30 maggio 2010

L'estetica di Berlusconi

di Giampaolo Rossi
Ragionare su Berlusconi e sul berlusconismo impegna da anni molte intelligenze del nostro Paese, con atteggiamenti variegati e spesso fumettistici a seconda del posizionamento ideologico e sensoriale. A sinistra, in genere, lo si fa inciampando in quel vizietto pretestuoso di essere convinti di star sempre dalla parte giusta e progressiva della storia, per cui ogni fenomeno sociale, politico, culturale che devia rispetto alla pretesa verità, diventa una stortura del Creato, un errore antropologico, il maleficio di un potere sicuramente corrotto da combattere con tutte le armi, lecite e meno lecite. Atteggiamento tipico di un’abominevole classe intellettuale che in questo paese continua a occupare lussuosamente le redazioni dei giornali, i talk show televisivi, le cattedre universitarie, i premi letterari, ma che per questo paese ha fatto sempre molto poco. E così può succedere di inciampare nell’ennesima puntata radical-erotomane di Gad Lerner, dedicata al corpo delle donne e al potere, e sentire una elegante giornalista di Repubblica (ovviamente!), dire che è colpa di Berlusconi e delle sue televisioni (ovviamente!) se la donna viene rappresentata sui media attraverso stereotipi lontani dalla realtà; dimenticando che il problema è un po' più complesso e affonda le sue radici in quel processo di "annullamento simbolico" del femminile da parte dei media, che già Gaye Tuchman nel lontano 1978 aveva individuato per lo scenario americano; quindi ben prima di Berlusconi e "delle sue tv" e ben lontano dall'Italia. Paradosso di una sinistra che non ha più memoria di sé, passata per questo da Pasolini e Calvino a Michele Santoro.
Se a sinistra il berlusconismo è oggetto di molte analisi da operetta, a destra ci si alterna in genere tra due estremi: da una parte gli intellettuali della destra-chic che di Berlusconi hanno idee non dissimili da quelle dei loro colleghi della sinistra conformista. Dall'altra i devoti berlusconiani incapaci di fare una critica neanche se il Cavaliere decidesse di punto in bianco di diventare un "comunista".
Il problema è anche legato al fatto che il berlusconismo è un fenomeno che oggettivamente sfugge alle categorie: è politico ma non lo è, è sociologico ma neanche tanto. Il berlusconismo è un fenomeno metapolitico nel significato che il filosofo Alain Badiou ha dato a questa parola: “una contemporaneità che produce effetti filosofici”. Berlusconi ha generato nell'Italia moderna una costante storica assente prima: quella del movimento come stimolo all’idea di azione e l’azione come atto-forza della politica. E’ questo ciò che molti critici non colgono.
