casta giornalistica che li alimenta appaiono sempre più il luogo di interesse di nuovi e vecchi poteri, e sempre meno uno spazio di diversità di pensieri altri e di confronto. Così facendo sembrano rendere attuale ciò che Henry James scriveva nel 1903 sul mondo della stampa: “i giornali, vanto della nostra epoca, benché apparentemente molteplici, sono uno solo”. Anche i tanti intellettuali, in fondo, sembrano uno solo.

© Il Borghese, Marzo 2008
Immagine: Felice Casorati, Scodelle, 1919

18 marzo 2008

Veltroni, la morte come show

Thomas Eakins, The Agnew Clinic, 1889

di Giampaolo Rossi
Il veltronismo è tante cose insieme che nel loro insieme sono nulla. E’ una bella politica che però non è politica perché nel suo mescolare utopia e sogno, in fondo la nega. E’ cultura salottiera, che però non è cultura perché non prova a leggere il mondo che cambia, ma si riduce a intellettualismo nevrotico e narcisista. Ma il veltronismo è soprattutto ricerca emozionale per trasformare la politica e la cultura in semplici suggestioni; e in questa ricerca Veltroni utilizza spesso la morte come un elemento di costante presenza, quasi per compensare qualcosa di sé.
Marianna Madia, la giovane “economista” capolista del Pd a Roma, in una recente intervista al Corriere della Sera, ha rivelato che Walter Veltroni fu conquistato da lei al funerale del padre, folgorato dal “piccolo discorso” che lei fece e di cui neanche si ricorda. Che un funerale diventi il luogo di selezione della nuova classe politica del Pd può essere oggetto di facile ironia, ma il problema è più complesso. L’episodio non casuale, conferma un’ossessiva quanto inquietante dipendenza veltroniana dalla morte che mette insieme uno spirito adottivo (che va dai figli degli amici scomparsi
di cui si circonda, ai bambini africani), ad un uso strumentale e politico della morte.
Nel febbraio scorso durante il discorso di commiato da Sindaco al Palalottomatica di Roma, Veltroni ha citato un elenco interminabile di morti. Una sorta di seduta spiritica collettiva dove ha evocato molte giovani vittime di tragici fatti di cronaca: Gabriele Sandri il tifoso della Lazio ucciso in un autogrill di Arezzo, Marta Russo la studentessa uccisa all’università di Roma nel 1997, Benedetta Ciaccia la ragazza romana morta nell’attentato di Londra del 2005, Renato Biagetti il 26enne aggredito e assassinato a Fiumicino; Veltroni ha menzionato anche quelli di cui non ricordava il nome, come “il ragazzo di 17 anni ucciso per errore durante una rapina”. Ora, al di là del cattivo gusto di citare solo i casi di vittime non attribuibili in alcuna maniera alle responsabilità di chi amministra la città, rimane l’effetto scenico costruito attorno a tutto questo: ad ogni nome citato applausi e foto ai parenti in sala, povere presenze dignitose e in buona fede nel dare una forma visibile ad un dolore fuori contesto in quel carosello di intellettuali e politici. Fino all’apoteosi finale: l’abbraccio cosmico tra la mamma di Valerio Verbano (il giovane di sinistra assassinato negli anni ’70 dai Nar) e Giampaolo Mattei (fratello di Virgilio e Stefano, uccisi nel rogo di Primavalle), sotto i flash dei fotografi e lo sguardo languido e pietoso di Veltroni, pontefice massimo di un rituale dove la morte diventava show e la tragedia degli anni di piombo uno spot da campagna elettorale. Il richiamo della morte sembra essere per Veltroni una nuvola avvolgente con cui suscitare emozione in ogni uscita pubblica.
