19 ottobre 2010

il sigillo di Giorgio Bocca


di Giampaolo Rossi
Al Secolo d’Italia, il quotidiano dei finiani veggenti, qualche giorno fa hanno stappato bottiglie di champagne dopo che Giorgio Bocca ha sdoganato Fini sull’Espresso. In un articolo entusiastico, ci si è commossi non poco per l’apertura di credito che Bocca avrebbe fatto alla “destra normale” di Fini. Ed hanno ragione, perché il discorso di Mirabello ha scaldato i cuori della meglio gioventù della sinistra italiana, da Miriam Mafai ad Antonio Padellaro e ora anche Giorgio Bocca. Sì, perché dalle colonne del settimanale di De Benedetti, il per-sempre-partigiano ha scritto un articolo assai confuso ma con alcuni elementi chiari. Primo, che Fini sarà anche l’interprete del solito trasformismo italico, ma vogliamo mettere lui al confronto con Berlusconi? Secondo, che “nel mondo di oggi la democrazia è di moda, non odiata e diffamata come negli anni dei fascismi nascenti”, quando lui, Bocca, era fascista, appunto. Quanto basta perché in questa ricerca spasmodica di entrature a sinistra, i finiani duri e puri trovino un motivo in più per credere, obbedire e combattere.Oddio, non è che Bocca non le abbia cantate a Fini. Il vigilante democratico non ha fatto sconti a nessuno e quindi ha aggiunto dei passaggi che per il Secolo d’Italia, giornale ormai ossessionato dal bisogno di essere sdoganato a sinistra, devono essere sembrati tanto indigesti da non poter essere riportati. Descrivendo la platea di Mirabello che ascoltava Fini, Bocca ha detto che “i fascisti di sempre, gli squadristi eterni erano chiaramente riconoscibili”; e che “in questo suo passaggio dal fascismo alla libertà ci sono gli antichi vizi, l'antica ignoranza, e gli antichi opportunismi”. E allora si capisce che per gli intellettualini finiani il prezzo da pagare per entrare a carponi nei salottini radical chic a lavare tazzine da tè, è ancora alto. Ma Bocca non si è fermato qui. Ha volato alto. Ha sentito il bisogno di rievocare una sua intervista al fieldmaresciallo Kesserling a Monaco, che, ad occhio e croce, essendo il maresciallo morto cinquant’anni fa, è stata fatta quando c’era ancora Krusciov, quando Oscar Luigi Scalfaro era agli inizi della carriera politica e il Muro di Berlino era stato appena alzato. E ha detto anche che quella di Fini, in fondo, è una destra perbene, mica come quella affaristica del boia di Arcore. Poi ha concluso in grandezza con salti vorticosi e ascese imprevedibili: ha paragonato la Mirabello finiana alla Molinella dei socialisti turatiani. Eppoi, non pago, poiché si racconta che a Fini, prima dello storico comizio, avrebbero offerto un bicchiere di vino del buon ritorno, ha affermato che questo segnerebbe il profondo legame del leader di Fli “con la civiltà contadina" ed il suo essere “un politico della tradizione italiana”. Parola di Giorgio Bocca, mica di un vecchiettino qualunque di quelli che da quarant’anni scrivono, scrivono e non ne azzeccano una. Giorgio Bocca, il nume tutelare del Museo delle Cere della sinistra italiana. E al Secolo, i tipini fini hanno brindato. Viva Giorgio Bocca: novantenne e comunista, come dire, Futuro e Libertà.