Il berlusconismo non è un vuoto di immaginazione, come sembra dire Galli Della Loggia, al contrario è un'immaginazione nuova che ha accelerato il cambiamento del paese e gettato le basi di una nuova Italia. Berlusconi non ha un’idea “ludico-cosmetica” della politica, come ha scritto Alessandro Campi recentemente, al contrario Berlusconi ha portato un’immagine estetica e vitale ad una politica che era brutta e noiosa. E questa vitalità è data proprio da un’idea dinamica della politica, nel rapporto diretto tra leader e popolo che sfugge ad ogni filtro intellettuale e sociale.
Dalla sua discesa in campo nel ’94, fino al gesto futurista del predellino, Berlusconi ha incarnato l’idea del cambiamento, del mutamento quasi genetico di un sistema bloccato per decenni dentro logiche dettate dagli equilibri internazionali e dagli equilibrismi nazionali. Lo ha fatto sugli orizzonti aperti dopo la caduta del Muro d Berlino, nei cambiamenti scaturiti dai nuovi assetti geopolitici e nelle trasformazioni sociali della fine del millennio. Lo ha fatto partendo dal deserto generato da tangentopoli e dall’azzeramento dei partiti storici della prima Repubblica; lo ha fatto nonostante l’inadeguatezza della classe intellettuale del nostro paese priva di stimoli visionari in grado di capire veramente l’Italia e i suoi cambiamenti e sotto il tiro continuo di un sistema dell’informazione che in nessuna altra democrazia è così asservito a interessi contrari alla grande politica; lo ha fatto a scapito di poteri economici e finanziari gelosi di ogni cambiamento e di un potere giudiziario condizionato da drammatiche storture ideologiche. Eppure lo ha fatto, creando un bipolarismo che prima ancora che ingessato nella forma di un bipartitismo, è stato vivo nella sostanza di una società che è vissuta tra il berlusconismo e l’antiberlusconismo. Qualsiasi giudizio possiamo dare su Berlusconi, è indubbio che il Cavaliere ha rappresentato la leadership politica che più di ogni altra ha incarnato l’idea dell’azione e della rottura di ogni schema precostituito: Berlusconi è stato fino ad oggi cambiamento, innovazione, anomalia, spiazzamento, trasformazione, scandalo, stupore, sorpresa, speranza, nella politica, nei linguaggi, nelle forme, nei progetti, nella costruzione di identità nuove e di nuovo senso.
Oggi in assenza di nemici esterni e interni, sconfitti o in fuga, il principale nemico di Berlusconi è Berlusconi stesso. La sua abitudine a pensarsi imprenditore prestato alla politica e non ciò che ormai è: un leader politico capace di influire nei processi storici, uno statista vero, con buona pace dei suoi denigratori.
La brutta politica emersa nei recenti scandali colpisce il berlusconismo nella sua essenza, lo tradisce, lo schiaccia in una dimensione troppo simile a ciò che lui ha sempre combattuto. Lo rende uguale agli altri. Per questo Berlusconi se ne deve liberare al più presto, liberandosi di coloro che l’hanno determinata, per rendere più credibile anche la stagione di crisi e di sacrifici che, con responsabilità, sta chiedendo al paese. Solo così potrà continuare la sua rivoluzione italiana.

