se tanti intellettuali sono uno solo
di Giampaolo Rossi
Paolo Mieli fa parte di quella maggioranza di intellettuali italiani che è riuscita spesso a sbagliare, con sistematica precisione, giudizi, analisi e scelte di campo. Negli anni ’70, per esempio, fu in prima fila tra i firmatari degli appelli più deliranti e scemi che hanno marchiato a fuoco l’impegno della classe intellettuale italica nel dopoguerra; come quello in cui, a difesa dei giovani di Lotta Continua sotto inchiesta, s’impegnava “a combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni”; o quell’altro contro il povero commissario Calabresi, anche se, a differenza di quasi tutti quella poltiglia intellettuale che partecipò al linciaggio che portò poi all’assassinio, lui è stato uno dei pochi a chiedere scusa e a pentirsi per un’infamia sulla quale molti altri hanno invece costruito le loro fortune e i loro premi Nobel.
Errori di gioventù sia chiaro, che però con il passare del tempo sono stati accompagnati da altri errori di maturità forse meno tragici ma ugualmente netti. Due anni fa Paolo Mieli, è stato uno dei più illustri sponsor di quello che si è rivelato il peggior governo della storia repubblicana, arrivando a piegare la storica imparzialità del Corriere della Sera con un editoriale ad un mese dalle elezioni del 2006 in cui auspicava “in modo chiaro e senza giri di parole un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra”; niente di grave, sia chiaro, se non per noi la rassicurazione che per fare il direttore del quotidiano di via Solferino non occorre necessariamente capire qualcosa di politica.
Più recentemente, dalla tribuna di Ballarò, Paolo Mieli è arrivato a zittire Pierluigi Davigo rinfacciando al magistrato militante il più eclatante episodio di uso politico della giustizia: “Ci sono stati casi di presidenti del Consiglio che furono sottoposti ad un’iniziativa giudiziaria che concorse alla caduta di un governo, e poi furono assolti dai reati. Questo non merita nessuna riflessione? Possiamo andare avanti così?”. Il riferimento all’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi nel 1994 era puramente voluto e coraggioso se non fosse che l’amnesia di Paolo Milei gli ha fatto dimenticare che a fianco di una magistratura in quel caso eversiva, agì un circuito mediatico altrettanto eversivo che ebbe proprio nel Corriere della Sera lo strumento di condizionamento più forte. Una amnesia che ha impedito a Mieli di ricordare che lo scandalo di quell’avviso di garanzia a tempo, è stato che esso fu inoltrato a mezzo stampa dal Corriere della Sera di cui lui era allora direttore.
Paolo Mieli è il paradigma di un mondo intellettuale e giornalistico italiano cha fa fatica ad uscire dalla propria autoreferenzialità, e dall’autocompiacimento. Quel mondo intellettuale che attraversa con noncuranza la lotta di classe e i salottini confindustriali, il giustizialismo e il garantismo, avendo sempre la premura di evitare che il giudizio della storia si abbatta come mannaia sulle scemenze dette o scritte. In fondo Mieli è come Bocca, come Scalfari, come Colombo, come molti altri dei grandi intellettuali giovani e vecchi che quotidianamente ci regalano il loro pensiero sulle colonne dei grandi quotidiani. Sia chiaro, nulla a che vedere con il sacrosanto diritto di cambiare le proprie idee. Ma il fatto che le idee si cambino solo quando la storia ha provveduto a smontarle, ci impone una riflessione seria sulla capacità della nostra classe intellettuale di anticipare gli eventi e di cogliere i mutamenti in atto. intellettuale italiana assume così i caratteri di una casta parassitaria, incapace di produrre idee innovative, di pensare il mondo che cambia fuori dagli interessi di parte; limitata nelle analisi, priva di capacità di sorprendere, provocare, stimolare dibattiti che vadano oltre gli insipidi e imbevibili caffè brodosi offerti dentro un pensiero omologato, bravo solo ad adagiarsi sulle regole del potere della nuova società dell’informazione.
Quando nei mesi scorsi, i salottini radical-chic sono stati attraversati dal fremito della crisi della politica e dall’arrivo di una nuova stagione di antipolitica che come un vento avrebbe spazzato via l’odiata casta, qualche diffidenza ci ha colto. Non solo per l’idea che i nuovi moralizzatori plauditi da folle annoiate e da noiosi intellettuali fossero persone come Beppe Grillo e Montezemolo; ma perché abbiamo creduto che un’analisi così stranamente puntuale, nata da un’operazione di marketing editoriale quale quella del libro di Rizzo e Stella, e alimentata dalle grandi firme dei grandi giornali dei grandi gruppi industriali, sembrava funzionale a trascinare nel baratro tutto il sistema politico per coprire il fallimento del governo Prodi e l’imbarazzo di quelli che lo avevano voluto e difeso.
E non avevamo tutti i torti. Ora che il governo Prodi è ruzzolato malamente ci accorgiamo di quanto strumentali fossero quelle analisi che non tenevano conto, al contrario, dell’enorme voglia di politica, di partecipazione, di protagonismo, che un’Italia in movimento manifestava nella folla del Family Day, nei referendum sindacali, persino nel ritorno in piazza di anacronistiche femministe. Non era in crisi la politica; era in crisi una delle culture politiche di questo paese: quell’imbroglio intellettuale che per decenni aveva legato insieme il cattolicesimo progressista alla cultura marxista, costruendo il più spietato sistema di potere clientelare di questi ultimi anni: quello cattocomunista.
Ora che la fine del centrosinistra appare non solo come la fine indecorosa di una legislatura ma come esaurirsi di una fase storica, il limite di analisi di buona parte di giornalisti e intellettuali appare con tutta evidenza.
I grandi mezzi di informazione italiani e la casta giornalistica che li alimenta appaiono sempre più il luogo di interesse di nuovi e vecchi poteri, e sempre meno uno spazio di diversità di pensieri altri e di confronto. Così facendo sembrano rendere attuale ciò che Henry James scriveva nel 1903 sul mondo della stampa: “i giornali, vanto della nostra epoca, benché apparentemente molteplici, sono uno solo”. Anche i tanti intellettuali, in fondo, sembrano uno solo.
© Il Borghese, Marzo 2008
Immagine: Felice Casorati, Scodelle, 1919