© Il Tempo, 19 Ottobre 2010

11 ottobre 2010

il Cav pronto a rifare il partito

di Giampaolo Rossi
Gabriele Albertini è uno che il Cavaliere ascolta. E tanto. Due volte sindaco di Milano, ha rappresentato l’esempio concreto di un modello di buon governo di centrodestra che molti rimpiangono. Oggi eurodeputato del Pdl, Albertini incarna il sogno ed il modello berlusconiano dell’imprenditore entrato in politica che ha saputo amministrare e costruire la “politica del fare” che tanto piace al Cavaliere. Per questo la sua intervista ieri sul Corriere della Sera non è passata inosservata. Le critiche aspre al Pdl, alla sua gestione, a quei “pretoriani che consigliano l’imperatore” solo per le cose che riguardano “il loro pensiero e la conservazione del loro ruolo”, e il richiamo ad un problema etico interno al partito, hanno forse convinto il Cavaliere, dopo poche ore, a riconoscere che il partito non funziona. Perché le parole di Albertini non sono sparate solitarie ma l’ultimo anello di un malessere profondo che coinvolge innanzitutto le figure più rappresentative della storia berlusconiana sempre più marginalizzate dai parvenues del berlusconismo d’annata.
Insomma, il Cavaliere ha aperto ufficialmente la “questione Pdl”. Questione tanto più urgente perché Berlusconi è consapevole che, in caso di voto anticipato, stavolta lui da solo non basterà a sconfiggere un avversario che non si chiama più sinistra, ma astensionismo. Il rischio, cioé, di un tracollo del voto moderato deluso e di una polverizzazione verso formazioni minori che farebbe fallire il sistema bipolare, merito storico del berlusconismo. E il Cavaliere sa anche che, senza un Pdl radicato sul territorio e capace di mobilitazione, il pericolo è troppo grande; un partito così conciato è inutile o addirittura dannoso. Gli ultimi sconfortanti sondaggi, che danno ormai il Pdl nettamente sotto il 30%, dimostrano una crisi d’immagine che trascina con sé anche il Premier e il governo. E così il partito, da strumento di supporto e indirizzo di consensi per l’esecutivo e per il Presidente del Consiglio, sta diventando la principale causa della perdita di credibilità sia per l’uno che per l’altro.
Nei mesi scorsi il conflitto con Fini e con i finiani aveva coperto il problema. Oggi lo ingigantisce, perché il vero pericolo per Berlusconi è che il malcontento di una fetta importante della sua classe dirigente nazionale e territoriale porti su un piatto d’argento truppe fresche e motivate a rinfoltire lo sparuto drappello di Fli. Una “fuga di cervelli” che non tocca solo la vecchia componente di An, ma anche ambienti più strettamente berlusconiani, estromessi per pure logiche di potere. Proprio quello che sta accadendo in Sicilia e in Toscana con esiti del tutto diversi.
In Sicilia il Pdl, di fatto, non esiste più. Il nuovo Partito del Popolo siciliano di Miccichè frantuma ulteriormente una situazione già scossa dalla scissione dei finiani entrati nella nuova giunta del governatore Lombardo con Pd, Udc di Casini e rutelliani.
In Toscana il Pdl è in caduta libera: la costante emorragia di voti (oltre 240.000 alle ultime regionali) e una gestione monocratica lo stanno trasformando in un discount da cui la Lega e il nuovo partito finiano stanno attingendo pezzi di classe dirigente.
Sicilia e Toscana sono l’epifenomeno di un movimento tellurico che attraversa il partito un po’ dovunque: dall’Abruzzo alla Sardegna, dalla Lombardia alla Puglia, all’Emilia.
Parliamoci chiaro: questo Pdl, al di là della retorica sul “partito del leader”, in realtà del suo leader non ha più nulla. Né il dinamismo, né la lealtà, né il coraggio di Berlusconi. E soprattutto non ha nulla di quello spirito inclusivo, coinvolgente ed empatico che ha permesso al Cavaliere di vincere la battaglia per costruire il progetto di una destra moderna in Italia mettendo insieme culture diverse.Oggi il Pdl si barcamena tra una struttura immobile e burocratica e un’insostenibile leggerezza del non essere, camuffata da “partito leggero”. Le correnti sono state sostituite dai clan e la dimensione tribale del Pdl appare insopportabile. Risultato: il Pdl è incapace di svolgere la funzione per cui un partito dovrebbe esistere, e cioè selezionare classe dirigente, individuare gli interessi complessi e articolati nei vari segmenti sociali in frammentazione, orientare i percorsi di governo e acquisire consenso. Oggi, la faglia di rottura si muove tra il modello autoritario toscano e la polverizzazione siciliana. In entrambi i casi la liquefazione del sogno di un grande partito di centro-destra europeo. Una terza possibilità c’è: rivoluzionare il Pdl. Ma dipenderà da Berlusconi.
© Il Tempo, 11 Ottobre 2010
Immagine: James E. Allen, Spider Boy, 1937