© Il Tempo, 29 Maggio 2010
Immagine: Umberto Boccioni, Dinamismo di un ciclista, 1913

16 maggio 2010

Non solo una questione morale

di Giampaolo Rossi
Bersani parla di “questione morale”. Ne parla ancora timidamente, come chi sa che oltre un certo limite non può andare, proprio per una questione morale. E’ pur vero però che lo spettacolo di un Ministro della Repubblica che davanti alle telecamere, dice che non può “sospettare di abitare in una casa pagata in parte da altri” mantiene nel tempo qualcosa di surreale e di psicologicamente rilevante. Non solo perché un Ministro che sospetta di se stesso senza esserne del tutto sicuro, meriterebbe un panel dedicato in un convegno di psichiatria, ma perché ci fa riflettere sullo stato della classe politica del nostro paese e in particolar modo di quella di centrodestra, essendo quella di sinistra ad oggi non pervenuta. Sarà pur vero che l’opinione pubblica “è un fenomeno dell’istinto” come affermava quel genio reazionario di Pessoa, ma proprio per questo, sarebbe opportuno non stuzzicare l’istinto della gente offendendone l’intelligenza.
Al di là di come finiranno il caso Scajola e le altre inchieste che stanno facendo emergere coinvolgimenti imbarazzanti di esponenti di spicco del centrodestra, rimangono due problemi centrali che il Premier non può continuare ad eludere: la qualità della sua classe dirigente e la capacità di organizzare un progetto politico e culturale che superi il limite temporale di quella “leadership seduttiva” (come la chiama Marcello Veneziani) che è la forza ma anche la fragilità dell’esperienza berlusconiana. Le indiscrezioni che parlano di un Berlusconi sorpreso e amareggiato di fronte a ciò che emerge, la dicono lunga su come egli abbia sottovalutato il problema della qualità del personale politico di cui si è circondato e che avrebbe dovuto portare avanti il suo progetto di cambiamento del paese.
Finché l’attacco della magistratura è stato condotto su di lui, Berlusconi ha avuto buon gioco nel dimostrare l’accanimento di una parte ideologizzata dei giudici. Ma ora che il centro del mirino si sposta su esponenti di governo, vertici del suo partito, pezzi di burocrazia statale, ambienti limitrofi al centrodestra, Berlusconi sembra in difficoltà. La questione, in attesa che diventi “morale”, è innanzitutto politica. Il paragone con il passato non regge.
Con Tangentopoli era la politica che generava corruzione per finanziare il sistema dei partiti. Qui, in assenza dei partiti, sono pezzi del potere statale e settori affaristici a corrompere la politica per vantaggi personali. Il contesto non è più strutturale e la partita si gioca proprio nella qualità della classe dirigente. E forse questa sarà la stagione in cui dovremo rimpiangere i partiti e la loro funzione storica. Perché in ogni democrazia, alla lunga, sono proprio i partiti i veri corpi intermedi tra la società civile e quella politica. E sono i partiti i luoghi dove avviene la selezione e la formazione del personale politico necessario. Berlusconi continua a pensare alla struttura partito come un ostacolo alla sua azione di governo, come un peso invece di una risorsa fondamentale per l’equilibrio di potere di cui ha bisogno. Ma è un errore. La fine delle culture politiche del ‘900 si profila sempre più come una crisi della politica in quanto tale. La perdita di auctoritas e la riduzione della politica a potestas, semplice gestione della macchina amministrativa, mette in crisi la tenuta delle democrazie occidentali. Il vuoto lasciato dalla politica disgrega equilibri sociali e apre spazi di dominio che la sovranità popolare non controlla. Se gli Stati moderni crollano non più sotto i colpi delle cannonate o delle rivoluzioni, ma sotto i colpi delle agenzie di rating, è perché la politica cede terreno alle tecnocrazie finanziarie e burocratiche; e la crisi degli stati nazionali non è compensata né da prospettive federali, né da nuove forme imperiali.
Oggi, in Italia, la sfida più importante che Berlusconi dovrebbe raccogliere è quella di individuare e valorizzare uomini e donne in grado di ridare senso alla politica, più di ogni riforma e più di ogni intervento legislativo. Per farlo ha bisogno di un partito come luogo di selezione. Non un partito leggero, semplice comitato elettorale che rischia di diventare anche un comitato d’affari. Né un insieme di satrapie locali gestite da signorotti arroganti e improvvisati. Ma un partito vero, una agorà dove confrontare idee, elaborare strategie, indirizzare contenuti e visioni culturali e soprattutto immaginare il futuro attraverso una classe dirigente che possa essere esempio per il paese.
Berlusconi utilizzi l’ultimo dato elettorale ed il segnale di disaffezione alla politica emerso, per una serie di analisi vere, sottraendosi ai maghi dei grafici e delle percentuali. Le ultime elezioni le ha vinte lui, non il Pdl. E questo, in prospettiva non è una forza ma una cronica de
bolezza.
La sbornia antipolitica degli anni ’90 rischia di tornare sotto le vesti dei nuovi scandali e della crisi economica. Ma a differenza di 15 anni fa, il Premier non può giocare per sé la carta dell'imprenditore che scende nel terreno della politica. Oggi la politica è lui.
© Il Tempo, 16 Maggio 2010
Immagine: Franz Borghese, La manna, 1986

