29 luglio 2011

Spider Truman e la stupidità della Rete

La storia è questa: giorni fa su Facebook viene aperta una pagina anonima, intitolata “i segreti della casta di Montecitorio”, in cui uno sconosciuto ex-precario, licenziato dopo 15 anni dal Palazzo, decide di svelare tutti i privilegi di cui godono i parlamentari e di cui lui è venuto a conoscenza negli anni trascorsi nelle segrete stanze del potere. In tempi di antipolitica, in cui colpire la casta è tornato sport nazionale, una cosa del genere non poteva non avere successo; in termini di marketing lo chiameremmo “giusto posizionamento”. In pochi giorni il sito raggiunge centinaia di migliaia di contatti, viene linkato e le informazioni che svela (la gran parte delle quali ovviamente già note), seguendo quella dinamica irrazionale che si chiama “diffusione virale in rete”, si propagano, vengono rilanciate da altri siti e raggiungono persino il mainstream di giornali e televisione; ed è qui che il moto di indignazione e di seriosa solidarietà verso il prode precario in lotta contro la casta infame, raggiunge vette impressionanti, con l’unica eccezione in Rai del Tg1 di Minzolini che prova a demitizzare il caso; insomma, il precario, che nel frattempo si è scelto come nome Spider Truman, diventa un caso mediatico e per molti un eroe nazionale. Col passare dei giorni, però, i dubbi iniziano ad affiorare sia sulla identità del personaggio, sia sulla sua presunta esistenza, tra teorie complottiste e video fasulli comparsi su YouTube; fino a quando un blogger non riesce a risalire al nome di Francesco Caruso, ex deputato di Rifondazione Comunista nella precedente legislatura e leaderino dei no-global italiani. Intervistato da un giornalista del Corriere, Caruso nega, balbetta, singhiozza, riattacca il telefono all’intervistatore, ma alla fine cede dichiarando che Spider Truman non è lui ma un suo amico “disgraziato, che non è bravo su internet e non è molto alfabetizzato”; e che lui gli avrebbe solo scritto i post e glieli avrebbe pubblicati. Passa un giorno e finalmente Spider Truman si fa vivo e dichiara di essere uno “in carne e ossa”, conferma la sua storia di ex-precario, accusando Caruso di essersi fatto scoprire come un pivello.
Mentre forse i due amici se le stanno ancora dando di santa ragione per decidere chi tra loro è stato più pirla, proviamo a fare una serie di considerazioni su questa ridicola fiction-web all’italiana..
La prima considerazione riguarda la cosiddetta casta dei politici. A verificare i loro privilegi viene da ridere: se si confrontano con quelli di cui godono magistrati o dirigenti di grandi aziende pubbliche, i parlamentari italiani sembrano degli sfigati. Tassi a mutui agevolati o viaggi gratis in treno sono cose da principianti. Solo che quelli dei parlamentari si chiamano privilegi mentre quelli degli altri si chiamano benefits.
La seconda considerazione riguarda l’eroico precario. Il problema non è che lo hanno licenziato, ma il contrario: perché non lo hanno licenziato prima. Come è possibile che uno che “non è alfabetizzato”, “non sa usare internet” e deve ricorrere a Francesco Caruso (non so se mi spiego) per mettere insieme due frasi scritte, abbia potuto lavorare per 15 anni a Montecitorio? Magari togliendo il posto a persone ben più qualificate? E se il vero privilegiato fosse stato lui?
La terza considerazione è la più importante e riguarda tutti noi. Molti miei amici su Facebook non hanno esitato a sposare la causa del precario-blogger. La cosa mi ha sorpreso perché molti di loro appartengono a culture liberali e moderate e comunque tutti sono persone intellettualmente evolute e capaci di pensiero critico e non conformista. Come è possibile allora che possano aver ritenuto credibile uno come Spider Truman? La riposta sta nella natura doppia dei cosiddetti media “democratizzati”. Le piattaforme “social” conservano un’ambiguità che affianca, alla possibilità di conoscenza, una quantità di informazione spesso superficiale, anonima (come nel caso di Spider Truman) quindi non verificabile, e semplicemente rumorosa. Anche la verità, al tempo di internet, rischia di diventare “on demand”: una verità su richiesta. Non si cerca più il vero ma ciò che noi desideriamo sia vero, magari sotto la pressione delle nostre frustrazioni sociali e delle nostre rabbie. E questa verità on demand, in rete, è facilissimo trovarla, proprio perché il costo di produzione e distribuzione è praticamente zero; basta un ex precario analfabeta travestito da vittima, per procurarcela. Questo fenomeno di condizionamento sociale, già indotto al tempo dei mass media che hanno generato i totalitarismi del ‘900, è oggi l’altra faccia, quella buia, del mondo virtuoso e relazionale dei social media.
La verità cessa di essere un processo critico di acquisizione, faticoso, per divenire una confezione bella, accattivante e a portata di mano. Può avere il volto di Spider Truman o quello di un frammento di un’intercettazione audio pubblicata fuori contesto per costruire teoremi. Lanciato il sasso, la rete consente di propagarlo con un effetto “eco” di distorsione e amplificazione, praticamente infinito
. E non sempre la rete ha in sé gli strumenti di difesa da tutto questo. L’unica difesa è la nostra intelligenza, per non cadere in quella stessa stupidità che un grande scrittore visionario come J.G. Ballard attribuiva ai pubblicitari: “l’inveterata abitudine di assaggiare la confezione invece del prodotto”.