Nel Marzo del 2007 a Torino, il sedicenne Matteo Maritano (mamma filippina e papà italiano) si è ucciso gettandosi nel vuoto. Il suicidio di un ragazzo meriterebbe la dignità del silenzio e invece iniziarono subito le polemiche su una sua presunta omosessualità perseguitata a scuola, finché un’inchiesta della Procura di Torino escluse il bullismo come causa del suicidio. Nel frattempo Walter Veltroni pubblicava un breve racconto per il Corriere della Sera, dal titolo “Aspetta te stesso”. La storia era esattamente quella del povero Matteo fin nei minimi particolari, solo modificata di alcuni elementi marginali (il protagonista ora si chiamava Giulio ed era di origine peruviana e non filippina). L’idea di usare la tragedia di un ragazzo che si uccide per mettere alla prova la propria vanità letteraria renderebbe imbarazzante qualsiasi commento. Il dramma esistenziale vero, giocato nel dolore di un corpo straziato, diventa narcisismo letterario per un gadget da Corriere della Sera che ha consentito a Veltroni di riempire le pagine di articoli melensi sulle sue capacità di scrittore. Un’operazione indecente, ma Veltroni è anche questo.
Nel Maggio dello stesso anno, a Roma si sono svolti i funerali di Vanessa Russo, la giovane uccisa in metropolitana da una ragazza rumena. Veltroni non c’era, era in Africa per l’annuale viaggio di solidarietà con gli studenti delle scuole romane con il seguito di fotografi e troupe tv perché la solidarietà è una bella cosa soprattutto sorridendo davanti a una telecamera. Poco dopo il funerale di Vanessa l’Ansa batteva la seguente agenzia: "Il sindaco di Roma Walter Veltroni e gli studenti romani hanno osservato un minuto di silenzio in Malawi per Vanessa, lungo la strada che porta all'aeroporto di Lilongwe; i cento studenti, scesi dai pullman, si sono raccolti in cerchio e in silenzio al lato della strada, con loro il delegato per la cooperazione Giobbe Covatta”. L’immagine di Veltroni in raccoglimento a fianco di Giobbe Covatta e degli studenti in mezzo a una strada in Malawi, affranto ma desto a dettare all’Ansa il comunicato del suo dolore africano, era una scena surreale che dimostrava l’essenza del gesto. Qualcosa di più di una semplice strumentalizzazione politica del dolore: una sorta di macabro rituale necrofilo con cui forzare le sensazioni e mettere a posto la coscienza.
Nel suo discorso al Lingotto di Torino, dove lanciava la propria candidatura a segretario del Pd, Walter ha letto l’ultima struggente lettera di una ragazza di 15 anni morta di leucemia, come paradigma dei “nuovi italiani”, sapendo perfettamente che un adolescente di fronte alla morte non è una categoria sociologica ma racchiude un mistero più grande sul nostro senso del vivere che non dovrebbe essere buttato dentro la miseria di un discorso politico.
Insomma Veltroni infila la morte a forza nel gioco delle emozioni che la sua politica dovrebbe suscitare. E la sua abilità sta anche nello sfruttare le debolezze di coloro che il dolore della morte l’hanno sperimentato su se stessi: i genitori della ragazza che gli concedono la lettera, così come i parenti di vittime più o meno illustri di cui Veltroni ama circondarsi per caricare il valore simbolico della loro presenza su di sé. E’ come se il loro dolore rievocato nelle cerimonie, nelle parole, nelle letture, compensasse un suo personale rapporto irrisolto con la morte. Ma oltre a questo Veltroni svuota la morte di ogni mistero, la spoglia di ogni essenza tragica. La trasforma in vezzo letterario, in citazione narcisistica, in operazione di marketing politico, in uno show di lacrime, abbracci, baci sotto flash e telecamere. Pochi politici saprebbero essere così spregiudicati e convincenti nel giocare con le debolezze e le inquietudini di padri, madri, figli cui il destino ha portato via una persona cara. Pochi politici saprebbero fare un uso più cinico e strumentale della morte. Questa necrofilia ad uso politico è il prodotto più macabro e indecente del veltronismo.
© Il Domenicale, Sabato 15 Marzo 2008
Immagine: Thomas Eakins, The Agnew Clinic, 1889