08 maggio 2010

Fini ricominci da capo

di Giampaolo Rossi
La saggezza popolare applicata alla politica regala a volte immagini più efficaci di qualsiasi analisi. E così il detto “chi rompe paga e i cocci sono i suoi” fotografa l’epilogo della “rupture” sognata dagli intellettuali finiani e tentata maldestramente da Gianfranco Fini. La questione per ora sembra chiusa e le guerre di posizione tra finti ambasciatori, pentiti, attendisti, neoreclutati, annunci video, non devono distogliere dal vero problema: il conflitto tra Berlusconi e Fini, ormai personale, è per ora insanabile perché attiene ad una sfera, per così dire, pre-politica. Riguarda un codice semantico all’incrocio tra il senso dell’onore, il tradimento, la frustrazione, la sfiducia e la paura. Ora questo conflitto si estende verso qualcosa di più importante: il futuro del più grande partito italiano e per certi versi anche il senso e il valore della politica dei prossimi anni nella nostra democrazia balbettante.
Se è vero, come scriveva Hanna Arendt, che l’essenza del politico è la libertà, allora è dall’idea che abbiamo di essa che si deve ripartire. Non la libertà astratta, ideologica, ma quella concreta, che si costruisce nella
polis. Il pensiero greco ha elaborato diversi concetti di libertà che costituiscono il senso dell’agire politico. Uno di questi, che consigliamo a Gianfranco Fini di prendere in considerazione, è quello legato alla parola archè, che vuol dire principio, ma anche comando. Racchiude l’idea che la libertà sta nella facoltà di iniziare qualcosa e di portarla a termine. Ed in questo agire ex-novo si forma e si definisce una leadership. Al di sotto di un livello di necessità, l’agire politico si basa sulla libertà di cominciare. Ma questa idea esige un atto fondativo che metta insieme la consapevolezza di sé e di un progetto. Ed è nella mancanza di questo atto che si racchiude l’errore compiuto da Fini e dai suoi intellettuali in questi due anni.
Fini non ha mai co-fondato il Pdl. Lo ha subìto. Non è uno dei padri del nuovo partito; al massimo è un patrigno insoddisfatto. La genesi del conflitto con Berlusconi parte da qui e si amplia negli errori tattici (la decisione di non entrare nel governo e quella di non interessarsi al Pdl) che hanno prodotto quella sua marginalizzazione dalla quale oggi prova ad uscire con un protagonismo sbagliato nei tempi e nei modi.
Fini ha si compreso che la frantumazione delle grandi famiglie culturali e la disgregazione delle visioni di senso elaborate nel ‘900, impongono ai nuovi partiti il superamento dei classici confini dentro i quali le singole culture politiche si sono mosse. Ma lo ha fatto non con l’intento di rafforzare il progetto del Pdl, bensì di indebolirlo e così di indebolire la leadership di Berlusconi, proprio perché questo percorso Fini non lo ha mai sentito veramente suo. Inoltre la sua è stata una partita personale finalizzata a distaccarsi dal suo mondo di provenienza, non avendo però mai individuato un altro approdo. Oggi il Presidente della Camera si trova leader mancato e non sarà la sua dote di attendista, magari finalizzata da qui a poco tempo a cavalcare una nuova “questione morale” nel Pdl, a dargli i consensi di cui ha bisogno.Il rilancio politico di Fini passa per un atto di coraggio e di onestà verso se stesso e verso il mondo che rappresenta. Abbandoni il tatticismo e si appropri di un atto fondativo che dia dignità alle sue posizioni. Faccia propria l’idea di
archè che la tradizione classica ci ha regalato. Lasci il Pdl, nel quale non è mai entrato, e provi a costruire, se ci crede davvero, quelle idee di destra così moderna da non essere più destra. Non si riduca a ombra di una minoranza astiosa dentro un soggetto politico che ormai lo concepisce altro da sé. Regali a se stesso e ai suoi fedelissimi la libertà di rimettersi in gioco e di ricominciare da capo. Costruisca un soggetto e alleanze nuove, magari appoggiandosi a quegli ambienti tecnocratici e laicisti che da tempo gli fanno l’occhiolino. Fuori dal popolarismo europeo che il Pdl incarna nel crocevia delle sue culture (cattolicesimo liberale, riformismo laico, destra identitaria), c’è forse spazio per una forza politica che fa della postmodernità liquida la sua ideologia da morte delle ideologie. Noi, che veniamo dalla destra storica, ne dubitiamo, ma magari saremo smentiti.
© Il Tempo, 8 Maggio 2010
Immagine: Alberto Sughi, Andare dove, 1955