© Il Tempo, 29 Luglio 2011

12 luglio 2011

Ora paghino gli spioni italiani

Italia e Inghilterra sono nazioni molto diverse tra loro: e grazie, direte voi, l'Inghilterra è un’isola abituata a starsene in mare aperto, mentre l’Italia è una penisola abituata a stare attaccata sempre a qualche cosa. Ma anche senza bisogno di guardare il mondo dalla luna, non ci vuole molto a capire che tra il paese di Pulcinella e quello della perfida Albione è difficile trovare cose che si accordino. Per esempio, in Inghilterra si guida a sinistra e si gioca a cricket, mentre in Italia si guida male e si gioca a tressette. L’Inghilterra ha una monarchia costituzionale, mentre l’Italia ha una Costituzione monarchizzata. In Inghilterra piove tanto ma poi si asciuga tutto, in Italia piove meno ma sempre sul bagnato.
Da oggi, le differenze tra Italia ed Inghilterra sono ancora di più; e non attengono solo alla geografia o alle abitudini; ma anche a quei due piccoli, trascurabili, insignificanti elementi di una democrazia liberale che si chiamano "etica e informazione". Il fatto che Rupert Murdoch sia stato costretto a chiudere lo storico settimanale britannico "News of the World" dopo lo scandalo delle intercettazioni illegali e l'arresto dell’ex direttore del tabloid e di un altro giornalista, ha scavato un baratro di polemiche sull'etica dell’informazione britannica e ha svelato il vero volto del mondo dei media; un volto che i polverosi difensori dell’ottocentesco "diritto all’informazione" hanno provato a nascondere fino ad oggi e non solo in Inghilterra. Ora, già il fatto che lì, un giornalista vada in galera per aver commesso un reato legato alla sua professione, lascia la stampa italiana stranamente silenziosa e imbarazzata; non si sentono commenti, valutazioni, né strali particolari contro il chiaro attentato alla libera stampa e il rumoroso silenzio di tutti di fronte a quello che sta succedendo in Inghilterra è quantomeno sospetto. E quando qualcuno parla, sarebbe meglio che stesse zitto, come nel caso di Piero Ottone che, intervistato su l’Unità, ha paragonato lo scandalo inglese al caso Boffo, che, ovviamente, con l’abuso di intercettazioni illegali che si fa anche in Italia, non c’entra assolutamente nulla. Bisogna dire, però, che anche in Inghilterra i teorici del giornalismo militante qualche castroneria la dicono. Peter Wilby sul Guardian, il quotidiano che ha denunciato con maggiore forza lo scandalo, si è affrettato a spiegare che comunque “il giornalismo non può funzionare secondo codici giuridici rigidi” e “deve operare a volte ai margini della legge e della moralità”. Ai margini sì, ma del tutto fuori, no; tra un giornalismo d’inchiesta e uno dal buco della serratura c’è una bella differenza.
E allora, in attesa di capire gli sviluppi delle vicenda, proviamo a riprendere il gioco delle differenze e sancire alcune cose: per esempio, che in Inghilterra i direttori di giornali che pubblicano intercettazioni illegalmente alla fine finiscono in galera, mentre in Italia vincono premi giornalistici e diventano campioni di moralismo.
Oppure che in Inghilterra i giornali che pubblicano intercettazioni illegalmente vengono chiusi dai loro stessi editori, anche se hanno 168 anni di vita, mentre in Italia diventano il fiore all'occhiello dei potentati editoriali.
O ancora, che in Inghilterra i giornali che pubblicano intercettazioni illegalmente perdono introiti pubblicitari, perché le grandi aziende si rifiutano di investire in un'informazione eticamente irresponsabile, mentre in Italia aumentano i ricavi pubblicitari perché vendono più copie.
Ma la differenza più eclatante che emerge da questa vicenda è che perlomeno l'Inghilterra, anche nell'immoralità, rimane un paese in cui capitalismo e impresa privata sono cose serie. Perché lì, le intercettazioni illegali se le pagano di tasca loro quelli che le pubblicano, come hanno fatto i responsabili del tabloid inglese assoldando detective e spioni privati o comprandole direttamente da poliziotti corrotti. Mentre in Italia le intercettazioni pubblicate illegalmente le paghiamo direttamente noi contribuenti, perché sono quelle che i magistrati raccolgono in massa per le inchieste ma che, seppure irrilevanti o addirittura da distruggere, finiscono, guarda caso, nei cassetti delle redazioni dei segugi di questo giornalismo da buco della serratura.