elezioni più vicine

di Giampaolo Rossi
Al di là della rassicurazioni degli ultimi giorni, scommettere oggi sulla tenuta del governo Berlusconi è un rischio che pochi bookmaker si accollerebbero. Le fibrillazioni che attraversano la maggioranza e l’instabilità di questa fase politica, rendono oggettivamente difficile pensare di condurre in porto una legislatura che aveva il grande obiettivo di fare le riforme strutturali per il Paese. Nessuno probabilmente auspica il voto anticipato, o comunque se ne vuole assumere la responsabilità, ma le incognite rimangono tali da indurci, al contrario di molti osservatori, ad un grande pessimismo. La tregua stipulata da Berlusconi e Fini, stante ormai la degenerazione del rapporto umano e politico tra i due, sembra troppo labile per poter reggere.
Noi sappiamo che la psicologia spesso aiuta a comprendere i processi politici meglio della filosofia o della sociologia. Non c’è dubbio, come ricordava qualche giorno fa il nostro direttore, Mario Sechi, che la paura sia un elemento che condiziona le scelte dei leader nella valutazione dei costi e dei benefici che ogni decisione porta con sé. E che questa paura si allarghi anche ai deputati e ai senatori (anche quelli di opposizione) che non hanno alcuna intenzione di “andarsene a casa” come ha detto Berlusconi, dimostra che in questa fase il fattore psicologico condiziona la politica ancora più pesantemente.
Ma se la paura è un elemento importante, ce ne è un altro, altrettanto importante, che proprio perché non calcolabile, non viene mai preso in considerazione: la casualità. La politica cerca di allargare lo spazio della razionalità e di governo, mettendo ai margini il rischio che un elemento casuale alteri l’equilibrio e provochi la crisi; lo scopo è quello di piegare nella dimensione del prevedibile ciò che non lo è. La politica applica questo controllo prudenziale principalmente nelle fasi di conflitto aperto, che esigono verifica e misura per evitare che esso degeneri ed esca fuoripista producendo effetti inaspettati. Se il conflitto rimane latente, il rischio di un’evoluzione distruttiva è ancora maggiore.
La guerra tra Berlusconi e Fini in realtà semplifica, anche mediaticamente, una frattura più complessa che riguarda non solo i due leader, ma anche mai sopite rivalse interne alla vecchia An e fratture generazionali nel Pdl. Il risultato è che si sta arrivando ad una competizione feroce tra Pdl e Fli, che si sta allargando anche sui territori con lo scoppio di focolai di scontro e di confusione un po’ dovunque. Da questo punto di vista l’esempio siciliano è emblematico.
Il conflitto tra Berlusconi e Fini non lascia più molto spazio alla mediazione né al calcolo. Forse il realismo richiedeva una ricerca di sintesi prima, non ora. Lo scenario politico che abbiamo davanti è troppo sottoposto a pressioni per poter reggere: basterà un qualsiasi accadimento anche casuale a generare una crisi irreversibile: uno scivolone del governo in Parlamento (sempre più plausibile visto i numeri esigui), un’intervista sbagliata del kamikaze di partito di turno, la solita inchiesta a orologeria della Procura militante. Il corpo della maggioranza sembra ormai troppo debilitato. La compagine finiana sembra essere sempre più paragonabile ad una delle minuscole componenti conflittuali che destabilizzarono tutti gli ultimi governi di centro-sinistra, più che a un fedele alleato pronto a sacrificarsi per la tenuta di Berlusconi. Quando Fini formalizzerà ufficialmente il suo nuovo partito forse le ultime illusioni cadranno.
E allora cos’è più realistico? Risolvere lo scontro con il suo epilogo naturale, cioè il voto, o perpetuare l’illusione di una stagione di riforme che sembrano sempre più lontane? Per questo, al di là dei buoni propositi, la sensazione è che tutti, sopratutto i più realisti del re, stiano sotto sotto oliando i loro fucili.
© Il Tempo, 10 Ottobre 2010
Immagine: George Bellows, Stag at Sharkey's, 1909