Per cui, dal nostro piccolo, lanciamo un appello: cari editori e giornalisti italiani, su una cosa prendete esempio dall’Inghilterra. Volete continuare a pubblicare intercettazioni illegalmente per vendere più copie, dietro la balla del "diritto all'informazione"? Va bene, ma almeno pagatevele da soli.
© Il Tempo, 12 Luglio 2011

05 luglio 2011

il piccolo giudice (una storia francese, molto italiana)

Il giudice francese Henri Pascal si troverebbe a suo agio nell’Italia di oggi, quella del circo mediatico-giudiziario, dei processi a mezzo stampa, dei teoremi giornalistici e delle intercettazioni pubblicate senza pudore. Fu lui, già negli anni ’70, ad affermare che “tutto può essere pubblico nel nostro lavoro. Dobbiamo realizzare l’istruttoria e giudicare tutto sotto il controllo pubblico”. Cosa non diversa da quello che sosteneva vent’anni prima il comunista Yves Péron, figura storica della Resistenza francese e già vicepresidente dell’Alta Corte di Giustizia, quando disse che “la giustizia, essendo fatta in nome del popolo, deve funzionare sotto il suo controllo, cioè sotto il controllo dell’opinione pubblica”. Tutto chiaro, tranne una cosa: qual è l’opinione pubblica? E’ ovvio, quella costruita dai giornali e dalla televisione, cioè dalla libera stampa. Quindi, ricapitolando, la giustizia deve essere sotto il controllo dell’opinione pubblica che è sotto il controllo dei media.
Dalla teoria alla pratica: il giudice Henri Pascal fu il protagonista di uno dei fatti di cronaca giudiziaria più controversi della storia di Francia. Nell’aprile del 1972, in un terreno alla periferia di Bruay-en-Artois, cittadina mineraria a nord della Francia, venne ritrovato il cadavere di una quindicenne del luogo, strangolata e mutilata. Sulla base di una testimonianza priva di riscontri oggettivi e contraddittoria, il giudice Pascal incriminò e arrestò il notaio del luogo, Pierre Leroy. In una città di minatori, il notaio rappresentava in qualche modo un potente da abbattere, l’intoccabile contro cui un giudice di provincia di 57 anni, forse un po’ frustrato e molto di sinistra, poteva pensare di costruire la sua immagine di paladino della giustizia pubblica. Il caso divenne immediatamente politico e il notaio Leroy il nemico di classe contro cui scatenare l’odio sociale. Aperta la gabbia mediatica, l’intera vita del notaio-mostro fu divorata dalle iene del giornalismo giustizialista che portarono nell’arena dell’opinione pubblica persino i suoi aspetti più intimi e personali. Il giudice Pascal iniziò ad invadere televisioni e giornali con interviste, dichiarazioni, foto che lo resero un eroe del suo tempo. E quando, dopo tre mesi, il notaio fu scarcerato per l’inconsistenza delle accuse, l’opinione pubblica, sempre quella, si costituì persino in un “Comitato per la verità e la giustizia” (ricorda qualcosa?), con a capo il minatore sindacalista Joseph Tournee, avversario politico di Leroy, che ebbe l’adesione persino di Jean Paul Sartre, il più insulso filosofo del ‘900 ma ottimo movimentatore di coscienze civili.
L’affaire di Bruay-en-Artois inaugurò in Francia quel rapporto perverso tra media e giustizia che ha avuto poi in Italia sviluppi straordinari e aberranti. Se il giudice Pascal avesse dovuto affrontare non un caso di omicidio nella Francia degli anni ’70, ma una lunga e laboriosa indagine nell’Italia degli anni 2000, non si sarebbe fatto pregare nell’uso di intercettazioni e nella loro pubblicazione. Perché la logica perversa di questa cultura ereditata da un’idea di democrazia del controllo, è che la pubblicità di un’indagine sarebbe addirittura garanzia di tutela per l’inquisito. In altre parole, sbattere il mostro in prima pagina è un favore che si fa al mostro per potersi difendere meglio e alla democrazia per meglio essere informata. Se poi domani il mostro non risultasse più tale il problema è solo suo (del mostro ovviamente!). Le idee del giudice Pascal sono identiche a quelle oggi diffuse in Italia dai dispensatori di intercettazioni e dai creativi dei teoremi giudiziari.
Il problema è che il mondo dei media si muove come un grande attrattore capace di manipolare la realtà e trasfigurarla. Una volta che il tuo nome è sparato sui media, dentro contesti precisi, la possibilità di modificare l’immagine è pressoché nulla, se i media stessi non lo vogliono. Daniel Soulez Lariviere, uno dei più prestigiosi avvocati francesi, già negli anni ’90, scriveva che “la verità mediatica resta più forte della verità vera”. E questo vale ancora di più al tempo di internet, dei motori di ricerca che fissano nel tempo la vita delle persone impedendo di modificare giudizi e profili. La presunzione d’innocenza diventa un optional e la garanzia di uno Stato di diritto, che prevede che pubblico sia solo il processo, un passatismo da vecchia democrazia novecentesca superata dalla nuova democrazia mediatica.
Media e giustizia non possono essere considerati ambiti separati ed autonomi l’uno dall’altro. Interagiscono tra loro creando un meccanismo vorticoso di condizionamento reciproco. E così, accade che il magistrato diventi giornalista, diffondendo informazioni che dovrebbero rimanere segrete; e il giornalista si faccia magistrato, mettendosi a costruire teoremi giudiziari sulla base di interessi politici dei grandi gruppi di riferimento o sulla base delle proprie paranoie. Da questo orrore guadagna il magistrato che si trasforma in eroe mediatico aumentando le proprie quotazioni in termini di carriera e protezione corporativa, e guadagna il giornalista, che si trasforma in un segugio ambito da giornali e talk-show. Ma da tutto questo cosa rimane della giustizia e cosa dell’informazione? Nulla.
Henri Pascal era soprannominato, per la sua altezza, “il piccolo giudice”. Sarebbe il magistrato ideale per questa piccola democrazia italiana ostaggio di una giustizia malata e di un giornalismo misero.
© Il Tempo, 1 Luglio 2011