06 ottobre 2010

è tornato il Cavaliere Nero

di Giampaolo Rossi
Era prevedibile che ripartissero alla carica. Che dopo il discorso di Berlusconi a Milano si sarebbero lanciati di nuovo nella noiosa danza lugubre cui ci hanno abituato da tempo: la democrazia è in pericolo, è tornato il Cavaliere Nero. I soliti foschi intellettuali e i giornalisti della carta progressista hanno preso le parole di Berlusconi, le hanno ritagliate e gettate nel suk scandalizzato del politically correct. L’informazione moderna è un grande obitorio della verità, che più si ammanta di pluralismo, più distoglie da ciò che è reale. Nella lucidità del suo esilio, il pensatore rumeno Emile Cioran affermò che “una parola, una volta dissezionata non significa più nulla, non è più nulla. Come un corpo che dopo un’autopsia è meno di un cadavere”. Ridurre la forza evocativa della politica a “meno di un cadavere” può funzionare quando a parlare sono politici senza popolo; non quando Berlusconi imprime la sua forza di raccontare l'Italia com'è realmente, senza finzioni. A Milano il Cavaliere ha ricondotto a sé quel tratto distintivo del leader che in questi ultimi mesi aveva messo da parte. Non c’è nulla da fare: anche nella sua maschera più tesa, provata, portata all’estremo da una tensione che traspariva sotto forma a volte di rabbia e a volte di ironia, il Berlusconi di Milano ha lanciato ancora il grido di guerra al suo popolo, contro la congrega di intrallazzatori della politica che agiscono da tempo alle sue spalle: il valore della democrazia è la volontà popolare, è bene che lo ricordino tutti. Berlusconi colpisce nel segno quando è Berlusconi, quando non delega a fedeli cantastorie o a mediocri comprimari la narrazione di quel sogno di un'Italia diversa che porta avanti da 15 anni. E' questo e ciò che i suoi nemici non accettano.
Il filosofo americano James Hillman ha scritto che la qualità di un leader è nel suo tratto animale e istintivo, che consente di riunire il pensiero all’azione, sconfiggendo lo spettro di Amleto, che dissangua la volontà nella ragionevolezza: male della politica dei nostri giorni, di quell’eccesso di prudenza che porta lontano l’agire e la verità. Berlusconi nega da sempre la riduzione intellettualistica della politica, restituendo ad essa il senso dell’immediatezza. Per questo, Berlusconi che parla è un tratto fondamentale del nostro tempo: con lui la parola diventa immagine. E quando lo ascolti capisci che la politica ha ancora qualcosa da dire e da fare in questo Paese. Poi ripensi al nulla cosmico di Fini a Mirabello; a Bersani e a quanta noia deve avere di se stesso; osservi il triste carosello del “popolo viola” e lo sguardo spiritato di quell’ex questurino o la bava rugosa di quel comico decadente e ti accorgi di che fortuna abbiamo noi, reazionari e orgogliosi conservatori, ad avere ancora un leader con la forza di voler cambiare questo paese.
A Milano Berlusconi ha ricordato il percorso tortuoso di questa democrazia, rammentando come l’ha difesa dall’arbitrio di una giustizia ideologizzata e di una politica svincolata dalla volontà popolare. Ha elencato con convinzione i meriti straordinari di un governo che sta traghettando con nobiltà ed efficienza il Paese attraverso una crisi globale e ha tracciato le linee di una nuova politica estera in un quadro geopolitico mutato ed in cui finalmente l’Italia ha un governo che difende gli interessi nazionali, senza più essere pedina di vecchi padroni. Ha attaccato con coraggio quella parte della magistratura che da ormai 20 anni viola lo Stato di diritto utilizzando la propria autonomia costituzionale per limitare l’autonomia della politica e modificare il corso della democrazia. E poi ha chiuso con la frase con cui ormai lui si congeda dal suo popolo dopo ogni comizio: “Vi auguro che possiate trasformare in realtà i vostri sogni”. Perché la politica non deve realizzare sogni ma costruire le condizioni perché ognuno possa realizzare il suo. Solo così, potendo realizzare i suoi sogni, l’individuo rispetterà ogni regola. Questo è il realismo della destra. Berlusconi, inconsapevolmente, abbraccia Euripide, nei tempi in cui la politica era ancora il fondamento della polis: “Non voglio elucubrazioni. Io so ciò di cui la città ha bisogno”.

© Il Tempo, 6 Ottobre 2010
Immagine: Umberto Boccioni, La carica dei Lancieri, 1915

05 ottobre 2010

Finialmente Fli

Fini passa il guado. L’ha detto lui mica noi. Come quel tizio un po’ più famoso davanti al Rubicone. Ora è pronto a guidare le sue legioni su Roma sapendo che questo porterà alla guerra civile. “Siamo pronti alle elezioni”, ha detto. Ma ha anche detto che “non sappiamo cosa ci sia dietro l’angolo”; quando Fini fa il filosofo ci fa impazzire perché questa è un’incognita che cela molto del senso della vita. Metti che dietro l’angolo  ci trovi un cognato, come lo spieghi agli elettori?
Ma Fini ha detto anche tante altre cose. Senza dire mai nulla come è nel suo stile. Ha detto che "Futuro e Libertà non sarà una An in piccolo ma un Pdl in grande”. Ma quanto grande questo non l’ha detto; se più o meno 50 mq in rue Princesse Charlotte, boh! Poi ha detto anche che in Fli “non ci saranno personalismi perché siamo tutti sulla stessa barca”. Minchia che democrazia, e se qualcuno rema e si fa un culo così e qualcun altro va ad Anno Zero a dire cazzate, questo si chiama "separazione dei ruoli".
Fini ha inoltre detto che "in Fli non ci saranno colonnelli" e questo è quello che volevamo sentir dire, finalmente. Mai più colonnelli, solo generali, meglio se senza truppa. 
Insomma a occhio e croce Fli è esattamente il partito che tutti noi abbiamo sempre sognato. Se solo avesse un leader...